Sogni.

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Senza servi ne padroni, ma ognuno con quello che può dare e secondo le sue necessità.
Una vita comune, dove la prima cosa è l’uomo dove si vive nel rispetto degli altri e di ciò che ci circonda,senza sopraffare nessuno.
Dove nessuno ha il potere e ce l’hanno tutti.
Dove non esiste più differenza di stato sociale, dove tutto è di tutti..dove non esistano più confini fisici e morali.
Dove la giustizia è giustizia morale e non di parte.
Dove chi “sbaglia” paga con l’inserimento sociale e non chiuso in un buco costretto a subire qualcosa di
più aberrante di ciò che ha commesso.

Ma la storia è lunga.

Bert Roug

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QUEL “PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO” RIMASTO IN CANNA.

LA SOVVERSIONE DEL 77 L’AUTONOMIA OPERAIA

Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato

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Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto movimento del 77 è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.

Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.

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La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Rosso – di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Senza tregua e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.

L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.

Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…

C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.

Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.

Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!

Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.
Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.

Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.

Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!

Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.

Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.

Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere: et voilà!, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.

Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo I giornali a processo: il caso 7 aprile. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.

Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.
Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?

A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.
Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.

Paolo Pozzi ex redattore di ROSSO.

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Gli Stalinisti se li conosci li eviti 2 ° Parte

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Ah, e per finire: su Cuba ci abbiamo ragione noi.
Se tanto vi piace, e se tanto lì c’è il comunismo veramente realizzato, ditemi, STALINISTI DI MERDA, com’è che non ve n’è andate a svernare tutti là?
Per voi distinguere un vero comunismo da un comunismo a metà o un comunismo integralmente FASULLO, è “trotskismo” e “tradimento”?
Minchia, ma che vi deve fare Marx a voi? Pompe, cazzo!
Dove vedete bandiere rosse e sedicenti comunisti, andate come i cani. Voi non siete né compagni né militanti, siete dei tifosi o dei credenti. Senza un minimo di implicazione dialettica, senza nessunissima critica di niente.
E questo, sapete perché?
Perché la vostra – da eletta tradizione stalinista – non è politica, è religione. Stalin! Il georgiano più cattolico di tutta la Russia, non lo dimentichiamo, noi.
Quello che ha trasformato la critica marxiana e il materialismo dialettico, in un breviario di dogmi, slogan salmodiati come preghiere anche se contraddette da ogni verità di fatto, e culti della personalità.
Proprio quelli che Lenin avrebbe voluto abbattere.
E che lui riabilitò, in suprema onta e supremo spregio che era tutto un programma, proprio al suo funerale, celebrandolo come un santino.
E da lì cominciava non il comunismo “che è un sistema da instaurare, vivo nelle lotte quotidiane”, ma un Dogma sceso dall’alto del trono dell’antizarista (?) compagno Stalin, e se anche si diceva “Lavoro e salario!”, poi lui non faceva un cazzo a parte fottere puttane di regime e sbafare sulle spalle del proletariato, e gli operai si scassavano il culo nelle acciaierie come e peggio di prima, perché adesso, se qualcuno s’osava dire che aveva le ossa rotte e FAME, era un nemico della Rivoluzione, e finiva alla “rieducazione”.

Voi siete gente talmente cattolica e talmente incapace di analizzare le cose al di là degli autoattestati (con cui ci PULIAMO IL CULO!),
che morto un Dio di merda, avete avuto il bisogno di inchinarvi ad un altro.
Ma sempre con lo stesso culo aperto e lo stesso autocompiacimento.
E questo è il vero essere “puttane del capitalismo”.

(E in ultimo, complottari di Merda e calunniatori senza dignità: Gramsci non pronunciò MAI, MAI in nessuno scritto, nessuna conferenza, nessuna parte – e questo dimostra quanto leggiate, e viviate di dogmi senza analizzare e documentarvi mai su un CAZZO! – le parole “Trotsky, puttana del fascismo.” Del resto, perché avrebbe dovuto, MINCHIE SECCHE? Cosa CAZZO c’entrava Trotsky col FASCISMO, o teste di MERDA???
Questa frase è una calunnia decennale, ad opera vostra, bastardi fascisti di merda, che è stata attribuita al compagno Gramsi (quello morto in galera e silenziato, in quella famosa lettera a Mosca in cui diceva, dopo la morte di Lenin, “…Compagni, voi state distruggendo l’opera vostra!”, grazie a Togliatti e Stalin), senza nessuna verifica MAI da nessuna parte. Di questo siete capaci! “Oggi come ieri”, per citarvi.
Vergognatevi!
Stalin, che firmava i patti con Hitler, in CULO alla rivoluzione permanente e all’internazionalismo socialista, era la VERA PUTTANA del Nazismo.

Morite!
Tutti!
E male.)

Compagno Graber

RAI SERVIZIO PUBBLICO REAZIONARIO.

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RAI UNO, cosa si è capito dalla trasmissione sulla Resistenza; che comunismo e fascismo sono in fondo la stessa barbarie e che in mezzo ci sono i veri democratici, cioè gli attuali governanti, rappresentanti delle stesse classi (e famiglie) capitalistiche che diedero vita al regime fascista. Dunque tutte le vite donate dai comunisti, la maggioranza stragrande tra i partigiani, che volevano spazzare il via fascismo per una nuova società governata dai lavoratori ed il socialismo, sono rimaste vanificate. Ma non per noi. Lo sono solo in questa grande mistificazione che Rai uno ci ha riproposto utilizzando la consolidata confusione tra la vera libertà cui aspira il comunismo anche nella Resistenza italiana, e lo stalinismo , che esattamente la negò tradendo e distruggendo le aspirazioni della Rivoluzione d’Ottobre, dei partigiani italiani e spagnoli.

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Compagno Graber

Compagna Luna

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La tensione narrativa di un intenso dialogo interiore si alterna in questo libro con la cronaca di chi ha assistito e partecipato attivamente agli avvenimenti degli “anni di piombo”. Così alle domande tormentose di una donna che interroga se stessa si alternano quelle, altrettanto dolorose, di chi rilegge e ripensa anni di ideali e speranze che hanno lasciato nel cuore un respiro amaro e trattenuto – ma teso verso la vita, come chi cammini nell’aria fresca della notte alla luce di uno spicchio di luna. Un dolore antico è messo in parola, fino a infrangere un codice che vuole i perdenti condannati a viverlo nella paura e a mostrarlo come colpa. Perché questa è la narrazione di eventi eccezionali vissuti da una persona per nulla straordinaria: e questo è forse il solo, scandaloso interrogativo che il libro solleva.

In copertina: foto di Sara Valentini.

“Sì, certo. La politica con le sue necessità e gli infiniti rimandi. Poi il carcere e la sublimazione di ogni desiderio, fino a star male da cani per l’odore improvviso nella piega di un braccio — e sei animale, albero, brezza”

Barbara Balzerani (Colleferro, Roma, 1949), di famiglia operaia, aderisce dapprima al movimento studentesco romano e successivamente a Potere operaio. Dopo lo scioglimento di questa organizzazione entra a far parte delle Brigate rosse. Nel 1978 passa alla clandestinità, fino al suo arresto avvenuto nel 1985. Nel corso del processo denominato “Moro ter” aderisce alla “Battaglia di libertà”, che sancisce unilateralmente la fine dell’esperienza brigatista, nel tentativo di innescare una riflessione critica su questo pezzo di storia al di fuori della logica della dissociazione e del pentitismo. Condannata all’ergastolo, già laureata in filosofia, si laurea in antropologia in carcere . Attualmente è in regime di “lavori all’esterno” presso una cooperativa che si occupa di informatica.

Barbara Balzerani Compagna luna

Feltrinelli

© Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano Prima edizione in “Serie Bianca” maggio 1998

Barbara Balzerani Compagna luna

…Faccio la prova del dolore. Come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria. Prima che moriamo, può darsi che muoia il dolore. Se così fosse, questo sarebbe da raccontare, ma a chi? Qui nessuno, se non quelli che moriranno con me, parla la mia lingua…

Christa Wolf, Cassandra

Tutto è cominciato per caso. Provare a buttare fuori dal groviglio penoso del muto parlare fra me e me, fissando e ordinando nella materialità dei segni. Operazione di lenimento, tanta l’angoscia per l’eco ridondante della filastrocca sinistra che scandisce la ripetitività del mio ripercorrere. Tanta l’insopportabilità di un assordante silenzio in cui è interdetta la memoria e la libera parola ma non ogni sconnesso vaniloquio.

Questa non è la storia delle Brigate rosse. Non potrei essere io a farla. È solo una parte di quanto ho vissuto e di come. È il risultato dei miei interrogativi più urgenti. È la richiesta di aiuto per provare a scioglierli. È la speranza che si possa infine farla quella storia, fuori dalle contingenze dell’amministrazione del presente.

Queste non sono dunque pagine rivolte a chi fa della politica un esercizio di formule buone per aggirarsi nei luoghi dove è bandito ogni spirito critico. Dove già è tutto detto e tutto è stato sciolto nella Verità di riti ufficiali in cui raramente alberga la fatica dell’interrogarsi e l’impegno personale con il vero.

Non a chi si scandalizza che oltre alla sopravvivenza mi sia concessa anche la vita, cioè la parola.

Non a chi traduce ogni ragionamento in polemica di schieramenti pregiudiziali.

Non a chi sa già tutto.

Non agli innocenti, ai vincitori e alle anime belle.

Non agli imbonitori dalla carriera assicurata.

Non solo agli amici, non ai nemici.

Non ai collezionisti di curiosità di costume.

Ma a tutte le altre e gli altri. Che pure non conosco, che non mi conoscono ma che, come me, sanno del disagio di un mondo di rappresentazioni che sempre meno significano la memoria e l’esperienza di ciascuno.

Queste pagine non hanno un obiettivo politico da rivendicare. Non vogliono sollecitare né scoraggiare decisioni, atti e prese di posizione di chi detiene in suo potere il destino, di chi sconta con la galera la parte avuta nello scontro sociale degli anni settanta e l’ultima parola obliterante sui come e sui perché. Non è questa la stagione per simili tentativi. E poi i politici hanno ben altro da pensare che non risolvere questioni che non portano voti né consensi massmediatici. Mentre portano tutto il disturbo della rimessa in forse di impazienti archiviazioni e attribuzioni di responsabilità a senso unico.

Il tanto decantato rinnovamento della politica evidentemente si riferisce ad altro e passa veloce proprio lì dove andrebbe maggiormente cercata la chiave per provare ad uscire dall’attuale opacità di tutto e del suo contrario. E non è detto che l’unica strada sia quella delle scorciatoie tranquillizzanti che deviano puntualmente nei vicoli ciechi dei quattro cantoni tra ora guardie e ora ladri.

Queste pagine non vogliono offendere nessuno, soprattutto quanti se ne sentiranno offesi.

Se ci fossero ancora, mi piacerebbe le leggessero soprattutto mia madre e mio padre.

Maria

La poesia della disciplina e dell’ordine è poesia di un ordine che si sfalda, di una difesa che viene travolta, […] ed è poesia della resistenza all’irruzione che continuamente travolge la vita. L’animula vagula blandula s’inoltra nel buio e si affida alla virtù cardinale della fortezza per non lasciarsi sopraffare dalla paura e dalla morte, per reggere alla necessità della Storia – sia essa intesa come travagliata storia della salvezza o come insensata rovina – e non perdere il filo delle cose, anche se, nello sbandamento della battaglia, quel filo si aggroviglia e si spezza.

Claudio Magris, Microcosmi

Per quanto mi sforzi proprio non ricordo. Non ricordo un solo momento dei miei primissimi anni. Non sarà perché allora e finché non sei tornata a casa, non una volta ho sentito le tue amorevolezze di madre? Per me, cresciuta felicemente per strada, eri quella da evitare al tuo rientro serale dalla fabbrica. Quella del rituale bagno del sabato in cui sempre ti incattivivi per la mia poca collaborazione, specie al momento di rinfilarmi i calzini sulla pelle ancora umida. L’estranea che non capivo perché pretendesse di esercitare una qualche autorità su di me e che ogni volta mi chiedevo chi fosse, nella indeterminatezza con cui sapevo di essere una dei suoi figli.

Mi capita tra le mani una vecchia foto e, di colpo, ritrovo la bambina che sono stata. L’espressione è immusonita, lo sguardo sfugge l’obiettivo, non sembra contenta di essere immortalata. Chissà? forse nella sua testa echeggia ancora l’antico timore del furto dell’anima legato a quello della propria immagine. Segni premonitori di quante altre volte avrebbe, anni dopo, patito per la sua faccia stampata sulle pagine di giornalacci da quattro soldi: Eccola, l’assassina dagli occhi di ghiaccio, top della serietà professionale di spacciatori di prototipi di mostri senz’anima.

No, quella bambina non poteva neanche lontanamente immaginare cosa sarebbe stata la sua vita. Provo ad andare a ricercarla e a interrogare il senso come di tragedia incombente su quella sua figuretta che la faceva un groviglio di insicurezze e determinazione a battersi per il poco veramente suo.

Le avevano insegnato non tanto la ricerca dell’amore altrui, quanto, nell’accettazione delle regole imposte, dell’altrui rispetto. E, nella vaghezza con cui cercava di fare suo tale codice di comportamento, si nutriva della consapevolezza che nulla sarebbe stato facile, che la vita sarebbe stata dura (ah, quelle spine nel letto maritale), che sempre e comunque le sarebbe stato presentato il conto.

Su quel viso infantile c’era la morte di ogni innocenza.

Su quel corpicino come racchiuso a difesa, il peso di responsabilità troppo gravose e, quasi tutte, oscure e misteriose. Paura e un vago senso di colpa, inculcati a sostegno del monito materno a indicare l’unica via di scampo: Stai al posto tuo. Non dare motivo a nessuno di doverti guardare una seconda volta. E a parti completamente invertite, non si può certo dire che non le sia stato prezioso, soprattutto negli anni della lunga clandestinità. A volte la vita sembra percorrere lunghissimi giri per poi tornare al punto di partenza. E, se niente accade solo perché lo si vuole, proprio niente succede per caso.

La prima enorme fatica, quella di abbandonare il mondo dei primi anni.

I prati e la grande libertà di giornate a sfidare i limiti della realtà nelle più immaginifiche esplorazioni. È l’avventura quotidiana a sopperire generosamente alla mancanza di favole, giocattoli e presenze. Troppo lavoro e troppi pochi soldi per adulti induriti dalla fatica e da una vita ingenerosa. E così meglio evitare che sorrisi e dolcezze corrompessero e infiacchissero i più piccoli inducendoli a pensare di potersi concedere di tali lussi. Ma ne poteva fare a meno. A compensare, un instancabile ripercorrere su e giù gli spazi di quel piccolo immenso mondo che regalava l’appagamento di reinvenzioni e scoperte continue, di insospettabili tesori e opportunità, fino a che sosteneva la fantasia. Ogni giorno da capo. Bastava tenere d’occhio che non si producessero danni irrimediabili alla punta delle scarpe, tutto il resto con i soli limiti delle proprie capacità di pensarlo e osare farlo. Prima di tutto il piacere che dà, a quell’età, vivere da protagonisti trame dai mille terrori e pericoli… orridi spaventosi da aggirare… per raggiungere il bosco proibito… con dentro la casetta misteriosa… della vecchina maligna che governa l’incantesimo… che solo l’atto di coraggio estremo scioglie… E tutto l’orrore dell’anima incarnato e buttato fuori di sé. Con la perseveranza e la serietà di un’opera che non è mai completa e il tempo che scade e bisogna fare in fretta e bene. E i grandi, immemori complici di quei malefici, che non capiscono e tentano di imporre altre mille sciocche occupazioni, quelle che proprio non servono a niente in quel crinale tra la vita e la morte.

Quando è finita la stagione in cui poco potevano persino la ruvidezza delle rare carezze di una madre sempre troppo stanca e l’avvelenamento del quotidiano allarme per il magro bilancio familiare? Quando è finita l’innocenza e cominciata la consapevolezza di limiti e doveri? quando quella dell’errore e della colpa?

L’uscita, con la scuola, dalla stretta cerchia domestica le apriva il mondo degli adulti, quello in cui vigono le differenze e in cui alla conoscenza si paga lo scotto del giudizio e della competizione. In un gioco truccato, la manifesta disparità di opportunità di partenza stabiliva i ruoli, finché risultassero alla fine tutti coperti e complementari tra loro: maschi e femmine, padroni e operai, ricchi e poveri, belli e brutti, eruditi e ignoranti.

Una nuova mappa tutta da imparare, per muoversi in un territorio feroce e impietoso, palestra di una vita a venire in cui, per volere di una sorte matrigna, le sarebbero toccate più croci che delizie.

E non erano tanto le privazioni materiali a pesarle. Si era conformata in fretta a non scambiare per buono tutto quello che luccica; e vedeva quanta fatica per quel poco concesso.

E poi da mangiare c’era sempre, e un sapiente riciclaggio garantiva ogni volta il cambio di stagione.

Ma i conti proprio non tornavano, se ad esigere di più era quella stima di sé che non trovava più di che alimentarsi in un mondo di relazioni in cui nulla poteva e doveva cambiare.

Tutto quello che c era da sapere, fissato in un codice semplificato che esigeva l’annichilimento di ogni volontà desiderante. Imparare a non contare nulla, a non poter cambiare nulla, a non esserci e a mostrarsi sempre nel decoro della propria autolimitazione. E da questo trarre la soddisfazione di saper fare bene la propria parte ed esigerne il riconoscimento.

La felicità? no, quella proprio no. Invenzione dei potenti per trarre in inganno. Aspirazione persino di dubbia moralità.

E, soprattutto, non dimenticare mai che, dal primo angelo caduto in poi, chiunque avesse provato a ribellarsi si era tirato addosso solo sciagure, per sé e per i suoi simili, come quegli sciagurati che si erano fatti licenziare negli anni cinquanta e che avevano rovinato intere famiglie…

Nella deformante visione di un mondo inamovibile, immodificabile, conformato alla misura dell’ingiustizia e della illibertà, neanche il conforto della promessa del regno dei Cieli per gli ultimi. Macché! Tutto molto terreno e verificabile ogni giorno. Il solco invalicabile che divideva i destini di chi tutto poteva e chi non poteva nulla, portava i segni visibili di differenze sociali materializzate fino alla volgarità e all’insulto dell’ostentazione, proprio della miseria di una sottocultura di provincia e dell’arroganza di una classe padronale che sembrava uscire dalle pagine di Dickens.

Il giorno di santa Barbara, patrona del paese-fabbrica, ^li operai ricevevano la busta con la tredicesima dalle mani di tale Donna Mimosa, mamma della dinastia dei reggenti. La regalia veniva graziosamente concessa e il rituale prevedeva anche un baciamano. Quegli uomini, non certo avvezzi a tanta buona creanza, erano costretti ad un accenno di inchino. Ah, sì. C’erano anche biscotti secchi e vermouth e borse di studio per i figli meritevoli, futuri baciatori di mano. Credo avesse cominciato allora a ritrovarsi a bocca aperta (e chi la conosce sa che non è un modo di dire) ogni volta che l’incredulità l’avrebbe assalita, tanta la potenza simbolica con cui quell’orrendo cerimoniale aveva colpito la sua percezione del reale.

E dunque, perché avrebbe dovuto sorridere quella bambina della foto?

Come poteva mostrare leggerezza nei modi se stava cominciando a capire la fatica di dover tenere a bada l’irrequietezza e il piacere di misurarsi con i limiti fantastici di un mondo che, solo fino a ieri, le erano sembrati esistere solo perché lei potesse sfidarli e superarli? Di colpo, e sempre di più via via che entrava nell’adolescenza, quel mondo raggelava le sue sembianze, nella stessa misura con cui resisteva ai soprassalti della sua volontà resa impotente.

Come fermare la corsa e tornare a perdersi tra l’erba e le cicale? Perché diventare grande se persino il vagheggiare delle promesse dell’amore aveva perso in tutta fretta ogni lusinga nella consuetudine di volti di donne infelici, induriti dalla disillusione? …Stai al posto tuo, sottintendendo quanto fosse già abbastanza dura così. Difficile capire perché sua madre, che pur doveva amarla in qualche modo, l’avesse messa al mondo e non l’avesse pietosamente annegata come un gattino al primo vagito.

Guardava il suo corpo crescere e trasformarsi e non sapeva come nascondere quei primissimi segni di una femminilità da cui sapeva solo che avrebbe dovuto difendersi.

Provare allora a protrarre i giochi infantili. Uno, due, tre… campana. E dove andare a nascondersi per la vergogna del pannetto intriso di sangue mestruale maldestramente collocato e lasciato cadere rovinosamente a terra all’ennesimo salto? …Adesso devi stare attenta. Stattene a casa tua invece di andartene in giro come una vagabonda tutto il giorno.

Asserzione di quelle che non ammettevano repliche; e non rimaneva che ricacciare in gola le tante domande.

Ma come convincere quella donna che non stava simulando, quando sembrava così convinta che ogni sua simile nascesse con la consapevolezza maliziosa di “certe cose”? Come aveva fatto, cosa le avevano fatto per non sentire il desiderio di rassicurare quella sua figlia terrorizzata, di coccolarla e convincerla che finché ci fosse stata lei al suo fianco, non avrebbe dovuto temere nessuna biblica maledizione?

Perché non c era ombra di complicità nelle sue parole e la lasciava sola a scontare quella che doveva essere una sua inconsapevole colpa?

Perché riproduceva lo stesso rituale iniziatico che aveva raggelato anche la sua adolescenza? Perché?

Tutti i segni della tragedia presenti. E, a compensazione, neanche lo scenario della Porta dei Leoni, nello squallore di una quotidianità che certo non avrebbe trovato nessun cantore a renderne grande il dramma.

Puoi sentirmi? Puoi capire quanto mi manchi adesso che avremmo tutte e due le parole per ripercorrere e sanare? Riprendere lì dove le nostre schermaglie si sono interrotte e tu, di fronte all’ostinazione della tua ultima figlia, avevi trovato il modo di autorizzarla ad andare per strade che ti spaventavano almeno quanto ti seducevano.

Adesso avremmo potuto persino riderci su e prenderci la più grande delle rivincite, scambiandoci il sapore della libertà di cui siamo state capaci e godere dell’orgoglio di essere nate donne.

Avremmo fatto finalmente quel viaggio a Venezia che ti avevo promesso e non mantenuto. Tu, veneta, non ci sei mai stata perché il treno che t’ha portata quaggiù non prevedeva fermate turistiche.

Mi avresti dischiuso i recessi della tua infelicità di donna che tanto ha giocato nel mio modo di essere.

Avremmo sciolto l’implicito di dove il tuo desiderio è trapassato nella mia impaziente sete di riscatto e restituito a ciascuna il suo. E avremmo potuto nominare quale il tuo mandato e quale il mio guadagno per averti portato con me.

Avremmo pianto, avremmo riso e celebrato con l’ennesima sfida a tresette la nostra alleanza. In fine adulta ed emancipata dal gravame dei ruoli.

Mi hai aspettata. Quando t’ho rivista nella sala-colloqui di un carcere non hai recriminato. Non hai pianto né speculato sul tuo dolore. Non hai cercato responsabilità altrui su cui scaricare le mie. Sapevi che me le sarei prese tutte. Me l’avevi insegnato tu che così si fa.

Ti sei preoccupata che non sentissi freddo.

Poi, sapendomi al sicuro dall’irreparabile che hai temuto per anni di sentire ad ogni telegiornale, hai smesso di apporti alla stanchezza e al male.

Puoi capire quanto mi manchi? E quanto già mi mancavi mentre prendevo il tuo come mio primo nome di battaglia?

…Come vuoi chiamarti?

Maria.

Naturalmente.

Roma

È passato. Come continuare a vivere?… Quello che non ho avuto, posso dimenticarlo; quello che mi è accaduto non posso dimenticarlo; Dio protegga chiunque da capire che cosa intendo.

Hannah Arendt, Rahel Varnhagen

“Bellina sta ragazzina, peccato che è senza naso!”

Come se io, la titolare del difettoso attributo, neanche esistessi, le due donne approfittavano dell’incontro per scambiarsi qualche lamentazione su quella disgrazia di prole che era capitata loro in sorte. Dalla loro aria di disapprovazione e di reciproca commiserazione capivo che anche quella volta dovevo averla fatta grossa. E pensare che se quell’intrigante non glielo avesse fatto notare, mia madre forse non se ne sarebbe accorta che non ero stata neanche capace di farmi crescere il naso. Dovevo stare più attenta. Imparare meglio a non mostrarmi e, nel caso, a farlo solo con il lato buono della mia faccia.

La rivedo cresciuta. Ancora pochi gli anni ma già non più capace di strappare all’ordinario la leggerezza infantile di segreti rifugi interiori. Dacché le aveva imposto, fino a farglieli introiettare, i suoi principi di realtà, il mondo le resisteva e non si faceva più neutralizzare in quelle trame in cui aveva conosciuto il potere di piegare ogni quotidiana presenza all’affermazione della sua onnipotente unicità. Il tarlo aveva scavato e penetrato, fino a farle perdere ogni sapere di perdute armonie. Quelle che, come gli improvvisi bagliori nei cieli d’estate, placano nell’incanto del non più volere ogni angoscia di finitezza. A quelle figlie del più gratificante, autoreferenziale disordine, era subentrata la coscienza di un mondo non più a misura del suo sguardo, in un rosario di imperiosi rendiconti, da cui non avrebbe più imparato a difendersi. A darsi pace per ogni suo giudizio in contrasto con quello degli altri. Per quei suoi giudizi sempre così in contrasto.

Adesso, a dilagare nei suoi occhi ansiosi, i brutti segni di un grumo di orgoglio ferito e gli scacchi al suo senso di giustizia personale fuori misura.

Nell’osservanza della regola di non doversi mai ritrovare a chiedere e a saper fare da sola, aveva finito per consegnare la ricerca dell’amore di sé allo sguardo di approvazione altrui, fino a farne la misura di relazione con il mondo e di dissimulazione dei tratti più suoi. A consumarla, le insicurezze, le debolezze, la fame nascosta d’amore, stretta nell’ambivalenza del desiderio di sorreggersi e non darne a vedere; di essere tenuta e non affidarsi mai. E quella sua parte più recalcitrante al come si deve, pur se ormai silenziosa, in uno sdoppiamento mai completamente compiuto.

Alla fine della scuola aveva bruciato ogni margine di tolleranza. Era ad un punto morto. L’irrequietezza e la rabbia invece di aprirle nuovi spazi di libertà l’avevano fatta sprofondare ancora di più nella scontatezza delle regole del gioco. La scoperta peggiore era stata ritrovarsi imbrigliata in un ruolo che la omologava, anche se al negativo, alla stessa ipocrita mentalità bigotta che aveva mosso i suoi prevedibili eccessi trasgressivi. Vecchia puttana! quelli li aveva già inventati tutti e, con cinica indifferenza, sapeva renderli persino funzionali ai suoi perversi riti di riconferma.

Quanto impegno distruttivo ci avesse messo e quanto il prezzo pagato per tanto esporsi, non contavano nulla. Alla fine assaggiava la peggiore delle sconfitte. Tutto già previsto in quel gioco vecchio quanto il mondo che aveva finito per accomunarla alle controfigure da niente di provinciali eroi per noia, sempre pronti a ridurre ogni cosa a moda da indossare e dismettere, secondo la stagione.

Cambiare tutto perché nulla cambi… e si ritrovava tramortita e incredula di fronte a tanta capacità di resistenza di quel mondo stagnante che aveva creduto di mandare a pezzi con le sue ingenue provocazioni.

Dei cento fiori che stavano cambiando il mondo e i modi vecchi di pensarlo, non ne aveva visto sbocciare neanche uno nelle improvvisazioni di quella povera compagnia di funamboli a cui si accompagnava.

Nessuna rivoluzione, nessun amore per la libertà e per la messa in gioco di sé su quella strada.

Tutto qua? Tutto qua.

Mentre sembrava non riuscisse più a trovare vie d’uscita per sottrarre la sua esistenza e il suo futuro a un’angustia di orizzonte che la prendeva alla gola, ecco arrivare gli echi stralunati di fatti da non credere.

L’università occupata, gli scontri con la polizia, valle Giulia, gli studenti che non scappano più.

Era il 1968.

Viveva a meno di un’ora di treno da quei fatti ma la distanza le sembrava siderale, come sempre quando non sono i chilometri a farla.

In tutta evidenza non avrebbe potuto accontentarsi di sentirseli raccontare. Doveva andare lì ed esserci.

Forse non era ancora tutto perduto.

Com’è che accade che qualcuno vede e sente mentre tutti intorno sembrano ciechi e sordi e possono attraversare senza avvertire che quello che succede li riguarda come nient’altro al mondo?

Anni di rabbia, di rifiuto impotente, di non accettazione: poi accade. E come un dono dal cielo all’improvviso ci si può ritrovare in sintonia con avvenimenti che riempiono le cronache.

Esisteva dunque un’alternativa tra la rinuncia e la rovina. Di colpo, non si sentiva più né sola né sbagliata. Si trattava di cogliere l’occasione fortunata e accettare la sfida, senza risparmio né riserve. Per lei, per quello che aveva vissuto e le era stato inculcato, significava una radicalità di scelte che non le avrebbero consentito un ritorno. Pur se confusamente sapeva che avrebbe tagliato i ponti con un’esistenza che, seppur intollerabile, era pur sempre l’unica che conosceva e anche l’unica accettabile tra la sua gente.

Anche se l’avesse voluto, e non lo voleva, non le era consentito alcun compromesso.

Doveva andarsene per non tornare.

Poi, molto dopo, sono tornata e ho scoperto quanto impegno avessi messo in quello strappo: nulla e nessuno che potesse restituirmi il legame con i tanti anni vissuti lì.

Facce e luoghi anonimi, cancellati dalla memoria affettiva, resi impotenti a farmi ancora da ostacolo nel cuore e nella mente. Come un’isola, solo le sorelle, i fratelli, le loro famiglie. Come un ritorno felice ad un’origine innocente, da cui non mi ero mai staccata del tutto e a cui avevo continuato a somigliare fortemente.

E dunque era partita.

No, quella non era una partenza. Non c’è partenza senza conto di un ritorno, senza nostalgia, senza doni nella valigia.

Evitando di voltarsi, fuggiva da quel luogo maledetto in cui era riuscita solo a verificare l’inclemenza del già preavvertito, compresa la ruvidezza di quei suoi primi amori che avrebbero dovuto toglierle ogni desiderio a venire.

Strappare, strappare da sé ogni legame, azzerare nella testa ogni ammonizione ricevuta, fare in mille pezzi ogni ricordo e rinascere per smentire e provare che tutto poteva essere diverso. Niente altro era più importante che riuscire a liberarsi dallo stupore per un male che aggrediva alle spalle e reclamava il saldo di un debito che non ricordava di aver mai contratto.

L’immagine della vecchia foto sfumava e attenuava i suoi grigiori… Vedrai, vedrai, piccola mia. L’incantesimo è là e chiede solo di essere spezzato. E tutta la magia nella forza dei tuoi desideri che si faranno beffa dell’inganno di un’attesa da cui non è mai previsto risveglio.

Cos’era che la spingeva a tanto?

Il rancore per l’umiliazione di un padre licenziato da un giorno all’altro perché colpevole di essersi ammalato di lavoro; il suono sinistro delle sirene della fabbrica a scandire ogni tempo di vita e, spesso, anche quello di morte; la miseria di un paese troppo diviso in due, fin nelle sue mappe toponomastiche, per farsi comunità.

Sì, era questo. Come anche lo sconcerto per quanto chiunque, anche appena meno escluso di lei, fosse in grado di offenderla, costringendola, fin nelle piccolezze, a saggiare ancora indecifrabili segni delle differenze sociali. O come la detestabilità dell’oppressione patriarcale che forse era stata la questione su cui più aveva battuto la testa.

Ma la sua era ancora una rivolta priva del linguaggio della politica. Era l’ostinazione a non volere credere che davvero fosse tutto già dato e che quella specie di morte dell’anima fosse il tributo necessario per non farsi troppo male.

Era il rifiuto di dover fare sua la misura della illibertà come condizione desiderabile, in cambio della certezza che l’ingranaggio avrebbe continuato a funzionare e a dispensare anche a lei il poco che le spettava.

Com’è che a volte il meccanismo tramandato si inceppa? e qualcuno dice no, io no.

La faccia incredula di suo padre che si chiedeva da dove fosse spuntata fuori e perché con lei non funzionassero né le minacce né le lusinghe.

Povero …e ricordati che possiamo andare a testa alta perché nessuno di noi è mai finito sui giornali. La frase la dice lunga su di lui e sui giornali. Smentito anche su questo e chissà quante volte si sarà chiesto dove avesse sbagliato così tanto da doversi ricordare ogni volta che, per buona parte, una delle sue enunciazioni preferite fosse ormai diventata impronunciabile.

T’ho rivisto in quel cimitero dove non mettevo piede da più di ventanni. Non eri più venuto a trovarmi in carcere e avevi smesso di credere che un giorno sarei stata io a poterlo fare. Ed io l’ho potuto solo quando tu già non avevi più occhi per guardarmi e continuare a pormi la stessa muta domanda: perché? dove ho mancato con te?

Ancora pochi passi per raggiungerti, ma indugio. Mi guardo attorno e sulle facce stravolte dalla pena dei più giovani di casa leggo la gravità della loro perdita. Io non c’ero negli anni in cui sei stato nonno. Come hai fatto a conquistarli tanto? anche loro con la seduzione del tuo fascinoso affabulare le storie vere che hai vissuto? le stesse che non mi sono mai stancata di riascoltare e che, benché di ognuna ne conoscessi il corso, non hanno mai perduto l’incanto della meraviglia? E che tu non hai mai smesso di raccontarmi, come fossero le rare occasioni in cui sapevi di non aver perso su di me il potere della tua parola.

Ti ricordi? Ero la tua preferita, come sempre per te l’ultima nata, finché non ci ha divisi la tua pretesa che restassi bambina e il tuo essere il manchevole marito di mia madre.

Negli ultimi colloqui in carcere ti era presa una specie di ansia. Volevi spiegarmi, giustificarti, per un danno che aveva già da tempo dispiegato tutti i suoi effetti. Certo non immaginavi fino a che punto ti avevo combattuto dentro di me, perché con le tue crudeli vacuità maschili non mi impedissi di credere possibile altro. Volevi ti perdonassi, che credessi anch’io, come piaceva credere a te, che l’avevi sempre amata, anche nell’offesa. Per la prima volta finalmente sembravi aver accettato che fossi cresciuta. Così tanto da poterti mostrare a me nelle tue pochezze di maschio. E dunque non ignoravi quali impronte quei vostri livori mi avevano lasciato addosso.

Guardandoti, con tutto l’amore e la distanza insieme, sorridevo con indulgenza, come si fa con i bambini. Come sempre scioccamente illusa di saper difendere la mia felicità di donna da mani come le tue.

Poi non t’ho più rivisto, fino al giorno del tuo funerale.

Mi sono chinata a baciarti, ma non eri più tu; e ancora sento quel gelo sulle labbra che, vigliaccamente, contende il ricordo della morbidezza dei tuoi tratti.

No, neanche i segni della dolorosa sconfitta sulla faccia del suo amatissimo padre sarebbero riusciti a fermarla. E lei, dicendo di partire, era fuggita, portandosi dietro solo quella bambina che era stata, a cui aveva giurato che non avrebbe avuto altro pensiero che liberarla dalla paura, fino a farsene rivivere dentro l’innocenza. Andava a verificare se avesse potuto ancora decidere, scegliere e desiderare, armata di entusiasmo e disperazione come si trattasse dell’ultima trincea.

Non aveva ancora vent’anni, e le capitava proprio allora.

La percezione esaltante di poter partecipare a qualcosa di straordinario, dominato da ragioni partigiane che, oltre ogni frontiera pensabile, accomunavano i destini di chiunque fosse in rivolta contro l’esistente. Qualunque faccia esso mostrasse. Che spadroneggiasse in fabbrica o con un esercito d’occupazione. Che corrompesse l’anima e le menti nell’opera di mercificazione più grandiosa fino ad allora conosciuta.

Roma. Le assemblee, i cortei, la politica fuori e contro i Palazzi, i compagni, i testi sacri, i “Quaderni rossi”. E le interminabili discussioni su come si costruiva il mondo nuovo e il “noi nuovo”.

E le notti passate a naso in su a riempirsi gli occhi e il cuore di terrazze e cornicioni e cupole e marmi. Quei vicoli e le scalette e le piazze, non erano semplici luoghi fisici. La loro bellezza stava soprattutto nel senso di padronanza di quel viverli insieme, nello scenario che offrivano agli incontri, ad un mondo di relazioni, di significati forti in cui la politica era il parametro con cui guardare e interpretare ogni cosa. In quei luoghi si sapeva sempre perché doversi alzare la mattina dopo e per fare cosa.

Ci sono tornata quasi in pellegrinaggio al primo permesso dal carcere e, seduta ai piedi di Giordano Bruno fra turisti e panini e fotografie, ho consumato fino in fondo la sciocca illusione che mi sarebbero stati un giorno da rifugio per sanare almeno in parte l’estraneità e lo spaesamento che mi attendevano. Anche loro non erano più gli stessi senza più il segno distintivo che li faceva parte integrante di quella rivoluzione. E proprio lì ho scoperto, dopo l’incantesimo del tempo fermo della galera, che la mia giovinezza è davvero passata e che niente si può rivivere se non nella memoria.

Imparare la militanza. Alzarsi ogni mattina all’alba. Operai e studenti uniti nella lotta. Accidenti a loro che oltretutto le fabbriche (come le carceri) le fanno tanto in periferia, che la mattina è ancora buio e persino a Roma trovi la nebbia. I primi approcci con operai che non si fidavano affatto di quegli strani studenti che dicevano di lottare contro i loro stessi privilegi.

Tutto da inventare, passando per l’infelice domanda del giovane compagno al primo operaio avvicinato all’uscita dei cancelli:

.. Tu stai alla catena?”

“…E che so’, un cane?!”

Ma i tempi erano quelli giusti, e il ’69 operaio apriva l’esaltante stagione dell’autonomia politica di una classe che scioglieva i vincoli dalle vecchie rappresentanze e costruiva inedite alleanze con i senza tessere, i senza mestiere, i senza storia. Saltavano i meccanismi delle deleghe e del decisionismo dei vertici e, soprattutto, di quella politica così lontana dai luoghi e dalle forme in cui si imparava a organizzarsi, a lottare, e si scopriva che era persino possibile vincere, sfruttando il vantaggio dell’iniziativa.

Molto si è detto su quel movimento e sui suoi esiti. Ogni parte politica ha rivendicato a sé accertata paternità, edulcorandone sapientemente i tratti, arrogandosene meriti e vittorie e attribuendo agli altri errori, orrori e sconfitte. Su tutte, una riflessione forse sarebbe ancora utile per l’oggi e non un inservibile “se” con cui, si dice, la storia non si riesce proprio a fare.

E allora forse non è del tutto ozioso tentare di affrontarla.

Per capire.

Per capire il perché della pervicace anomalia che soffoca la cultura politica di questo paese nell’ossessione consociativa della governabilità a tutti i costi; la stessa che impedisce il governo dei conflitti e degli stessi mali sociali e ne tratta sempre come se ogni volta fosse in questione la difesa in armi dell’ultimo avamposto della convivenza civile.

Con rarissime e impotenti eccezioni, nessuna parte politica ha saputo distinguersi nella capacità di fare proprie quelle domande sociali di cambiamento e trovare risposte all’altezza della mediazione politica necessaria.

Fatti i dovuti distinguo, la stessa fisionomia da convitato di pietra dietro la celere mandata contro cortei e scioperi; dietro l’arroganza miope delle decisioni separate di partiti e sindacati; dietro la distanza dei Palazzi dalla nuova politica e dalla vita sociale; dietro le parole di un papa a pesare sul destino di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate rosse.

La stessa cultura politica che non accetta nessuna familiarità con la diversificazione delle soluzioni possibili e che oscilla tra omologazione e pluralismo indifferente, nell’ossessione di negare le ragioni e la potenza trasformatrice dei conflitti.

Come sarebbe andata se…? È veramente oziosa la domanda? O piuttosto è ancora un credito di riflessione che si può esigere per sfuggire alla morte del senso, del rimaneggiare politico della storia per interessi troppo contingenti?

Colpo di stato

La mancanza di Tutto, mi impedì

di sentire la mancanza delle cose minori.

Fosse stato lo scardinarsi di un mondo

o l’estinguersi del sole, nulla era così importante da farmi alzare il capo,

dal lavoro,

per curiosità.

Emily Dickinson, Silenzi

In fondo al corridoio, sotto alla finestra, per la ricorrenza dei morti comparivano i santini dei parenti scomparsi. Specie la sera, quando su quelle facce sconosciute si rifletteva la luce tremolante dei lumini votivi, l’immagine era di quelle da accapponare la pelle.

Chi sono?… sequela di nomi senza nessuna evocazione di ricordo per me, ancora troppo piccola per aver conosciuto la morte da vicino.

E questo, che metti in mezzo a zio Giovanni e nonna Olga, chi è? un grand’uomo, mi rispondevi. Punto.

Sarà perché quell’angolo di casa solo un mese dopo sarebbe stato lo scenario del presepe per una ben altra festa, sarà per quelle brutte facce listate a lutto; ma ogni anno, non vedevo l’ora che venisse smantellata quella terrificante messa in scena carica di inquietanti misteri.

Temevo quelle presenze e soprattutto quel signore lì in mezzo, che oltre ad essere morto e aver lasciato quella brutta fotografia, aveva anche il torto di pretendere il mio sguardo dolente senza neanche l’attenuante di essere uno di famiglia. E non bastava ad acquietarmi il fatto che doveva essere stata una persona buona visto che tu, padre mite, gli tributavi i segni di una profonda riconoscenza. Dopo, molto dopo, ho scoperto che era Benito Mussolini, ai tuoi occhi meritevole di un’onesta amministrazione del paese, la stessa che poi riconoscerai anche alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro.

Chi te lo avrebbe detto che solo pochi anni dopo, oggi, il tuo sarebbe stato considerato non un debole pensiero ma il segno culturale distintivo del rassicurante revisionismo riconciliatore di questa omologata epoca postuma?

Su quelle tue bizzarrie abbiamo continuato a discutere e litigare. E tu non desistevi dall’intento di convincermi, credendo che scherzassi quando ti dicevo che quell’uomo non avrebbe mai potuto piacermi perché, prima ancora che per essere stato un dittatore, lo ricordavo come uno dei mostri che avevano popolato i miei incubi infantili.

A lei era toccato il presidio della Rai.

Stavolta l’allarme sembrava cosa seria: Stanotte tutti quelli dei partiti di sinistra dormono fuori casa…

Colpo di stato.

No, loro non si sarebbero fatti prendere e avrebbero organizzato la resistenza armata. Per prima cosa bisognava verificare quanto c’era di vero. E questo era ancora facile. Avrebbero dovuto vedere i carri armati arrivare nei pressi dei Palazzi del potere. Bastava essere lì e controllare se succedeva.

Ci ritroviamo domattina e… occhi aperti!

Primi anni settanta e per la sua generazione questo non era un film. A pensarci adesso non è facile ricordare dove trovassero tanta incosciente fermezza nel giocarsi la vita. Non erano che gruppetti di giovani compagni, insofferenti dei tentennamenti di una sinistra extraparlamentare messa alle corde, con nient’altro che la determinazione a cercare nuove strade per continuare quella rivoluzione che aveva consumato in fretta l’innocenza dei primi entusiasmi, di fronte al volto livido di un potere assassino e stragista e di una sinistra istituzionale che perfezionava la sua paranoide sindrome rinunciataria da accerchiamento.

Quello che è stupefacente oggi è che allora poteva sembrare normale che tutto questo accadesse, tanto che a raccontarlo adesso si rischia il fantastico, come le guerre invisibili del colonnello Buendia. Eppure succedeva.

Com’è che invece si parla di un paese in crescita, pacifico e operoso, per niente attraversato da tensioni straordinarie, se non fosse stato per chi, nell’ombra, tramava, spalleggiato oggettivamente da un movimento estremista e suicida?

Com’è che non si dice che le bombe e la violenza della reazione padronale e della politica ridotta a strumento di potere impedivano di credere all’efficacia, all’affidabilità e persino all’innocenza delle logore mediazioni dei partiti?

Com’è che non si chiama alla sua responsabilità chi concepiva quel conflitto sociale inconciliabile con i tatticismi e le alleanze dei vertici? e a quella di chi ha sparato il primo colpo, ipotecando gli anni a venire?

La notte è passata e quel che si temeva non è avvenuto. Un senso di sollievo ma anche un disagio che mi fa sentire come fuori quadro. Il pericolo scampato e la nostra azione da commando mi pesano addosso in tutta la loro sproporzione, adesso che velocemente cambia la scena davanti al solito cappuccino e cornetto, come ogni mattina. Adesso che so che stasera saremo ancora lì, in piazza, a tirare tardi.

E ogni dubbio di sconsideratezza diventa incontenibile quando, tornando nella casa convenuta, mi imbatto nella moglie di uno del nostro gruppo di aspiranti cospiratori. Lei, molto meno eroicamente, sta tornando dal suo turno di lavoro di notte. Bisogna spiegare a quella donna il senso dell’improvvisato bivacco in cui abbiamo trasformato la sua casa. Ci provo: “Sai, notizie gravissime… dobbiamo organizzarci… resistere…”. Lei mi guarda stravolta dalla stanchezza e molto poco partecipe di quello che deve giudicare una specie di gioco per mentecatti sfaccendati – e con un “Sì, sì, certo…” mi chiude in faccia con risolutezza la porta della sua camera da letto facendomi riapparire davanti agli occhi quella temutissima espressione, tra l’irritato e il compassionevole, che metteva su mia madre quando mi invitava a smettere di sognare, che in casa c’era tanto da fare.

Ma cosa avrebbero fatto se quella missione notturna avesse avuto l’esito temuto?

Insieme all’orrore, all’incertezza e alla paura, le attraversava la mente anche uno sgradevole senso di inadeguatezza. Come di preoccupazione per i margini di vivibilità che ancora si permetteva mentre, sempre più spesso, prefigurava con i suoi compagni gli scenari di una guerra che si dicevano pronti a combattere.

Sarebbero stati davvero in grado di affrontarla? Come coniugare una simile prospettiva con una quotidianità ancora piena di futuro e attraversata dalla ricerca del gioco, del piacere, della spensieratezza? Anche quella mattina, non l’abbandonava l’allarmante sensazione di non essersi ancora chiusa tutte le porte dietro.

Come se fosse possibile farlo prima di sentircisi davvero costretti.

Doveva, come sempre, tenere a bada il mostro che la allertava con segnali di incombente sciagura per ogni suo strappo alle regole. Veniva da una storia personale in cui non le era stata insegnata nessuna benevolenza per chi si perdeva dietro l’illusione suicida di cambiare il mondo, e dove era sconosciuta l’indulgenza per il ribellismo giovanile poi divenuto di moda.

Niente era dovuto e tutto andava guadagnato. Nella sua famiglia, i più grandi avevano cominciato ad andare in fabbrica ancora ragazzi; e solo sudarsi il pane dava identità e diritto di parola. Cose negate a chi mangiava a sbafo sulla fatica altrui – come, più o meno sottinteso, alle donne, per natura deboli e inaffidabili, portatrici di ogni disordine e mollezza. Nessuna facile ragione dunque, per la sua insofferenza. Di ogni sua intemperanza avrebbe dovuto rendere conto, e non doveva aspettarsi da nessuno quello che poteva darsi solo da sé. Soprattutto quella libertà che andava vagheggiando. Doveva contare sulle sue forze e, con tutta la spavalderia di chi, irridendo ogni regola condivisa, osa andare a vedere in un gioco truccato, doveva attraversare ogni volta senza reticenze e infingimenti i margini della sua risolutezza.

E se non voleva finire per fracassarsela, doveva farsi diventare la testa ancora più dura dei muri contro cui continuava ad andare a picchiare. Questo lo aveva imparato da tempo, fidando di poterla fare franca solo a patto di usare la massima determinazione e andare fino in fondo, perché lo scontro era di quelli che non prevedevano prigionieri.

E dunque fare e rifare il quadro di quanto ancora, a ogni nuovo strappo, metteva in gioco le sue forze, senza concedersi nessuna scappatoia.

Ma quali poi le scelte possibili? Quali le alternative?

Tornare a casa per sfuggire al terrore? risolversi a credere che l’unica rivoluzione pensabile non fosse davvero altro che la “democrazia progressiva” di Botteghe Oscure? quella che non portava al comunismo e, in verità, neanche al socialismo ma prometteva, in cambio di un sostanziale arretramento di posizioni, un riparo dalle mai sopite tentazioni della destra fascista?

Come se perdurasse l’incantesimo del dopoguerra, come se nulla fosse accaduto in quel risveglio di coscienze e di lotte. Se nel ’45 c’era la vi flotta ad impedire, adesso c’erano gli stragisti golpisti. In mezzo un movimento variegato da riportare alla ragionevolezza di una resa più o meno onorevole, da costringere nel nuovo “patto sociale dei produttori”; oppure da battere, delegittimare e badare che non continuasse a fare danni.

Altro non c’era.

Ma veramente non poteva esserci altro? E di chi la responsabilità per tanta angustia di prospettive politiche?

In una simile limitatezza di orizzonte e assenza di mediazioni politiche, la cosa più facile era stata trovarsi a rivestire i panni dell’estremista. Buffo. Lei che estremista non si è mai sentita. Ma quale lo spazio per una politica che avesse un senso, in quelle dinamiche di aggregazione che gli apparati di una sinistra strabica neanche conoscevano più, visto che con tanta determinazione si disfacevano anche di pezzi di sé dalla improbabile vocazione barricadera? per non dire del loro prudente stare a guardare persino nella battaglia referendaria sul divorzio.

Ma intanto i tempi incalzavano e non lasciavano più margini a tante domande. Dai centomila nello stadio di Santiago del Cile, come una frustata in pieno viso, la scossa decisiva al fragile quadro di posizioni.

E ciascuno dovette decidere.

Lì, in mano ai macellai, c’erano i corpi e le idee di libertà di compagni che appartenevano anche a loro. Quella era una tragedia che travolgeva tutti.

Ognuno ne fece la sua lettura.

Molti, e lei con loro, con gli occhi velati e l’anima tra i denti, giurarono che mai più si sarebbero fatti trovare senza fucile. Quel massacro distruggeva ogni residuo di credibilità nell’esistenza di una via pacifica per cambiamenti sostanziali di governo. Il tempo delle rivoluzioni violente non era affatto finito e resistere dopo diventava una trappola mortale.

Occorreva anticipare il nemico, conquistare una mentalità offensiva e sfruttare tutto il potenziale di un movimento ancora non disarmato dalle lusinghe tattiche di alchimie politiche di nessuna credibilità.

Pressata in mezzo ad una folla di compagni, subito “dopo”, celebravo tanto lutto nell’atmosfera eccitata e innaturale dei momenti estremi, quelli in cui tutto può succedere e niente è più al suo posto.

Un misto di paura, rabbia, dolore, che saliva in bocca, col sapore denso dei momenti di massimo coinvolgimento emotivo.

Sentivo le voci, gli slogan, le bestemmie, le minacce. L’abbraccio e la coralità del momento. Che fortuna in simili ore il calore di ritrovarsi in tanti, a farsi coraggio.

Ma la mia mente vagava e non ero lì completamente. Pensavo a domani, a quanto poteva essere diverso, senza riuscire a prefigurarmi i contorni di quello che avrei dovuto imparare a fare.

Stringevo distratta la mano del mio compagno, finché non mi accorsi dei suoi singhiozzi. Grande e grosso com’era, piangeva come un bambino per le notizie che continuavano ad arrivare e che si dilungavano sui particolari della belva nemica che celebrava il suo rituale di sangue.

Le sue lacrime mi scossero, costringendomi a tornare al momento estremo che vivevamo.

E sentii che eravamo perduti.

Seppur ancora confusamente, percepivo che non ci saremmo sottratti a scelte a cui ci sentivamo obbligati. Scelte non più rimandabili e a cui avremmo dovuto conformarci, fino a fare violenza su noi stessi e imparare la durezza… “Noi che avremmo voluto essere gentili, a noi non fu concessa gentilezza…” non aveva detto pressappoco così il compagno poeta?

No, non ci avrebbero permesso alcuna azione politica se non li costringevamo a farlo, e niente ci faceva intravedere una strada che non fosse quella di uno scontro diretto, sanguinoso, indifferente al sacrificio dei nostri giovani anni.

Il punto non è se ci fosse o no, in quegli anni, discussione sulla scelta delle armi – e non solo discussione. Nessuno potrebbe negarlo senza arrossire. E anche sui numeri non si può giocare alla quota minima consentita. Quel movimento, anticapitalista e antistatuale, esisteva, ed esisteva tanto da essere il problema politico attorno al quale si intrecciavano le strategie dei partiti per superare una situazione per loro incontrollabile.

Il punto vero è quali fossero le alternative che non ne prevedessero la morte, ma la via d’accesso alla legittimità di esistenza, per quanto conflittuale e di non facile percorso. E perché nessuno ne ha trovate, lasciando quello scontro sociale senza apprezzabili vie d’uscita.

Il giudice Sossi

Davanti alla legge sta un guardiano. A questo guardiano si presenta un uomo venuto dalla campagna e chiede di poter accedere alla legge. Ma il guardiano sostiene che per adesso non gli può consentire alcun accesso. L’uomo riflette, poi domanda se potrà entrarvi più tardi. “Può darsi,” replica il guardiano, “adesso comunque no.”

Franz Kafka, I racconti

Quel pomeriggio là c’eravamo anche noi. Per altri motivi, ma eravamo proprio là dove si doveva svolgere quella manifestazione davanti all’ambasciata. Noi, aspiranti brigatisti, studiavamo un obiettivo da colpire mentre quegli altri, non più i tanti di una volta, protestavano contro qualche feroce staterello a nuova dittatura di diretta emanazione yankee. Ci ignoravamo a vicenda, pur muovendoci a pochi metri di distanza. Per noi, maldestri megalomani, il pomeriggio finì con un’assurda discussione alla ricerca del colpevole della leggerezza che aveva portato lì ad appostarsi tutta quella polizia. Per loro, con un altro compagno ammazzato, in quella che era ormai diventata una guerra a senso unico. Loro tutti quei poliziotti forse neanche li avevano visti, se non quando se li erano trovati alle spalle a rispondere con le armi alle molotov lanciate dal gruppetto di testa: un simbolico portone bruciacchiato e la vita di un giovane comunista. Comparazione insensata, soprattutto per chi, come me, aveva già deciso altre strade per opporsi.

Eppure come una specie di rimorso per quel compagno sconosciuto morto ammazzato a due passi da me. Chissà? se fossi stata meno occupata a districarmi negli impacci delle mie nuove vesti guerriere, forse mi sarei accorta di tutto e avrei potuto avvisarlo che lo stavano aspettando, e magari coprirgli la ritirata.

Domenica d aprile. In una casa di borgata, una singolare compagnia di “fiancheggiatori” si accapigliava sulla sorte che le Brigate rosse avrebbero dovuto riservare al giudice Sossi. L’animata discussione avveniva in modi niente affatto riservati, come se la questione riguardasse chiunque si fosse trovato a passare su quel ballatoio di ringhiera, chiamato a decidere su qualcosa che aveva strettamente a che fare con la sua vita, con la maggiore o minore libertà di cui avrebbe potuto godere.

Quelle persone, come a rispondere alla convocazione del “tribunale del popolo”, erano lì a giudicare l’odiato prigioniero, anche se un brigatista in carne ed ossa non lo avevano mai visto e ne possedevano un’immagine eroica e lontana. Il fatto certo era però che andavano delegando a quei compagni tutto quello che pensavano andasse fatto, sulla stessa strada che poi molti avrebbero percorso in quella sorta di esteso consenso alle organizzazioni armate che oggi solo i più onesti sono disposti ad ammettere.

Le Brigate rosse c’erano già da qualche anno con le loro azioni contro i capi delle fabbriche del Nord, e animavano il diffuso dibattito attorno alle forme che doveva prendere la lotta armata, con la forza indiscutibile del loro esistere e del successo delle loro iniziative. Lì a dimostrare che era ancora possibile lottare efficacemente e, per tutti quelli che avevano ormai percorso ogni strada percorribile sul terreno dell’opposizione legale, rappresentavano la via d’uscita alla strettoia di dover ormai mettere in conto l’inaccettabile eventualità di uno scontro armato persino per andare a occupare una casa.

Se dovevano armarsi non poteva essere per difendere un simile terreno minimale. Ma quale difesa possibile lì dove una volta bastava essere in tanti e saper “tenere la piazza”?

Dovevano sottrarsi a quello scontro impari e riprendere in mano l’iniziativa, modificando le regole del gioco per non retrocedere fino all’ultima trincea, sfiancati da una reazione che decapitava il movimento ai vertici e lo terrorizzava alla base.

Ma armarsi non voleva affatto dire la lineare recrudescenza delle forme di lotta fino ad allora praticate. Tra quelle e la lotta armata non c’era una escalation, come di febbre che sale. C’era un salto che modificava tutto e non veniva da sé, per accondiscendente tendenza spontanea, come si trattasse di un fattore genetico insito nella natura di una generazione di violenti.

C’era, prima di tutto, un’idea di trasformazione sociale radicale e una ricerca degli strumenti politici che la rendessero praticabile sulla base di una valutazione delle forze in campo, dei comportamenti dell’una come dell’altra parte, delle prospettive dello scontro e dei rapporti di forza. Di qui la “naturalezza”, tra lo sfaccendare attorno al pranzo domenicale, dell’accendersi di discussioni come quella, che coinvolgevano molti più dei tanti che, sulle prime linee di quello scontro, si sentivano aggrediti e che stavano cercando proprio la strada per rompere l’accerchiamento e sottrarsi al terreno imposto dal nemico.

E dunque il giudice Sossi.

Era l’incarnazione stessa del potere. Sembrava avere una forza immensa, intangibile.

Nel processo contro i compagni della “xxn ottobre”, nei panni dell’accusa, aveva magistralmente rappresentato la ferocia, l’arroganza e l’ottusità di una borghesia che difendeva se stessa dal suo peggior nemico, colpendolo con una durezza esemplare nel momento stesso in cui ne distruggeva l’identità politica.

Che quello fosse stato un processo tutto politico, anzi di guerra, con un esito più legato alla Ragion di stato che a quella giudiziaria, era, prima ancora che evidente, volutamente evidente. Si voleva dare un messaggio inequivocabile a chiunque si fosse lasciato tentare a seguire la stessa strada di quei compagni, anticipando e forzando, con una dimostrazione di potenza e determinazione spropositata rispetto agli avvenimenti, il livello dello scontro e il ruolo, niente affatto indipendente, che certa magistratura avrebbe sempre più perfezionato.

Quel giudice adesso era in mano alle Brigate rosse. Si era voluto processare la rivoluzione e adesso, come già era avvenuto dentro a delle “gabbie” di tribunale, si ribaltavano i ruoli.

Chi giudicava chi?

A livello simbolico l’inversione delle parti, nell’immaginario di ciascuno, era enorme, di quelle che mettono il mondo a testa in giù, sfatandone letture e interpretazioni. Di quelle che nessuno può ignorare e che costringono ognuno a prendere posizione.

E in quella animata discussione, era come se ognuno sentisse che la sorte del prigioniero riguardava le prospettive del suo stesso futuro politico e, immediatamente, le intime speranze di riscossa dei tanti che riuscivano a cogliere lo stretto legame fra le lotte che arretravano e quel tipo di processo a un gruppo di comunisti in armi.

Per questo era possibile, in quella domenica d’aprile, che fosse coinvolto, in una specie di giudizio per interposta persona, quell’intero ballatoio, frequentato anche da molto poco probabili aspiranti guerriglieri. Complici finestre e porte aperte ai primi tepori di quella straordinaria primavera.

Come finì?

È noto.

Fu trovato un punto di mediazione.

Le Brigate rosse trattarono.

Il giudice prigioniero fu rilasciato e, subito dopo, il procuratore Francesco Coco, che si era impegnato pubblicamente, con fare risoluto si rimangiò la parola.

Finì con i compagni in galera sepolti da condanne secolari, la lotta rivoluzionaria trattata alla stregua di fenomeno delinquenziale e uno scontro armato fortemente sbilanciato sul terreno militare.

Eppure quello scambio di prigionieri stava a rappresentare uno stato delle cose: in carcere c’erano dei militanti di un’organizzazione combattente, i primi dal dopoguerra, così come ce n’erano altri che combattevano all’esterno.

A torto o a ragione, quei comunisti si ritenevano l’avanguardia di un movimento di classe fortemente critico o completamente avverso alla politica dei partiti e credevano necessario e possibile ridiscutere la questione del potere.

Troppo semplice? Forse. Ma nulla toglie che questo accadeva, aveva origine e metteva radici in quel clima di scontro sociale e lì traeva le sue ragioni d’essere prima che tutti i suoi torti, mentre la politica dei Palazzi smentiva clamorosamente la sua funzione di arte della mediazione, non riuscendo a comprenderlo ed escludendolo dal suo campo d’azione.

In quegli avvenimenti la mia scelta di entrare nelle Brigate rosse. E cominciai a cercarle con tutta la consapevolezza che la fase delle azioni armate incruente fosse finita.

Potevo sottrarmi a quel punto? Dovevo capire che non esisteva spazio alcuno al di fuori del precipitare in un colpo su colpo ?

Certo.

Potevo ammettere la sconfitta e rinunciare. Potevo capire l’inganno simbolico di una rappresentazione astratta del potere, rompere lo specchio e andare a vedere. Rintracciare, tra le righe di grandi narrazioni troppo semplificate, la storia del paese dei Duali. Quella in cui si racconta di un mondo diviso in due opposti di cui i Buoni, secondo una Ragione ordinatrice, attribuivano la loro imperfezione agli impedimenti degli avversari e, secondo una Tradizione tiranna, agivano seguendo il lascito dei padri a concludere ciò che a quelli non era riuscito. E così, avanzando e ritirandosi ma sempre alla stessa distanza dal campo opposto, giustificavano i loro insuccessi con l’esistenza del nemico.

Il gioco poteva finire solo con la riduzione a sé dell’altra parte. Da questa sfida mortale derivava la conquista di quel genere di identità che per distinguersi ha soprattutto bisogno di collocarsi al di qua di una autoreferenziale linea di confine da cui padroneggiare l’esclusione dell’altro.

Ogni volta daccapo, passando da fughe a offensive per arrivare a fondare quel nuovo ordine sociale che, solo dopo, li avrebbe fatti capaci di ridefinire compiutamente se stessi e il mondo.

Finché, a spezzare l’incantesimo, una voragine separò il paese in due, e nell’una come nell’altra parte si ritrovarono tutti gli eguali.

Furono costretti a guardarsi e, prima che l’atto di cannibalismo estremo li liquidasse tutti, i Buoni infine si avvidero di quanto lunga fosse la strada per sapere tutto quanto ancora c’era da sapere.

No, lei non conosceva questo modo di raccontarla. E poi bisogna ricordare che si trattava dei primi anni settanta. Di quando ancora c erano i muri, la vecchia Dc, il Pci e nel senso comune era immediatamente comprensibile la storicità presente dell’alternativa irriducibile tra capitalismo e socialismo.

Di quando, a migliaia, si cantava nei cortei di violenza e di rivolta.

Di quando i ragazzini albanesi ancora non venivano a prostituirsi qui da noi. Sarajevo era bellissima e le sue donne non sapevano dell’orrore che avrebbero conosciuto.

Di quando i carri armati non avevano ancora marciato contro gli studenti a piazza Tien An Men e la “convivenza pacifica” preparava i fasti del più colossale riarmo a memoria d’uomo. Mentre il “bene in sé della produzione”, travolgendo relazioni industriali inservibili nel dominio dell’impresa multinazionale, si attrezzava ad esuberare sempre più operai straparlando di un lavoro più pulito e sicuro – che oggi fa quattro morti al giorno fra i pochi fortunati che si spartiscono un simile bene.

Si era alle porte di una fase rivoluzionaria? Domanda truccata, visto che viene rivolta sempre alle rivoluzioni fallite.

Più precisamente si era ancora dentro, alla fine ma dentro al secolo delle rivoluzioni, che dal ’17 sovietico in poi aveva diviso il mondo in due concezioni contrapposte della politica, dell’economia, dei rapporti sociali, della finalità dell’esistenza umana.

Paradigmi politici ottocenteschi, si ama dire oggi. Con più di una ragione. E sarebbe saggio andare a vedere, procedendo per scarti e differenze e non per totali abiure o riproposizioni.

Ma oggi chiunque può dire tutto e il suo contrario: tanta vacuità ha assunto lo sguardo sulla realtà che qualsiasi fatto resiste all’attenzione per lo spazio del suo consumo emotivo. E poi via.

Ma quelli erano altri tempi. Tempi di legittimazione della violenza come levatrice della storia. Tempi di grandi certezze e di una caparbietà di intenti come solo a volte capita; e per molti non era affatto agevole pensare che quel tetto che neanche i “fazzoletti rossi” alla Fiat sarebbero riusciti a sfondare, fosse il limite invalicabile dell’impossibile trasformazione rivoluzionaria.

Perché le regole del gioco di quello scontro non si facevano più in fabbrica, tanto che quelle lotte straordinarie neanche riuscivano a pesare sulle decisioni contrattuali, figurarsi su tutto il resto. Si doveva attaccare, lo stato, il potere, la Democrazia cristiana, per poter essere parte decisiva sul come si usciva da quello scontro e in che direzione. Fuori di questo non c’era nulla se non assistere alla lenta agonia di quel risveglio di protagonismo sociale che impediva da anni la normalizzazione della vita del paese.

Ma che c’entravano le Brigate rosse con la tradizione rivoluzionaria comunista? chiedono autorevoli maitres à penser, quasi sempre dalla carriera assicurata e che hanno il successo come unica misura di valore. I più benevoli accusandole di nessuna ortodossia – come se qualche rivoluzione ne avesse rispettata una. Tutti gli altri per una sorta di conventio ad escludendum dell’appartenenza stessa dei brigatisti alla politica o alle file comuniste o al genere umano, secondo i casi. Una specie di cortocircuito a impedire ogni ragionamento.

Ma delle domande rimangono, anche alla luce dell’attuale messa in liquidazione di un patto sociale durato cinquantanni.

Non si può mai sapere.

Femminismo? No, grazie!

Il femminismo attribuiva al dominio patriarcale le miserie delle nostre madri, e in questo modo ci autorizzava a soffermarci sulle miserie delle nostre madri. Per cui, in buona sostanza (di ordine simbolico) il femminismo non faceva niente di diverso da quello che fa il patriarcato.

Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre

“Prima gli uomini!…” sentenziava mia madre riferendosi ai piatti da riempire. Difficile, ogni volta, non temere di rimanere senza nulla da mangiare. Così, tanto per abituarci, noi femmine, ad aspettare e non pretendere.

Sta andando a raggiungere i compagni per una riunione clandestina.

Roma, come spesso accade, è attraversata da un corteo.

Gira armata e con documenti falsi e proprio non le andrebbe di mettersi a discutere con un plotone di celerini.

Si ferma per capire la situazione e, con un senso di sollievo, realizza che si tratta di un corteo di donne. Difficile possa essere una situazione pericolosa, almeno finché le squadre speciali di un ministro della Guerra non sono riuscite a rendere possibile anche questo.

Dovrebbe proseguire – non deve far aspettare gli altri. Dovrebbe, ma indugia.

Le voci, l’allegria, il linguaggio e gli atteggiamenti di sfida, stranamente le legano le gambe e l’attraggono come un richiamo.

Sarà per quegli abbigliamenti colorati che lei ha dovuto abbandonare per più anonimi grigetti e marroncini. Sarà perché lo strappo con le tante da cui si è separata ancora brucia. Sarà perché i cortei le sono sempre piaciuti.

Sarà quel che sia: sta di fatto che quel giorno le pesa non poco non poter essere una di quelle donne.

A fatica riprende il suo cammino secondo una destinazione diversa da quella del corteo, a simboleggiare ben altre diversità.

Si gira un’ultima volta a guardarle. Sono ormai lontane, e non solo fisicamente. Sa che comunque non avrebbero granché da dirsi ma, con rabbia, sente che il lutto di quella separazione non è stato elaborato a sufficienza e ancora fa male. Con rabbia, perché certi distacchi li ha patiti come tradimenti e con stupefatta incredulità.

Come è stato possibile che tante compagne abbiano potuto abbandonare la politica rivoluzionaria per un movimento interclassista, elitario e di vecchia impronta emancipazionista? Il rifiuto della “politica degli uomini”, l’autocoscienza, la parità le sembravano, insieme, una fuga verso lidi più tranquilli e, per paradosso, l’insensato riconoscimento di una superiorità maschile da eguagliare. E persino insopportabile le era quel fondo di vittimismo querulo con cui le sue simili battagliavano per il loro riscatto e si separavano nell’agio di troppo semplificate affinità.

Ancora più insopportabile il corrispettivo atteggiamento maschile. I “femministi”, con tutta l’ipocrita accondiscendenza con cui giocavano a dimostrare l’infinita apertura mentale di chi era persino disposto a rinunciare a una signoria totalizzante per concedere, in perfetta complementarità, l’altra metà dello stesso cielo. Altra, rispetto alla loro, di implicito riferimento… cavalcando la tigre e aspettando sulla riva del fiume, visto l’attuale silenzio maschile che la dice lunga sulla profondità del loro ripensarsi non più come misura universale di valore.

In anni in cui, in disperante simmetria con certa povertà maschile, le più risolute definivano il loro compagno “quello che dorme con me”, a lei accadeva di non condividere per nulla il contagio di quella specie di epidemia.

Lei che era arrivata alla politica partendo da una prima rivolta contro la illibertà del suo essere donna, non riusciva a riconoscere come suo il percorso di quelle donne e per loro non sentiva alcun debito di gratitudine, diffidando fortemente che avrebbero saputo indicarle una strada.

Quanto fosse stato reciproco e rancoroso il distacco, lo avrebbe scoperto subito dopo il suo arresto grazie a una polemica scoppiata tra una brava giornalista che, colpita dalla pubblicità sui particolari della sua vita quotidiana, della sua casa, delle sue cose, si chiedeva chi lei fosse al di là del semplicistico stereotipo massmediatico, e una femminista piuttosto indignata, che considerava persino offensiva una tale curiosità. Per questa non c’era infatti nulla da capire. Tutto era già compreso nelle scelte violente che avevano scavato un baratro tra lei, la terrorista, e il resto del genere femminile.

Alle donne il compito di ricucire e porre rimedi alla furia distruttrice degli uomini. Alle donne la cultura di vita e l’estraneità a quella di morte. Alle donne l’interesse alla loro liberazione e non al farsi strumento della politica degli uomini.

Era dunque tutta sbagliata, volutamente sbagliata, e meritava una adeguata punizione: l’ostracismo da parte delle donne da lei abbandonate e danneggiate.

Intelligenza, rifiuto delle semplificazioni, sofferto interrogarsi dell’una.

Intolleranza e presunzione fanatica di chi non conosce mai dubbi, dell’altra.

Lei in mezzo, con nessuna facoltà di replica, senza poter né accogliere l’invito a spiegare, né rintuzzare il pungente e fastidioso ostracismo.

In tutta evidenza il suo essere comunista era entrato in rotta di collisione con l’espressione femminista dell’essere donna. Giunte allo stesso bivio, mentre lei proseguiva sulla vecchia strada, la gran parte rompeva con gli schemi della politica sociale e con ogni “specifico femminile” tradizionale.

Le nuove donne non volevano più saperne di sacrificare i loro spazi di libertà “qui ed ora” per una rivoluzione che rimandava a dopo la loro liberazione. Per una rivoluzione che, dopo, le aveva sempre rimandate a casa.

Come dar loro torto ?

Il riduzionismo all’uno-neutro universale nel simbolismo delle relazioni umane, e certa specularità rispetto al nemico da combattere, hanno reso un pessimo servizio soprattutto alle donne, fin nella percezione dell’immutabilità di ruolo sociale agli occhi dei loro stessi compagni di lotta.

Come per una beffa tragica, la guerrigliera algerina con l’esplosivo nella borsa della spesa che riusciva a superare i posti di blocco perché agli occhi dei parà era solo una donna inoffensiva alle prese con il suo daffare domestico, dopo si è ritrovata di nuovo schiacciata nello stereotipo che tanto aveva contribuito al successo di quella rivoluzione di uomini e di donne. Il guadagno, solo nella crescita della sua coscienza, nella consapevolezza che quella rivoluzione non era stata abbastanza radicale da cambiare anche i soggetti che l’avevano agita.

Mi tornano alla mente le donne con cui, nei primi anni settanta, ho condiviso quelle lotte, che quasi sempre erano anche momenti di socializzazione, quando non di festa. Specie nelle occupazioni, dove il vivere insieme rompeva con la staticità del quotidiano di ciascuna e si poteva coltivare l’illusione che niente sarebbe tornato come prima.

Quando arrivava il momento in cui tutto si concludeva, il primo bilancio che quelle donne facevano comprendeva sempre il dover fare i conti con l’imminente perdita di quel momento di sospensione del loro isolamento nelle quattro mura domestiche. E questo poco e male compariva nel giudizio politico circa il successo o meno della lotta appena conclusa, perché non toccava allo stesso modo tutti e tutte, nonostante molto si dicesse circa il portare la rivoluzione fin dentro la testa e il cuore di ognuno.

Come dar loro torto? rivivendo il disagio per il compiacimento del Che a proposito di compagne di lotta insostituibili cuoche, infermiere e consolatrici, o per la bigotta misoginia della nostrana tradizione comunista che si è tanto poco misurata con la contraddizione interna di una cultura politica coniugata al maschile che ancora concepisce l’essere donna una debolezza e ricorre a tutele, quote e competenze ministeriali sessuate.

Eppure sentivo che il mio legame più forte e la mia riconoscenza erano per quelle donne comuniste che, prima di me, avevano condiviso e sofferto la politica rivoluzionaria con gli uomini, più che per queste loro figlie che ne rompevano la tradizione. E tanto più forte il legame quanta l’insofferenza per quel loro essere state spesso seconde, prima di tutto rispetto ai loro stessi compagni.

Come dar loro torto? ripensando alla strumentalizzazione machista del carisma politico di molti capi e capetti del movimento, utile anche ad attirare, più degli altri, lo sguardo delle compagne. Atteggiamenti odiosi, illibertari, vecchi, che l’avevano confermata nell’idea che solo necessità prioritarie potevano imporre il rimando a dopo di certe questioni, quando condizioni più favorevoli avrebbero permesso di affrontare anche il nemico interno. Al momento bastava scegliere ed evitare, mantenendo costantemente sotto tiro il quartier generale. E fare fuoco all’occorrenza, camere da letto comprese.

Ma come dar loro ragione?

Che razza di rivoluzione era quella se sapeva tanto di ripiego per le disillusioni di un antagonismo alla deriva? che veniva blandita anche da illuminate voci borghesi per la sua inoffensività e non violenza? che non distingueva al suo interno se non per genere? che si limitava all’allargamento dei diritti civili della persona? che, quando guardava a sinistra, non aveva nulla da dire se non chiedere di contare di più al suo interno?

A meno che non si volesse credere allo svolgimento di due mondi divisi e paralleli, bisognava scegliere, cogliendo l’occasione dell’unica politica che offriva qualche chance in più. Per fare se non altro più in fretta. E non lasciare agli uomini l’esclusiva competenza dei luoghi pubblici in cui si decideva anche dei ruoli sociali di ciascuna, presente o assente che fosse.

Queste le convinzioni mentre si rivestiva di grigiolino, si tagliava i lunghi capelli e quasi in lacrime si separava dall’ormai inservibile ultimo paio di zoccoli. Quasi nuovi.

E fu così che, comprimendo per il momento ogni cosa irrisolta, andò incontro alla sua nuova vita, in un’esperienza che ha scarsi corrispettivi con quella delle rivoluzionarie di professione dalle cui testimonianze era stata affascinata almeno quanto contrariata.

I suoi infatti non erano più i tempi delle donne-staffetta o portaordini. Di militanti e dirigenti comuniste che avevano attraversato l’esperienza della clandestinità e dell’esilio non dismettendo i panni di madri e di mogli.

I suoi erano tempi in cui le donne sparavano come gli uomini, in una guerra che non prevedeva territori liberati, né mariti, né figli, segnata da ciascuna con i tratti distintivi del proprio vissuto e quindi con non identiche motivazioni.

Lì ha incontrato donne che giocavano la loro femminilità in deformante competizione con uno stereotipo maschile in armi. Le peggiori.

Altre che riuscivano anche a trovare tempo ed energia perché tutti mangiassero e si coprissero a sufficienza. A sempiterna presenza di colei che ne fa le veci.

Altre che avevano più carisma e autorevolezza dei loro corrispettivi al maschile.

Lì ha vissuto il conflitto tra i sessi, e patito comportamenti e mentalità censurabili. Ma non ha visto, quasi mai, agire il segno di una presunta debolezza femminile, quel segno che rende schiave dell’ossessione di una diversità concepita come incompletezza da sanare o di un’asfissiante tutela liberticida.

Animata dalla ingenua speranza che anche quella potesse essere una strada, da giorni, nella stanzetta di un carcere, cercavo di contrastare la ricostruzione dietrologica di quell’inquirente che cercava da me la rassicurante conferma di quanto si andava dicendo sulla torbidezza della nostra storia. Lui infatti sembrava convinto che non tutto sarebbe stato chiarito perché, ad esempio, riteneva impossibile che, quel fatidico 16 marzo, le Brigate rosse avessero potuto affidarmi un compito militare troppo importante per essere messo nelle inaffidabili mani di una donna. E che quindi sicuramente ci doveva essere qualcun altro, ovviamente un uomo, nella cui identità nascosta c’era la risposta al mistero del chi-c’è-dietro? e tanta la sua incredulità che non trovava nulla di strano nel venirlo a dire proprio a me. Buffo. Come spiegargli che su quella strada non sarebbe arrivato a capire nulla? Come avvisarlo che, se si fosse mai trovato davanti a una donna armata, molto meglio per lui sarebbe stato non pensare di averla fatta franca?

Il magistrato continuava a inanellare le solite trame oscure e io, nel tentativo di superarne il tedio, andavo lontano con la mente fino a ritrovare la faccia seriosa di quel compagno brigatista che, in carne ed ossa e pistola sotto la giacca, era venuto per il mio “esame di ammissione”.

Senza nessun cavalleresco giro di parole, quello non smetteva più di avvertirmi che mi stavo mettendo in una faccenda dove avrei avuto, se la fortuna mi concedeva di non morire ammazzata prima, solo la certezza di una lunga carcerazione. Che avrei dovuto imparare in fretta a non pensare a nessuno e a nessuna cosa come se fosse possibile ipotecare il loro continuare ad esserci anche solo l’indomani. Che in ogni momento potevo trovarmi a dover lasciare tutto e ricominciare da un’altra parte, anche da sola. Che ogni volta che avrei salutato qualcuno, poteva essere l’inizio di una lunghissima separazione.

Che io fossi una donna non sembrava interessarlo, almeno per quanto andava dicendomi sulle Brigate rosse e sulla capacità dei brigatisti di imparare a saper fare tutto quanto necessario, chiunque si fosse trovato a doverlo fare.

Avevo passato le notti successive a occhi sgranati nel tentativo di raffigurarmi in una tale prospettiva, e neanche lontanamente mi veniva da pensare che quella specie di extraterrestri di cui mi accingevo a condividere la sorte sarebbero diventati per me anche una famiglia. Il mio mondo di affetti e di amori, mai vissuti nel segno della caducità di tutte le relazioni destinate ad essere condizionate da un tempo fugace. Forse a compensazione forzosa di una vita altrimenti insopportabile, direbbe più d’uno. Ma forse anche per altro. Forse, stupefacentemente ancora non paga, solo tra quei compagni avrei ritrovato l’austero modo dello stare al mondo della mia gente e quel particolare senso etico della militanza politica che mi avrebbe riconciliata con me stessa dopo anni in cui avevo patito per leadership elitarie e per certo estremista giocare alla rivoluzione, di cui non mi ero mai completamente fidata.

Tra quei compagni, quasi sempre, avrei visto imporsi la legge non del maggior potere ma della maggiore autorevolezza. Coniugarsi la più grande responsabilità con l’assenza di qualunque privilegio.

Con loro avrei imparato cosa significhi veramente non aver niente di proprio, e superare piccole e grandi meschinità nel dare e ricevere, come accade quando persino la propria incolumità fisica riposa nell’affidamento reciproco. Avrei vissuto rapporti di una intensità particolare, come accade quando l’altro è qualcosa di molto prezioso da preservare, godere e amare. Assaporato il gusto di uno scambio leale e trasparente basato sulla fiducia e nessun tornaconto, se non quello del guadagno reciproco tra persone ricche solo dell’esistenza dell’altro. E conosciuto il segno indelebile di una radicalità di scelte di vita di uomini e di donne, una radicalità che più che in ogni altra esperienza politica da me vissuta prima riusciva ad attenuare discriminazioni e subordinazioni, anche sessiste.

No, non è retorica nostalgica. Non è un modello per nessuno quello che solo in pochi e in condizioni eccezionali può essere attraversato e dove ce tutto il bene ma anche tutto il danno di ogni vissuto incomparabile. Che mi ha lasciato persino il dubbio di aver sognato, di fronte al deserto attuale di tanti affetti, travolti dalle macerie di una sconfìtta che non ha risparmiato nessuna animosità tra chi è rimasto, ognuno preso nell’illusione di poter sottrarre la propria immagine da quella fallimentare dei suoi compagni di un tempo.

Ma che soprattutto mi ha lasciato su corpo e mente i segni del lungo esercizio di sublimazione – come sempre accade in ogni esistenza segnata dall’eccesso – e dei suoi scacchi, ogni volta che i richiami della vita materiale si facevano più forti dei rimandi delle idee.

Come raccontarmi adesso? tanto lo smarrimento per non essermi accorta quanto quel linguaggio politico avesse perso ogni capacità di comunicare, persino tra di noi. Tanta la solitudine di non riuscire a ripensarmi, bella o brutta che sia, altro da quanto da quelle vicende mi è venuto, così intraducibile a un impietoso senso comune.

Adesso che tutto è andato e io sono rimasta, imperdonabile, come non temere di riuscire ad andare avanti solo nascondendomi dietro alla diversità di chi non si aspetta nulla e forse non crede neanche possibile l’altrui comprensione?

Ancora sul confine e non ancora così vecchia per trovare una qualche rassegnazione alla scomparsa dell’unico mondo conosciuto. Io, una donna che ieri ha soffocato parte di sé per la sola libertà che è riuscita a pensare e oggi cerca altro alimento per farla vivere perché il tempo che passa – ripercorrendo senza posa il filo dell’amore per la libertà del suo essere donna – quando non sana, lascia solo rimpianti e infelicità.

Ma questo è già oggi. Il non ancora narrabile. Ho ancora troppo da fare perché dai frammenti dello specchio si possa ricomporre una mia interezza di immagine che si è frantumata nella ricerca smodata di altrui approvazioni e benevolenze. E adesso che il fine ha perso tante certezze, rimangono, più importanti, i come. Nell’echeggiare di un gran vuoto.

Aldo Moro

“Se uno ricorda,” disse “e ha un passato, allora può essere incolpato e punito. Se non ricorda niente, e quindi non ha il tempo come gli altri, allora è qualcosa di simile a un pazzo, così finisce in rieducazione e ha una possibilità.”

Peter Hoeg, I quasi adatti

Ancora quella monaca e le sue brutte mani. Da pesce. Bianche, paffute, come gonfie d’acqua. Mani senza abilità e senza forma.

Me ne tengo a distanza di sicurezza, temendone oltre misura ogni contatto e dissimulando la repulsione per quei loro movimenti da amebe mentre tirano giù da un grande barattolo di vetro il pezzo mancante della giuggiola di zucchero… e cinque! Accidenti a lei. Mai che si sbagliasse una volta e me ne desse in più delle poche lire che le metto davanti.

Ancora non ho scoperto che anche fra loro troverò persone tanto amabili e proprio non riesco a provare simpatia per queste donne vestite di nero che sembrano aver somatizzato nei rapidi passettini, negli obliqui sorrisi e nella compostezza di mani poggiate su strette ginocchia, la chiusura dei loro cuori ingenerosi. E quale meraviglia quando lo stesso atteggiamento l’ho poi rivisto, anni dopo, riflesso nel modo di mostrarsi di certi uomini del partito democristiano.

Da ragazzina le era capitato di vedere Aldo Moro in un paese-santuario in cui suo padre amava portare la famiglia in visita – in verità, più gastronomica che devozionale.

Nell’agitazione creata dalla sua presenza inaspettata a stento percepiva chi fosse, tra quelli che si fermavano a guardare, o indicavano, o tentavano di avvicinarlo. E le spiegazioni degli adulti le restituivano l’immagine abituale delle persone di potere: temibili, e da mantenere alla distanza in cui si tenevano. Persone appartenenti ad un altro mondo, di cui non era auspicabile un credito di benevolenza. E meno che mai un atto di ostilità.

L’immagine di quell’uomo le era rimasta stampata nella mente. Persino quando, dentro quell’altra chiesa, l’aveva rivisto da vicino.

Quella volta era andata lì intenzionalmente proprio per lui, per studiare i suoi movimenti e quelli degli uomini della sua scorta. Perché le Brigate rosse avevano deciso di rapirlo e, per suo tramite, processare la Democrazia cristiana.

Ma con fatica, quella mattina, fece quanto doveva. L’effetto simbolico di quanto stavano per compiere la turbava come se fosse più una dei tanti a cui quell’azione era rivolta, che una sua artefice.

Nonostante ne avessero tanto discusso le sembrava persino inverosimile che potessero osare tanto. Quell’uomo, inginocchiato a due passi da lei, era la stessa persona che tanti anni prima aveva visto come l’incarnazione di un potere che nessuno poteva pensare di mettere in discussione, senza precipitare nella propria distruzione.

Lo stesso che si era incaricato di ribadire in parlamento, in occasione di uno scandalo politico-affaristico più eclatante del solito, che il suo partito non si sarebbe lasciato processare impunemente. Messaggio esemplare, lanciato con la consueta compostezza dell’uomo, accompagnata però da una inequivocabile fermezza, quale la straordinaria situazione richiedeva e che ben dimostrava la pretesa d’impunità su cui quel sistema di potere si reggeva. (E invece, quanto meglio sarebbe stato per tutti se quel parlamento l’avesse fatto quel processo, restituendo funzioni proprie e credibilità a un’istituzione che poco e male teneva alle sorti di un paese malato di arrogante malgoverno!)

Ma così non è andata. È andata invece che a qualcuno – alle Brigate rosse – capitasse di pensare che fosse necessario e praticabile spezzare l’incantesimo e provare quello che un’opposizione suicida aveva fino ad allora ritenuto impossibile: una Democrazia cristiana messa alle corde per liberare dai vincoli di asfissianti tatticismi tutte le forze interessate a mandare a casa i mazzieri di un gioco tanto truccato.

A lei la chiesa, più che un luogo di culto, sembrava un fortino. Ma lei era solo una donna e, anche se l’unica giovane, poteva sembrare innocua in mezzo alle altre che a quell’ora seguivano la messa.

Sperando di non tradirsi, vista la sua scarsa frequentazione con il rituale, cercava di segnarsi a mente le posizioni e i movimenti di quegli uomini armati che erano vistosamente lì a vegliare sull’incolumità dell’uomo politico. E mentre si alzava e andava incontro al poliziotto sul portone, simulando mentalmente la possibilità di neutralizzarlo, dalla reazione pronta e vigile dell’uomo già si faceva un’idea di quello che sarebbe stato il portare a termine l’impresa.

E c’era anche che le loro erano azioni di guerra fatte in un tempo che di guerra non era. Quanto di più difficile da pensare, soprattutto perché volevano che a nessun altro capitasse di rimanervi coinvolto, neanche per sbaglio. La scelta delle armi era la loro, i nemici ben individuati e, nonostante non avessero dubbi sulla legittimità di ricorrere a quei mezzi estremi, erano convinti che la loro vita e quella del loro progetto politico messi insieme, non valessero niente di fronte a quella di un qualsiasi passante innocente. Da preservare perciò, a costo di correre qualche rischio in più.

Questo pensava mentre, uscendo, guardava sconsolata la piazza nella sua quotidianità mattutina, compreso il consueto andirivieni di madri e bambini verso la scuola vicina. Impossibile pensare a uno scontro a fuoco di quella portata in una situazione simile.

Con tutta evidenza erano ancora lontani dal capire come fare. Quello era l’unico punto in cui ripetutamente avevano visto sostare le due macchine del piccolo corteo presidenziale. Dopo, tutto si complicava, per il modificarsi degli itinerari e per la difficoltà di dover agire su un obiettivo mobile in mezzo al traffico cittadino.

Cercarono a raggio attorno a quell’unico punto, finché… in fondo a via Fani ad angolo con via Stresa c’è uno stop. Non possono andare velocissimi e si può tentare di fermarli all’incrocio.

Il 16 marzo erano pronti. All’abituale vita della strada, mancava solo il solito fioraio. Quella mattina non sarebbe stato lì per via delle gomme del suo pulmino squarciate la sera prima. Ultima incombenza di preparativi quanto mai laboriosi che era servita a salvargli la vita.

Tutto il resto di quella normalità irreale che raramente capita di conoscere e quasi mai con tanta acutezza.

Tutti ai loro posti e non sembrava ci fosse nulla di diverso dagli altri giorni.

Mi si asciuga la gola e comincio, con il cuore in tumulto, ad aspettare. So già che finché tutto non avrà inizio non riuscirò a ritrovare la piena padronanza dei miei nervi.

Passeranno di qua? Riuscirà la manovra studiata per bloccarli? E tutto il resto?…

Ci siamo. Vedo la nostra macchina scendere su via Fani con dietro le altre due. Mi preparo a prendere posto in mezzo all’incrocio e, al primo sparo, tiro fuori la mia arma. Devo bloccare il flusso delle macchine per tenere la strada libera alla nostra via di fuga e impedire qualsiasi intervento indesiderato. Guardo in un’altra direzione e perciò non vedo cosa sta succedendo a pochi passi da me.

Quello che sento è però abbastanza per immaginare.

No, non è abbastanza.

Il tempo è sospeso, incalcolabile.

Unico elemento dinamico nell’irrealtà ferma di quei momenti, l’assordante fragore delle armi. Non mi abituerò mai all’estraneità del loro sgradevole timbro meccanico.

Come se ogni volta mi sorprendesse.

Certo, è la politica a guidare il fucile, ma colpo dopo colpo ci lascio un pezzo di me.

Fatto. Ci siamo tutti? Tutti. Con in più il nostro prigioniero.

Lo rivedo per un attimo mentre gli altri lo caricano su un pulmino. Io prendo un’altra direzione. Da ultimo, il sorriso di saluto di un compagno che, in quell’inferno, sembra così contento di aver trovato il modo di regalarmelo.

Il più, almeno dal punto di vista militare, era fatto.

Per certi versi, avevano già vinto. Erano riusciti a portarsi via il presidente della Democrazia cristiana, nonostante i cinque uomini della scorta.

È questo il giorno della presentazione alle Camere del governo di “solidarietà nazionale” appoggiato dai comunisti, ultimo suo capolavoro politico nella tessitura di un sistema di alleanze che, mantenendo ferma la centralità del partito democristiano, ingabbiava senza rimedio le forze parlamentari di opposizione. E anche se la data e la scadenza fossero per loro quasi del tutto indifferenti, erano certi che indifferente non sarebbe stata la presenza delle Brigale rosse a scompaginare i disegni di normalizzazione di lutto quell’antipopolare artificio istituzionale.

A via Fani rimanevano cinque morti. Anche questo non sarebbe stato indifferente nel corso della battaglia politica che- li attendeva.

Nessuno poteva illudersi di chiudere una simile partita senza modifiche sostanziali del quadro di posizioni.

Adesso la parola alla politica.

Quanto si illudessero l’avrebbero scoperto nei cin-quantacinque giorni a venire, periodo di massima affermazione della scarsa attitudine degli inquilini dei Palazzi all’arte della mediazione politica.

Intanto, però, per lei quel 16 marzo doveva ancora finire.

C’erano delle armi da recuperare in una zona limitrofa a quella di via Fani. Ma c’era anche un vero e proprio coprifuoco. In giro, solo polizia e altoparlanti che chiamavano allo sciopero generale contro l’odioso attentato alla democrazia, ecc. ecc.

Non era ancora ricercata dalla polizia e poteva farlo con minori rischi di altri. Mentre si avviava, andata e ritorno attraverso un provvidenziale mercato, con un carrellino cigolante della spesa e l’aria della massaia più innocua, pensava a quanti stavano brindando e benedicendoli. Era sempre successo, figuriamoci stavolta.

Nonostante l’atmosfera poco rassicurante, si sentiva come protetta da tutti gli invisibili che già stavano dalla loro parte e che, insieme ai tantissimi altri che da quel momento avrebbero sciolto le ultime riserve, sarebbero stati infine pronti a ricacciare in gola a tutti i servi sciocchi del regime le loro menzogne, e a buttare in aria le loro gabbie.

Ma quanto riduzionismo nelle loro analisi – e quanto poco conoscevano il granitico fermogioco di forze politiche mai così bloccate nella loro inerzia.

Come in una famosa profezia fantapolitica, quelle forze avrebbero preferito rischiare una morte per consunzione e autocannibalismo piuttosto che piegarsi alla necessità di dare una qualche ragione agli avvenimenti in corso. Proprio loro, così avvezze ad ogni compromesso e ogni ripulitura di facciata di un impresentabile edificio istituzionale; così esperte a percorrere vie tortuose per nascondere l’inganno della loro inadeguatezza; proprio loro non avrebbero mosso un dito per cercare una qualche via d’uscita al ribaltarsi di prospettive politiche che quel 16 marzo aveva aperto.

Le Camere approvarono. Ma che c’era più da approvare?

Tutto era cambiato e facevano come se nulla fosse.

Certo, tra un segretario politico in lacrime, sedute spiritiche e leggi speciali, c’era da coprire l’imbarazzo delle lettere del prigioniero: …sindrome di Stoccolma, non è lui, è drogato, è costretto.

Qualunque accusa il prigioniero avesse mosso ai suoi amici e alleati, qualunque proposta di mediazione, nessuno avrebbe fatto una piega. Né desistito dall’andare avanti insieme, marciando tronfi su un cumulo di rovine. Da non credere.

Così un’intera classe politica si rese disponibile a fare a meno di uno dei suoi, tra i più capaci e di provata esperienza.

Non si può cedere al ricatto… proprio loro, che ne avevano fatto uno strumento di amministrazione controllata dell’esistente. Meglio prorogare il lungo sonno della ragione e buttarsi a capofitto nel pantano degli anni ottanta e nella resa dei conti giudiziaria dei novanta.

La “campagna di primavera” durò circa due mesi.

Le Brigate rosse tenevano il loro prigioniero e continuavano a colpire la Democrazia cristiana.

Il loro programma quella volta prevedeva azioni militari cadenzate con l’andamento del “processo” al presidente del partito-regime.

Potevano fermarsi in qualsiasi momento, ma non ci fu una parola né un atto politico da parte degli avversari che lo consentì.

Fino a che, per bocca del papa, la formulazione della richiesta della loro resa: Rilasciatelo, così, senza condizioni…

Quel messaggio pastorale, all’apparenza segnato da una mitezza estrema, piombò loro addosso con tutta la sua inequivocabile durezza di significato.

A loro, che dicevano di essere in guerra, che volevano la distruzione della Democrazia cristiana, chiedeva un atto di carità cristiana.

A loro che volevano il comunismo, proponeva in cambio la redenzione.

A loro che stavano assediando la roccaforte nemica, dettava l’ultima condizione.

Era uno scherzo? No, purtroppo no. Era l’esplicita dimostrazione di forza cieca di un nemico avviluppato nella rete dei suoi veti incrociati e paralizzanti.

Tutti uniti – e mai così deboli: come cementati l’uno all’altro dai loro ricatti reciproci. Statue di sale, neanche li avesse colpiti la maledizione biblica per tanto abbandono.

No, non erano riusciti a dividerli, a spaccarli tra di loro e al loro interno.

Non avevano affatto capito chi avessero di fronte.

Avevano ridotto e, insieme, ingigantito.

Li avevano fatti, a loro modo, persino migliori e più lungimiranti.

Avevano pensato che quegli uomini di potere fossero anche degli statisti.

Avevano creduto che, stavolta, sarebbero stati costretti a rispondere.

Mai tanto pilatesco silenzio.

Nella loro propaganda, le Brigate rosse non erano che l’espressione di qualsivoglia eterodirezione complottarda. Tutto meno che il frutto più esacerbato di contraddizioni politiche che potessero riguardarli.

Roboanti dichiarazioni retoriche e tutto il resto a marcire.

Era finita.

Andai a prendere della sabbia sul lungomare. Serviva per depistare le indagini perché l’avremmo fatta trovare addosso al corpo senza vita del prigioniero.

Nel viaggio di andata verso la spiaggia più vicina mi muovevo come un automa. Cosa stavo facendo? Ah sì, sotto le scarpe e nei risvolti dei pantaloni. Lo stomaco stretto e la voglia di essere in qualunque altro posto che non fosse quello.

Ormai solo un miracolo di estremo rinsavimento dei responsabili del partito democristiano poteva modificare la nostra decisione, e a mio modo avrei voluto saper pregare perché accadesse.

Nulla avvenne, e il 9 maggio Aldo Moro fu fatto ritrovare cadavere a mezza strada tra piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure. Curiosamente tanto contigue.

Una sorte benigna mi ha risparmiato quanto altri compagni hanno dovuto compiere. Quegli stessi che avevano avuto con il prigioniero una frequentazione personale per tanto tempo. Non posso perciò conoscerne per intero il dramma e non nascondo di essere grata ad un caso tanto benevolo. Perché nulla deve lasciare lacerazioni più profonde.

In quei cinquantacinque giorni, pur se con finalità diverse, anche Aldo Moro aveva condotto la battaglia contro il muro di omertà di amici e alleati.

Una nostra sconfitta sarebbe stata massimamente sua. E così è stato.

Ma quando abbiamo dovuto decidere, non per tutti si è tradotto in un atto di solo consenso. Da lontano, impersonale. Come la politica spesso consente.

Impossibile non interrogarsi su quella morte. Stavamo dilatando tanto le leggi della necessità fino a trasfigurarci nelle fattezze del mostro che combattevamo?

Quell’uccisione varcava il limite di tollerabilità anche per noi?

E la nostra responsabilità politica e morale, in quel caso, era maggiore che non in altri?

Ma non è forse vero che Aldo Moro avrebbe potuto morire insieme ai suoi uomini, due mesi prima? Lui ha almeno avuto l’opportunità di uscirne fuori vivo. Per i cinque poliziotti della scorta, di certo con minori responsabilità politiche delle sue, non avevamo previsto alcuna via di scampo.

Avremmo dovuto avere alla fine pietà per l’uomo?

O non piuttosto in questione è quella per noi stessi? per i nostri incubi e strappi penosi? Ma non dovrebbe, questa, essere nominata per quello che essa è, anche lì dove il peso si fa insostenibile e spinge a non distinguere più?

Potevano sottrarsi a quel punto? Sì, avrebbero potuto.

Se neanche quella battaglia aveva costretto i loro nemici a vedere che c era altro al di fuori dei loro Palazzi, niente avrebbe potuto. Perché niente di quello che sarebbero riusciti in seguito a fare avrebbe avuto la forza dirompente di quella.

Avrebbero dovuto, nel momento del loro massimo successo politico, dichiararsi sconfitti e rinunciare. Niente di meno sarebbe servito a qualcosa.

Dovevano e, soprattutto, potevano farlo?

L’amerikano

Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato.

Friedrich Dürrenmatt, Racconti

…”Quella volta, per presentimento, ho voluto cambiare direzione e ho fatto bene, perché mi hanno detto che di lì quel giorno sono passati quei brutti musi neri delle truppe alleate che facevano del male alle donne…”

Parlavi spesso di quella guerra che io non ho conosciuto: ma i tuoi racconti non si sono mai conquistati nella mia mente una qualche verosimiglianza. Come immaginare quelle giornate mentre con i tuoi quattro figli piccoli “sfollavi”per chilometri sui monti vicini per sfuggire i bombardamenti e la fame?

La tua guerra era stata un interminabile amministrare la continua paura che le tue creature si ammalassero, sentissero troppa fame, subissero violenze, che a te fosse impedito di accudirle.

…”E ricordati che a noi poveracci non ci pensa nessuno…” continuavi ad ammonire mentre ammucchiavi nel brutto contro-buffet anni cinquanta scorte di sale e zucchero, che non si può mai sapere… “Gli americani? Sì, brava gente. Sono venuti con la cioccolata, le gomme da masticare, i marocchini e quei bombardieri che, tanto per non sbagliarsi, a volte ci hanno anche sparato addosso. E meno male che stavano dalla parte nostra. Comunque quando se ne sono andati sono stata contenta, perché è meglio che ognuno stia a casa sua… ”

No ma, dammi retta, sono ancora qua. Hanno fatto solo finta. Non se ne sono mai andati.

Scende dal treno e si avvia in fretta. Le stazioni ferroviarie sono sempre più controllate e pericolose. Quasi non sta in piedi dalla stanchezza. L’occhio le cade su un titolo cubitale: Liberato il generale Dozier. I nuclei speciali… operazione da manuale… sembra ci siano cinque arresti…

Come suo solito, di fronte alle catastrofi, cerca di immaginare la soluzione più indolore.

I compagni devono essersi trovati in gravissime difficoltà e hanno rilasciato l’americano… E quegli arresti? Ci sarà una spiegazione. Non è possibile quello che sembra.

Si affretta verso casa e naturalmente scopre quello che già sa.

Il clamoroso sequestro era finito nel peggiore dei modi. Unica consolazione era che i suoi compagni erano tutti sani e salvi. Avevano certo trattato la resa ed evitato un bagno di sangue.

La mattanza di via Fracchia, con i suoi effetti devastanti da ultima spiaggia, era servita da dura lezione per non cadere nella trappola del colpo su colpo e per riprendere l’iniziativa autonomamente.

Magra consolazione. Ma quei compagni, anche se in galera, c’erano ancora tutti.

E adesso?

Si erano trascinati con gravi difficoltà politiche fino a concepire quell’attacco che avrebbe dovuto compensare su un fronte di lotta e di alleanze internazionali l’arretramento di posizioni del loro “fronte interno”.

A quasi tre anni dalla “campagna di primavera”, in tutta evidenza, di masse pronte ad armarsi neanche a parlarne. In verità loro non facevano altro, con bizantini distinguo a seconda degli accenti diversi dei diversi spezzoni in cui era naufragata la loro unità organizzativa.

Il fatto vero era che l’ingrossarsi delle loro fila era avvenuto parallelamente all’indebolirsi della loro proposta politica.

Erano fuori gioco, insieme alla capacità di lotta di un movimento ormai troppo resistenziale per dare ragione della presenza di una guerriglia che malcelava la sua crisi di progetto dietro una (a tratti spettacolare) capacità militare.

Che fare? Il “cuore dello stato”, organi più o meno periferici compresi, non capivano più dove e come pulsasse.

Solo gli industriali sembravano ormai capaci di fare politica, imponendo, senza trovare ostacoli significativi, un ordine produttivo e una divisione dei mercati che andavano perfezionando la strutturazione aziendale multinazionale.

Merci e mercato. Certo. Ma, insieme, era tutto un assetto societario che si preparava alYenrichez vous degli anni a venire, vero e proprio terreno di guerra competitiva e guerreggiata a tutto campo per il primato del privilegio di pochi. Dentro e fuori le frontiere nazionali.

A sostegno della nuova spartizione del mondo e dei mercati, un colossale riarmo degno di ben poco fantascientifiche guerre stellari. E il paese, a sovranità sempre più dubbia, teatro di colonizzazione militare dei soliti alleati americani.

La linea di guerra allo stato poteva passare per una più puntuale guerra alla guerra, guerra alla Nato? Dove? A Verona, per esempio, incarnata nell’attacco a quel generale a tre stelle di uno dei comandi del fronte nord-orientale.

Scorciatoia forse, ma come aspettare i tempi di una classe operaia intorpidita di fronte all’incombere di eventi di tale portata? Non era già successo che la coscienza rivoluzionaria si fosse assopita di fronte al mostro imperialista, impotente a fermare le peggiori catastrofi del secolo?

E d’altra parte, cosa ancora potevano tentare?

Avevano portato la guerriglia fin dentro i reparti delle fabbriche. Messo volantini con imputazioni da ergastolo in mano alla gente, in pieno giorno. Chiuso il simbolo delle carceri speciali. Sequestrato uno dei responsabili della fabbrica di cancro di Porto Marghera. Sabotato carriarmati dentro il recinto blindato dell’Oto Melara. E quant’altro ancora.

Continuavano ad esserci, con più militanti e una maggiore forza organizzativa, ma non riuscivano ad andare oltre la loro fisionomia iniziale, con un preoccupante divario tra la capacità di attrarre compagni e una sempre più spiccata autoreferenzialità dei loro astrusi programmi per masse rivoluzionarie inesistenti.

Avevano chiuso il cerchio: se si voleva lottare, anche su obiettivi minimi, non c’era che la lotta armata. E, ammesso che così fosse, come? Naturalmente con le Brigate rosse, visto che era l’unico modello organizzativo che conoscevano e sapevano far funzionare.

Il risultato era che non riuscivano più a incidere nell’ambito delle decisioni politiche generali e, di conseguenza, a frenare la deriva sempre più resistenziale della lotta operaia.

Hic Rodhus… e sia per l’americano a tre stelle.

Non ne sapevano molto. Anzi quasi niente. Era bastato il grado e il luogo per deciderne l’importanza.

Con una scusa banale, due finti idraulici erano riusciti a farsi aprire la porta di casa. Sorprendentemente, e per loro fortuna, l’americano non aveva messo in campo nessuna delle precauzioni che avrebbe dovuto. Evidentemente mai avrebbe immaginato che in una base così tradizionalmente ospitale come l’Italia, a qualcuno potesse venire in mente di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Se lo erano portato via e tutto era filato liscio come previsto.

Non conoscevano le tappe della sua carriera e il loro inglese era quello che era. Ma, tra le sue carte, la documentazione più esauriente dell’esemplare curriculum vitae del generale.

Tra le foto, l’eroe decorato faceva sfoggio di sé nei campi militari in Vietnam. Avevano dunque tra le mani il prototipo degli assassini yankee contro i quali mezzo mondo aveva gridato il suo odio.

Dirà, a conferma di una banalità del male sempre uguale a se stessa, che non capiva, che non aveva fatto che il suo dovere, che lui era un militare e un militare fa la guerra. E che… quelli come lui sapevano come farla… e l’avrebbero anche vinta se non ci fossero state tutte quelle sciagurate pressioni di una imbelle opinione pubblica internazionale che di tanto in tanto spingevano Washington a ordinare la sospensione dei bombardamenti… ma sì, quelli sulle zone di frontiera tra Nord e Sud… e così passavano i rifornimenti della guerriglia… certo che c’erano villaggi abitati… ma quella non era una vera guerra con tanto di fronte e trincee… il nemico era dappertutto… ma loro ce l’avrebbero fatta se avessero avuto carta bianca…

Non capiva. Neanche perché l’avessero poi persa quella guerra nonostante lo zelo di quelli come lui, freddi ragionieri del computo serale di quante tonnellate di morte riuscivano a sputare dai loro orribili elicotteri. E tutto per un poco di pulizia anticomunista nel cortile della grande casa occidentale, a cui la storia aveva affidato il compito di difendere l’unica civiltà pensabile.

Credo in Dio, in me stesso e nella cavalleria aerea: così recitava un suo appunto tra gli altri. Chissà se anche lui usava Wagner per perfezionare la liturgia del suo credo?

Durante tutta l’operazione, lei non lo vide mai – eppure è stato uno dei nemici che più ha odiato.

Sua moglie, dai teleschermi, gli si rivolgeva con uno stupefacente honey. Santa donna! Come faceva a sapere di tutte quelle sue simili nei villaggi dove suo marito aveva lasciato, indelebile, il segno, e continuare a rintracciare dolcezza in quell’uomo? Quale similitudine feroce legava l’ineffabile coppia, così unita nell’amore della mortifera pax a stelle e strisce?

Famiglia perfetta. Se solo non fosse stato per quel malaugurato vizio di volerne imporre l’esempio in casa d’altri. E con ogni mezzo, se avanzava dritto verso tanto scopo.

Ma quale meraviglia? Non sono mai esistiti mostri senza figli a carico.

Evidentemente neanche in America.

E adesso? Dopo il blitz dei torturatori incappucciati, ancora una volta Yordine regna a Berlino. Ma quante sconfitte ancora per assicurarsi la vittoria? e come riconoscere quelle irrimediabili da quelle necessarie?

Niente di più difficile da chiedersi mentre ogni giorno si deve fare il conto degli arresti, mentre tutto vacilla, sotto i colpi di un nemico cento volte più potente perché stavolta si avvale delle informazioni e della collaborazione investigativa di quei militanti arrestati che, da un giorno all’altro, cambiano fronte e si arruolano direttamente nell’Arma, con lo scopo dichiarato di distruggere quanto rimane di quello che fino a ieri dichiaravano che avrebbero difeso con la loro stessa vita.

Quel pidocchio sull’albero sano che era costato i compagni massacrati a via Fracchia, non era affatto così unico ed era stato tanto prolifico da far scoprire di colpo quanto infestata fosse la loro pianta rigogliosa. Se non fosse stato tragico ci sarebbe da sorridere sulla ridondanza di certe maldestre certezze, frutto più di spirito di autoconservazione che di lucidi ragionamenti.

Ma c’è poco da ironizzare. Solo chi c’è passato può capire la tragicità di far fronte ad un nemico che solo ieri è stato un fratello, una sorella.

Con cui si è diviso tutto e che ora tutto divide.

Tutto? Come non chiedersi quanta parte di se stessi ha lo stesso volto trasfigurato di un Caino?

Me lo sono chiesto. Con l’anima tra i denti in ore e ore passate nello strazio di saperli in mano a quelle belve.

Specie le compagne con il mio stesso corpo di donna. In balìa di un’emotività empatica che mi ottundeva la mente in un dolore diffuso, come se non avessi più un centimetro di pelle addosso.

E mentre trovavo il modo di lasciare l’unghia di un dito tra una porta o tramortirmi dal sotto in su dello stipite di una finestra, facevo finta di ragionare con gli altri.

In tutta evidenza la tortura stava producendo i suoi effetti e gli arresti si susseguivano a valanga. Si trattava di discettare su (presumibili o meno) debolezze dei singoli per cercare di mettere un qualche riparo.

Senso di nausea. Come sempre quando l’unico desiderio a rimanere è quello di abbandonarmi e non oppormi più. Raggomitolarmi e offrire all’avversità la gola esposta, sperando in un atto di pietà.

Di quella tragedia non pativo solo gli effetti devastanti d’ordine politico e materiale. Ancora di più il colpo lo subivo sul piano della mia stessa identità, in balìa di ogni dubbio. Come pensare in questo preciso momento quel compagno o quella? Come vermi schifosi… che siano maledetti con tutta la loro genìa… o come una parte indissolubile di me, in questo momento ancora più cara? E dell’orrida natura di quelli, quale parte, se c’era, potevo nascondere anch’io?

Terribile esercizio della mente, con le fattezze del mondo finite in un rutilante caleidoscopio in cui uno scatto minimo poteva cambiare tutto.

In mezzo alla bufera degli avvenimenti, scemava credibilità e fiducia dentro e intorno alle loro truppe allo sbando.

Una specie di impazzimento aveva colto soprattutto i militanti in carcere.

La maggior parte di loro straparlava e qualcun altro si chiudeva in un silenzio distante, come se di quello che stava accadendo non sentisse alcuna responsabilità.

E intanto montava l’allestimento del mercato di vinti e vincitori. Ancora una volta la partita si chiudeva a somma zero: si vinceva o si perdeva tutto. O si avevano tutte le ragioni o nessuna. Insomma senza via d’uscita.

Lo stato democratico aveva vinto e pretendeva nient’al-tro che ogni ragione. Detto fatto, i più si preparavano a fare fagotto per poi, spergiurando sull’inesistenza di motivazioni politiche della lotta armata, affrettarsi a riconquistare l’anima perduta in nome di quell’ideologia insensata e criminale.

Lo stato democratico sbandierava il suo trionfo. Per aver battuto il suo più acerrimo nemico e per averlo fatto con le sole armi della legalità, secondo un preciso mandato della volontà popolare.

E così è andata che in nome del popolo sovrano si è consumato l’ultimo atto di una tragedia che non ha eguali in fatto di fariseismo e cattiva coscienza. E che nessuno si illuda di esserne passato indenne, perché il danno prodotto è stato equamente ripartito anche fra chi ancora oggi pensa d’averla fatta franca e fa finta di ignorare quale prezzo ha dovuto pagare.

Se per quel residuo di brigatisti, infatti, poteva avere un senso trovarsi i fucili puntati addosso, qual era quello di chi ha subito il ricatto di non avere voce in quella guerra neanche dichiarata? Non di guerra si parlava infatti, perché loro non se ne giovassero in termini di riconoscimento politico. Più precisamente si trattava., di mobilitazione di massa contro il mostro terrorista, nemico del popolo prima ancora che delle istituzioni democratiche…

Ma è stata davvero tutta responsabilità di chi si era armato se si è accettato lo scippo violento della parola di quanti avrebbero dovuto opporsi, per esempio, a che soliti cittadini al di sopra di ogni sospetto potessero impunemente dire che a via Fracchia c’era stata una sparatoria? O che la tortura fosse una specie di referendum prò o contro la lotta armata – così come era rappresentato in parlamento dal capo dei Nocs, salvato in extremis da un processo per i suoi metodi di interrogatorio da uno dei partiti democratici dell’arco costituzionale?

O, soprattutto, che non esistessero vie percorribili diverse dal subire il ricatto dell’equidistanza? e quello dell’impunità del sistema politico? O che un difetto tanto vistoso di garantismo non poteva che condannare quella sinistra forcaiola alla perdita della sua stessa identità?

Solo apparentemente in questione c’era una guerra privata tra le Brigate rosse e lo stato. E lo stare a guardare dei più ha contribuito allo stravolgimento dello stesso senso comune. Fino a che l’incongruenza dell’opposizione sociale è diventata un segno di modernità; l’autonomizzarsi dell’economia dalla società una prassi di governo; la memoria crìtica un esercizio da mentalità residuale; la monetizzazione dell’abiura un valore, e ogni espressione di emarginazione l’oggetto di una cultura del sospetto.

E così è sfuggito il fatto che certo anacronismo di quei comunisti in armi forse rappresentava una linea di resistenza alla perfetta efficienza dell’attuale tecnocrazia delle povertà e delle corruttele e alla sua deriva nella disgregazione di ogni pensabile contratto sociale.

Nell’ipocrita contrapposizione “violenza sì o no”, sotto i colpi di una magistratura politica e di una politica giu-stizialista, si è giocata una partita i cui esiti sono ancora sotto gli occhi di tutti, a significare i tratti di una società talmente malata da giustificare gli eccessi apocalittici di quella fallimentare rivoluzione. Fino a che un variegato e traboccante carro dei vincitori ha chiuso ogni questione e si è fatto il buio sulla possibile intelligenza del senso politico dell’accadere, per procedere, a tentoni, di emergenza in emergenza.

Ma noi intanto continuavamo ad esserci. Braccati, isolati, allo sbando.

Con troppi militanti in galera a scontare pene infinite e con pene infinite da scontare, sempre ne fossimo usciti vivi.

Eravamo un gruppo clandestino a cui non era consentito chiudere qualche sede, magari un giornale, restituire le chiavi al padrone di casa e aspettare, a qualche altro indirizzo, tempi migliori. Di quella guerra, che non aveva quasi mai conosciuto il terreno del negoziato politico, avevamo introiettato la logica tutto-niente del vincere o morire. E, in mezzo, niente. Con un’eredità talmente pesante da farci rimanere zavorrati nell’angustia di un’alternativa troppo secca per permettere qualsiasi sfumatura che avesse avuto un senso.

E nessuno ne suggerì una diversa dal vendere cara la pelle.

Nemmeno chi, tra i nostri compagni in prigione, aveva perso qualsiasi fiducia e taceva. Meno che mai il nemico che continuava nel suo cecchinaggio ormai quotidiano.

Iniziammo, praticamente per strada e con la mano sul calcio delle pistole, a discutere sul da farsi. Dovevamo ritirarci, raccogliere le forze e resistere fino a capire se ancora esisteva un nostro futuro politico.

Giusto.

Peccato che non avevamo zone liberate in cui ritirarci. Peccato che l’unilateralità di una simile trovata non consentiva alcuna cessazione delle ostilità. Peccato che non avevamo proprio più niente da verificare se non l’indisponibilità a venderci e il non sapere come arrenderci senza doverlo fare.

Veramente troppo poco per una forza politica che aveva preteso di guidare un processo rivoluzionario.

Ero una dei pochi “vecchi” rimasti. Eppure non riuscivo a fare mia la convinzione che toccasse anche a me il compito di indicare e sostenere.

In quelle riunioni, tra i compagni che si sforzavano di trovare la soluzione coniugando insieme la ritirata cinese e il recupero di una più ortodossa “linea di massa”, non riuscivo ad esprimere che dubbi.

Come si dice, ero in minoranza. Su una mozione oltretutto non alternativa ma di sfiducia. Non vedevo alcuno spazio per una guerriglia sulla difensiva a così lungo termine. Non capivo che voleva dire quel “ritirarci tra le masse”. Quali? Se era vero che il nostro era stato un eccesso di autoreferenzialità, come credere fosse ancora possibile porvi rimedio solo perché adesso l’avevamo capito? Ed era poi veramente così semplice il bilancio di un’esperienza tanto particolare che non aveva avuto modelli per nascere, e non ne poteva avere neanche per non morire?

Che mi passava per la testa? Di tutto. Ma per prima cosa il sapere cosa erano state le Brigate rosse e il non avere alcuna voglia di ritrovameli in qualcosa di diverso.

In quell’atmosfera difficilissima per tutti da vivere, scontavo anche l’inevitabile disagio degli altri per le mie poche entusiastiche certezze.

Dalla mia avevo la lunga militanza che mi preservava dall’essere richiamata più drasticamente all’ordine, in un momento in cui non c’era spazio per le divagazioni e toccava alla fine decidere. Alla fine. Cioè subito.

I tradimenti, le divisioni, le prese di distanza, le calunnie degli ultras dell’offensiva ad ogni costo, avevano ferocemente colpito proprio lì dove era sempre albergato uno dei nostri punti di forza. E la nostra reciproca fiducia ne era uscita fortemente penalizzata. Tanto che nessuno sembrava disponibile a concedere il minimo spazio al dubbio, quasi fosse l’anticamera di ogni disfattismo.

Bisognava fare quadrato e non credere potessimo godere del lusso di perderci dietro a confusi ragionamenti. E i miei erano ragionamenti confusi, persino a me stessa, con nessuna possibilità di approfondimento in una situazione come quella. Disperante.

Un compagno cerca la mia mano. Anche lui di quelli “con le idee chiare”, ma più disposto a trovare tempo e modi per altro e tradurlo in un gesto: quella era ancora casa mia e non potrei comunque stare da qualche altra parte.

Per paradosso è toccato proprio a lei tradurre in pratica politica e organizzativa quel controverso bilancio. Gli altri, in pochi mesi, vengono tutti arrestati, alcuni uccisi. E ogni volta che sembrava proprio d’aver toccato il fondo, spuntavano fuori altri compagni disponibili a lottare ancora.

È stata lei, ancora per qualche anno, a dissuadere e convincere. A tenere a bada le derive più impensate, a ricucire insieme i pezzi, a cercare di coniugare, con un occhio alla sempre più fievole resistenza operaia e l’altro all’apparato guerrafondaio imperialista.

Tra le mani, nientemeno che l’eredità delle Brigate rosse. Si trattava di resistere, riconsegnarne intatto il patrimonio ideale e, se si doveva finire, farlo assieme con chi s’era iniziato. Non un dubbio sul suo destino personale.

Qua e là invece parecchi su quello dei nuovi compagni coinvolti a cui chiedeva di condividere la più temeraria delle scommesse. Che legittimità ne aveva? Responsabilità terribile di fronte alle tante incertezze e ai tremendi pericoli che loro correvano, tutti i giorni.

Subito dopo il suo arresto, viene portata in un’aula di tribunale.

Rivede i compagni. Relaziona quanto succede e uno le chiede conto della “ritirata strategica”, scelta che non aveva né condiviso né capito.

Non chiederlo a me, gli risponde sorridendo, non è che io ne sappia di più.

Umberto – Andrea

Negli alberi non posso più vedere alberi.

I rami non hanno le foglie, che offrono al vento.

I frutti sono dolci, ma senza amore.

Non riescono nemmeno a saziare.

Che avverrà mai?

Davanti ai miei occhi il bosco fugge,

davanti al mio orecchio gli uccelli serrano il becco,

per me nessun prato si fa giaciglio.

Sono sazia prima del tempo

eppure ho fame di esso.

Che avverrà mai?

Di notte sui monti arderanno i fuochi.

Devo dunque rimettermi in cammino, riaccostarmi a tutto?

In nessuna via riesco più a vedere una via.

Ingeborg Bachmann, Poesie

Quando ero ragazzina le uniche rappresentazioni teatrali che conoscevo erano i festeggiamenti dei santi. Aspettavo con ansia di poter curiosare tra gli adulti intenti nei preparativi e, dopo, di godere di quella sospensione dell’ordine consueto che permetteva persino inusuali sfrenatezze. Soprattutto amavo quelle processioni con le “infiorate” che, passato il santo, lasciavano per terra magnifici quadri dai mille colorì. Preziosa scenografia che si poteva distruggere impunemente, correndoci e scivolandoci sopra.

O, ancor più profanamente, mi piaceva quella specie di festa per la passata di pomodori da mettere in bottiglia per l’inverno. A meno di fare danni, anche qui saltava la ripetitività dei modi quotidiani e subentrava una più grande tolleranza. Con tutto il fascino di una specie di rito propiziatorio, a metà lavoro e a metà gioco, che teneva a bada le apprensioni e le attese dell’avvento della cattiva stagione. Come se, inanellati in una prevedibile ciclicità, fossero meglio sopportabili anche gli eventi più imprevisti e non tutto dovesse essere spiegato.

Poi è finita, e a quella specie di ottundimento è subentrata la lucidità del dolore. Quello del disincanto il più grande. Sempre, ogni volta da capo, mi ha sorpresa impreparata. Tutte le volte che il mio mondo è andato in pezzi e mi sono trovata senza più nulla, neanche le parole per dirlo. E tutte le volte ho maledetto la modernità delle solitu-dirti che lascia ciascuno incapace di riconoscere e celebrare con sacralità i momenti in cui la vita si torce e diviene. Perché abbiamo abbandonato per un’esteriorità di segni mercantili i vecchi riti di passaggio? E perché non abbiamo saputo inventarne di nuovi?

1982. L’anno della disfatta. Il cumulo di errori e di debolezza politica trova il punto di coagulo. Divisioni interne, battaglie perdute, arresti in massa, compagni torturati. E, ad inequivocabile segnale della gravità della crisi politica, l’infamia dei traditori. Fratelli di ieri che denunciano gli altri e di questi si fanno giudici e cacciatori.

Niente sembra resistere al contraccolpo. Né l’allestimento logistico, né i criteri di sicurezza, né la linea politica, né la fiducia in loro stessi.

Un fogliaccio della sera esce puntuale da mesi con il suo bollettino di guerra quotidiano. Basta passare davanti a un’edicola, sbirciare la prima pagina e si può sapere quanti sono i compagni arrestati e se c’è altro di ancora più grave.

Come quella sera di maggio: “Ferito a morte Umberto Catabiani. Brigatista ricercato, bloccato dopo una sparatoria a Viareggio e una caccia all’uomo nell’entroterra”.

Mi si blocca il cervello. Rifiuto di capire. Mi metto a cavillare con le parole.

“Ferito a morte” vuol dire che è ancora vivo. Altrimenti avrebbero scritto che è già morto. Non è così? Ditemi che è così. Perché non me lo dite?

Era stato ammazzato. Aveva tentato, già ferito, di allontanarsi dal luogo del primo scontro a fuoco e raggiungere un rifugio sicuro facendo chilometri a piedi attraverso un territorio che conosceva da sempre.

Doveva aver anche passato un corso d’acqua perché era bagnato quando l’ultimo colpo ha fermato la sua fuga. Solo, braccato, ferito.

Ma a spezzarmi in due, il fatto che fosse anche bagnato.

Avrà certo sentito freddo in quelle ore tremende. L’avrà sentito, pur nella determinazione ad affrontare da solo quella battaglia tanto impari.

Su tutto, l’estrema generosità di un atto come il suo. Generosità e lealtà verso i suoi compagni nel rispetto del patto che avevamo stretto per sottrarci ai possibili esiti della tortura. Perché al supplizio della carne non si sommasse anche il peso della messa a repentaglio della sicurezza se non della vita degli altri.

Eravamo arrivati in ritardo e debolissimi di fronte all’orrore che ormai si consumava ad ogni arresto, con l’unica consapevolezza che contro gli elettrodi sui genitali non fosse sufficiente la sola coscienza politica, che del resto quelli come Umberto avevano da vendere.

E così eravamo arrivati insieme a decidere che la galera non fosse più il male minore, almeno non per tutti. Insieme ad analizzare la nostra debolezza politica, gli errori, i tradimenti, la certezza stessa di un futuro politico e, anche, il che fare perché nessuno fosse più solo con se stesso a decidere se rischiare di morire o cadere vivo nelle mani dei torturatori.

Ma in quelle ore di maggio, quando lui ha dovuto scegliere e agire e morire, non eravamo insieme.

E adesso lui non c’è più e io sono qui a scriverne, per cieca fortuna.

A me è andata diversamente. Per me c’è ancora cielo e sole a riscaldare un’esistenza inconciliata su cui grava, incancellabile, anche quel suo freddo estremo.

Insieme ad altri, scrisse il volantino per la sua morte.

Su quei fogli poco trasparivano la sua faccia aperta e il suo sorriso, i suoi modi decisi come i profili dei suoi amati monti, quel suo venir fuori dalla forte eredità tramandata di una terra generosa di tradizioni comuniste che lo facevano, così giovane, come appartenente ad un’altra generazione.

Non certa sua buffa intolleranza con cui un giorno lo vide liquidare con poche brusche parole un compagno che voleva discutere delle ragioni di Bakunin.

Non il modo intrigante con cui argomentava la bellezza delle cime marmoree delle sue parti che, certo, il proletariato vittorioso avrebbe saputo lasciare lì come erano, decretando l’abolizione di tutte le produzioni faticose e nocive e, a pensarci bene, niente affatto indispensabili.

Non la sua riservatezza personale e il suo scarso indulgere a quanto dovevano mancargli luoghi e affetti che aveva lasciato.

Non la sua capacità, come i vecchi militanti, di adattarsi nelle difficili condizioni della clandestinità, in anni che avrebbero scoraggiato chiunque.

Non la semplicità con cui distingueva, nelle contingenze come nelle grandi valutazioni, cosa veniva prima.

Non il mio dolore e la mia compassione per quanto gli era toccato vivere, che pure in quelle ore mi facevano vacillare ogni certezza che avrei potuto continuare a fare alcunché anche se lui era morto da solo e al freddo.

No. Su quei fogli c’era altro e le parole tutte politiche. Le uniche emozioni affidate alla fraseologia di una tradizione comunista che ha sempre onorato i suoi caduti restituendo senso umano, storico, alla inconcepibile definitività della morte: asciugarsi gli occhi e raccogliere il fucile di chi non muore mai invano, se riesce a dare alla vita un valore tanto alto da essere disposto a morirne.

Troverei altre parole oggi?

Cosa mi attraversava la mente alla vigilia del mio ingresso nelle Brigate rosse? Era capitato subito che dovessi riflettere su quanto sarebbe mutata la mia vita. Era Natale e il primo brigatista clandestino da me conosciuto stava passando le feste da solo, non potendo condividere con noi luoghi, compagnie e orari notturni.

Non con noi, non con la sua famiglia, non con la sua compagna.

Difficile brindisi quel capodanno, con il doppio sentimento di estraneità a quei riti consumati e di pensoso sgomento per il cambiamento che incombeva.

Anche per me si avvicinava il tempo di mettere da parte, fino a conservarli solo nell’amorevolezza del ricordo, affetti, amicizie, vissuto e prospettive di futuro.

Ma su tutto, il misurarsi con la morte, la propria, quella dei compagni e quella da dare.

E l’ultima come la scelta più difficile da elaborare.

La politica, le sue leggi e finalità, come grande mediatrice a tacitare ogni dubbio. Toccava anche a me, per scelte e contingenze, assolvere compiti il cui peso sentivo non sarebbe ricaduto tutto sulle mie spalle, tanta la certezza che ad autorizzarmi fosse un mandato di necessità storica che imponeva l’ultimo atto violento per eliminarne ogni causa.

Tanta la certezza che un uomo lo si può ammazzare in tanti modi e che di questi solo alcuni sono riconosciuti crimini, per convenzione e circostanze mutabili della storia.

Tanta la certezza che, sul piano dell’intelligibilità degli avvenimenti che determinano il presente, non tutte le morti hanno lo stesso peso.

Io, che non avrei più dormito se avessi procurato questo male estremo per tornaconto personale o per scelleratezza, ero in pace con quanto sceglievo di fare e farmi, perché a volte capita che si possa superare l’orrore della morte ma non quello di una vita arresa a un povero presente.

Ma c’è un altro piano. Quello dei propri incubi e lacerazioni profonde. Quello in cui i conti non fanno mai cifra tonda e ritornano come segni indelebili, non sanabili, in ogni esistenza attraversata da passioni fuori misura.

È il piano delle proprie responsabilità, che rimane come prezzo da pagare a se stessi, che è sempre quello più alto. Compreso il sapere di essere percepiti come carnefici, da chi è rimasto ed è stato travolto da una guerra che pensava non lo riguardasse. Ma queste responsabilità, si può pretendere di alleggerirle? magari facendone oggetto di pubblico riscatto, come se fosse possibile che a qualcuno sia dato disfare quello che ha fatto e onesto che qualcun altro possa pretenderlo. No. Non è così. Paradossalmente l’esibizione dei propri dolorosi tormenti, quando non direttamente indirizzata a vantaggiosi scambi sul mercato delle indulgenze, mi torna come fastidiosa riproposizione di un alto senso di sé che, a parti rovesciate, pretende il centro della scena facendo scempio della riservatezza e del silenzio dovuti all’irreparabilità del danno estremo da ciascuno subito.

Altro sarebbe lo sforzo di comprensione che non esistono forze cieche e demoniache a gravare sui destini di ciascuno ma che tutto, quasi tutto, è frutto di un comprensibile, umano, storico operare che può dare senso e ragione anche al dolore estremo dei lutti. Che pure permane, inconsolabile.

No. Neanche oggi avrei parole diverse da quelle.

Per i miei nemici di allora e per chi non può trovare modo di farsi una ragione della loro morte. Per i loro figli, mogli, madri a cui non posso rivolgermi, per l’inadeguatezza di ogni espressione e perché la reciprocità dello sguardo rimane impossibile finché a dolore si oppone altro dolore e a ragione altra ragione.

Per Umberto, e altre e altri. Che sono morti combattendo per il comunismo. Che non sono morti invano.

Nessuna riflessione a posteriori, nessun riconoscimento di errore, nessuna disillusione di chi è rimasto, può violentare le ragioni del loro sacrificio, deformandole fino a fargli perdere ogni senso. Sarebbe come ammazzarli una seconda volta, stavolta per mano nostra e persino nel lascito di essere ricordati per quello che sono stati.

L’epilogo

Viene, la depressione, forse da grandi dolori, forse da più sottili concause, sempre – penso – dall’intollerabile divario fra lo sperato e il vissuto. Ma quando si installa, la sua voce ripete che nulla ha da essere atteso più, anzi nulla può essere davvero pensato più, perché una società, come del resto un uomo, non si pensa se non per cambiare. Se no, neppure si vede, diventa indecifrabile a se stesso, come un burattino disarticolato.

Rossana Rossanda, Un viaggio inutile

I have a dream… Come vivere senza?

Fare la rivoluzione per cambiare il mondo non mi ha reso felice. Durante, per la crudezza di viverla. Dopo, per la difficoltà di rielaborarla. Devo aver sbagliato sogno e allora provo a curiosare tra quelli degli altri. Dove sono quelli degli sconfìtti? Ce ne dovrebbero essere tanti ma non ne vedo. Provo a chiamare ma non ho voce udibile e non capisco quella altrui. Dove sono tutti gli scampati dinosauri che, insofferenti, ancora dovrebbero battere a terra la coda pesante? Possibile siano tutti estinti? o non sarà che per non accettarsi invisibili adesso sognino tutti di nascosto, ognuno per suo conto?

Andava avanti e con la mente girava attorno al lascito di Rosa Luxemburg dopo la disfatta della settimana spartachista: …Ma la rivoluzione è l’unica forma di “guerra” -anche questa è una sua particolare legge di vita – in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di “sconfitte”!… “L’ordine regna a Berlino!” Stupidi sbirri! Il vostro “ordine” è costruito sulla sabbia. La rivoluzione già da domani “di nuovo si rizzerà in alto con fracasso” e a vostro terrore annuncerà con clangore di trombe: io ero, io sono, io sarò!…

Com’è che si capisce quando non di singola battaglia perduta si tratta?

Quand’è che si deve decidere che è finita? Come si distingue un atto dovuto di responsabilità dal solo sospetto che possa trattarsi di stanchezza, diserzione e tradimento?

Ora è facile dire. Niente facile in quegli ultimi terribili anni. Con l’unico agio di costatare, giorno dopo giorno, quanto nemico fosse diventato l’usuale territorio.

Come quel giorno, quando con un altro compagno dei “vecchi” è ferma ad aspettare l’autobus.

C’è di che innervosirsi. Ogni minuto che passa li espone di più al pericolo di essere intercettati da quelle efficientissime pattuglie miste, a metà sbirri e a metà traditori in servizio permanente effettivo. Anni e anni in cui anche i più ricercati erano passati e ripassati, invisibili, sotto gli occhi di ogni genere di poliziotti, anche di quelli che sapevano essere lì per cercare proprio loro, e adesso miracolosamente, dacché a qualcuno gli si è sciolta la lingua e intenerito il cuore, arresti su arresti per riconoscimenti fortuiti in mezzo alla strada.

Mentre il suo compagno continua a bofonchiare la litania quotidiana contro i trasporti pubblici …e tanto lo so che prima o poi mi beccheranno per questi stupidi autobus che non passano mai…, con la coda dell’occhio finalmente si accorge che stanno fermi esattamente davanti alla bacheca di un quotidiano con le loro foto in prima pagina e titolate ad onore dell’autorità indiscussa proprio di loro due, ultimi capi brigatisti ricercati.

Difficile non piegarsi in due dal gran ridere.

Non sapendo se più per tutto il tempo che sono rimasti in bella mostra davanti alle loro foto segnaletiche o per la beffa dell’altisonante commento giornalistico.

E chi mai avrebbe dovuto metterli in discussione?

Erano rimasti in pochissimi. Le altre fazioni in cui si erano divisi, spazzate via. Pochi anche i compagni che continuavano a simpatizzare. Ancora meno quelli disposti a dare una mano.

Erano considerati, a seconda dei gusti, degli arresi, perché andavano dicendo di sconfitta, debolezza e ritirata, oppure dei contagiosi “morituri”, coi quali accompagnarsi anche solo per un tratto di strada poteva significare trovarsi in mezzo ad una sparatoria.

Strano modo di arrendersi e ritirarsi è stato il loro. Con più scontri a fuoco e perdite in pochi mesi che non in tutti gli anni precedenti.

In ogni caso, comunque venissero percepiti, il risultato era identico: resistere era un fatto esclusivamente loro.

Ma, soprattutto, a non metterli più in discussione erano i loro compagni in carcere. Molti neanche più compagni ma passati su ben altre sponde.

Altri, dopo aver contribuito con determinatezza a frantumarli, già da tempo avevano smesso di discutere con loro per, prima, continuare a farlo con maggiore pacatezza con la fazione del cuore – fidando di dimostrare, tramite questa, come sarebbe stato facile convincere le masse ad armarsi e …tana libera tutti. E poi, amareggiati per non aver trovato all’esterno chi avesse saputo tradurre in pratica il loro pensiero, con le varie conventicole dei delusi. Nei passeggi delle carceri speciali.

Alcuni tacevano, super partes, imperscrutabili e misteriosi, neanche mancassero da così tanto tempo da non capire cosa stava succedendo e perché. Pochi i rimasti a condividere la loro sorte, ma non ancora abbastanza per resistere tutti e ancora per molto alla tentazione di giocare all’ennesima spaccatura.

E ce ne sono state davvero per ogni gusto e stile, fino ai più disinvolti eclettismi.

Il fatto è che i prigionieri erano sempre stati la loro immagine pubblica, con quel tanto di eroico e carismatico con cui, specie nei momenti di stanca della guerriglia, era impossibile competere. Avevano infatti una forza contrattuale immensa che non si sono mai trattenuti dall’usare, spesso muovendosi come corporazione con loro, all’esterno, a fare da controparte, fino al ricatto della delegittimazione.

Il fatto è che il carcere è duro e separa. Non vincola alla verifica dei propri desideri con una realtà più grande ed enormemente più articolata nei soggetti e nelle dinamiche. Di qui certa “fretta” dei prigionieri nei momenti di forza della guerriglia. Di qui il mercanteggiare sulla propria identità quando le prospettive di vittoria si sono fatte più che dubbie e si è vanificato persino ogni residuo di propria autorappresentazione.

Ma tutti quelli che hanno abiurato dalle galere sono tanto diversi da chi ha preso ogni distanza dalle ragioni di non negoziabilità di un intero movimento che voleva fare la rivoluzione? O sono stati solo più ricattati, più visibili e più radicali?

Più realisti del re nell’attribuire ogni ragione all’avversario, non hanno potuto conservare nessuna parvenza di autonomia critica e sono finiti a fare da megafono proprio alla povertà di pensiero di chi ha perseguito con scelleratezza il disegno di ricacciare nel ghetto del torbido, dell’impolitico e dell’inconfessabile chiunque si era posto fuori e contro la politica istituzionale. Tanto da essere giocati come l’elemento più dirompente di una ben più pervasiva campagna di dissuasione e di discredito. Quella che ha fatto terra bruciata di ogni tradizione e memoria, lasciando un vuoto proprio lì dove la possibilità di critica e azione politica nel presente si sarebbe potuta legare a ciò che l’ha prodotto.

E questo, per gli ultimi brigatisti rimasti in libertà, è stato l’ostacolo più insidioso a che si potessero creare le condizioni per un gesto di chiusura unilaterale dell’esperienza armata fuori dalla pregiudiziale dissoluzione di ogni sua ragione.

Ma questo, se pure forse decisivo, non spiega tutto.

Anche altro ha spinto qualcuno a continuare a combattere.

Anni ottanta. Quelli in cui l’esito dei sussulti degli anni precedenti aveva sconvolto le fattezze del mondo, seppellendo in tutta fretta ogni speranza di rinascita sotto il rovinare di muri in cumuli di macerie e inaugurando una fase di transizione all’insegna della ferocia e del disincanto di ogni utopia. Con l’unica regola traducibile in uno strappo astioso di ogni legame col passato, in un’affannosa resa dei conti a contendere il tempo per ogni pensata riflessione.

E il “nuovo” che non riusciva ad avere il sapore di una festa di liberazione dai vincoli limitanti di ieri, ma chiudeva ciascuno nell’angoscia solitaria di una comunicazione sociale interrotta.

Su tutto, i falsi miti del successo individuale dei più adatti, spettacolarizzati dalle rovinose semplificazioni di opinion makers e dal veloce consumo emotivo di un reale deprivato della realtà.

Bandito il valore dell’esperienza personale e della tradizione tramandata, nel “nuovo” ci si muoveva a tentoni, baldanzosi figli di nessuno, badando a non inciampare nei vetusti valori della passione partigiana per le vicende di un mondo che, finalmente, tornava ad essere uno. Almeno quello che ce la faceva a stare a galla.

Tutto il resto neanche esisteva più, non doveva, altrimenti sballavano i conti e le misure della “nuova” tecnocrazia dei numeri. Quella che è riuscita a dare ragione alla manifesta pochezza di un progresso degradante e affamatore, che rapina dovunque e divide solo tra pochi.

Ma i conti dovevano tornare. Quali? Quelli per cui, bandita ogni pensabile alternativa, se proprio non quadrano si forza il gioco e si eliminano le sedie, gli sgabelli e anche i posti in piedi ai commensali di troppo. Basta fare un rigo su qualche cifra riottosa e si può, oplà, ridurre la società dei beneficiari. Ai due terzi, per esempio. Ed è un bel risparmio se ad essere contato è l’intero pianeta, pieno zeppo di esuberi, mai stati o non più concorrenziali nel “nuovo” mercato in cui tutto si può trovare eccetto il lascito di una sua qualche ragione sociale, incommensurabile con i bilanci della grande azienda multinazionale. Dove non appaiono i costi politici, sociali e direttamente quelli in vite umane, di nuova e vecchia emarginazione che non ha più un nemico di classe a cui contendere differenze di valori e di aspirazioni, ma solo cifre, calcoli, numeri, in tutta la loro opinabile impersonale neutralità.

Anni ottanta. Per i curiosi paradossi della storia, mentre il mercato capitalistico, rimasto infine senza alternative, svelava tutti i suoi insuperabili limiti, solo dei residuali antiprogressisti potevano continuare a pensare che fosse un meccanismo sbagliato.

Sbagliati erano tutti quelli che non riuscivano a starci dentro, sgomitando, e ad emergere, a competere, a rientrare nel novero dei posti riservati. Tutti per una razza scelta. Di giovani, bianchi, alti, sani, vincenti e griffati.

Ma perché ognuno si convincesse o rassegnasse a stare al grande gioco delle quantità, è stato necessario stroncare fino in fondo la resistenza del “vecchio” mondo, quello in cui la politica stava ancora nel segno del conflitto di interessi contrapposti e la mediazione non conosceva ancora fino in fondo l’imbroglio delle concertazioni separate dei vertici. Quel mondo che sapeva quanto potere di contrattazione e di visibilità perdeva, perdendo quei tre soldi di contingenza e che infine, nella più grande mistificazione, non potè fare altro che perdere. Mentre la produzione di armi si consolidava come il volano principale dell’economia e i bombardieri Usa, sibilando su teste rampanti e distratte, portavano la morte fin dentro le case del malefico assoluto di turno, uccidendone persino i figli piccoli.

Un mondo tutto da reinterpretare nella caduta della fede in quelle sue sorti risultate alla fine niente affatto magnifiche né progressive. Ma, ancora una volta, la velocità di germinazione di cambiamenti inusitati non ha corrisposto ai tempi di adeguamento degli strumenti di valutazione, e chi non ha creduto fosse quella la fine della storia, ha continuato a guardare con gli unici occhi che aveva, nell’attesa inconfessata che tutto si placasse e tornasse noto.

Come è stato anche per me, in quei lunghi, terribili ultimi anni.

Fine pena mai

“Lui è cattivo,” dice. “Il bambino non lo fa più. Tu non devi farlo più.” Gli punta il dito contro il petto, lo costringe a guardarla, lo tocca, deve capire che “il bambino” e lui sono una sola persona, da tanto e sempre cerca di farglielo arrivare, un lavoro che ormai non le costa nemmeno più, così almeno le sembra. Gli mette uno straccio in mano, lui le abbandona le dita e gliele lascia muovere guardando altrove, non c’è, è preso da quello che ha dentro e tutto il resto non lo tocca.

Clara Sereni, Manicomio primavera

“Cosa sarebbe successo se, in quegli anni, ci fossimo incontrate sul pianerottolo della stessa casa? Avremmo riconosciuto una qualche nostra somiglianza?” mi chiedi in una lettera, cara amica in vena di indagare l’imprevedibile dei tanti giri che avrebbe potuto fare la tua esistenza.

Mi viene da pensare che se tu avessi avuto bisogno di due foglie di basilico per il sugo, non avrei avuto difficoltà ad accontentarti. Difficile per me non averne di fresco dentro un bicchiere pieno d’acqua. Strani segni di “normalità” per una come me che ha vissuto per anni in posti da altri definiti covi, continuando a non darsene a vedere.

La giornata è quasi estiva. Il sole le è sempre stato amico ed esce di casa con spirito leggero.

Dovrebbe stare piegata in due per la mole di problemi di tutti i tipi che ormai accompagnano le sue giornate. Ma ce il sole e lungo lo squallido stradone persino uno spelacchiato giardinetto con un pupo biondo che corre e ride.

È un attimo: “Stai ferma. Non muoverti…” e con la coda dell’occhio riconosce lo sgradevole oggetto che qualcuno le preme sulla tempia. È l’arma che ha in dotazione la polizia.

Non ha mai capito qual è il cattivo funzionamento dei suoi circuiti cerebrali che, nelle situazioni più critiche, cominciano a fare complicate circonvoluzioni pur di non arrendersi all’evidenza. Come anche quella volta che, pur sapendo, si è chiesta se per caso non stesse per essere rapinata. Eh sì perché, nonostante l’innamoramento a prima vista per il biondo razzolante fra l’erba, avrebbe ben dovuto notare qualcosa e vederli prima che le piombassero addosso.

Addirittura, subito dietro di lei, c’è una macchina.

Come è stato possibile? Ha usato la solita precauzione di camminare dal lato della strada che le avrebbe dovuto consentire di vedere qualsiasi veicolo venirle incontro, e questi se li ritrova alle spalle.

Ma quali macchine avrebbe poi dovuto vedere? in un traffico bloccato a monte e a valle, e “loro” disseminati in giro nelle vesti più innocue e usuali.

C’è caduta come una principiante.

La prima cosa da fare è rassicurare il suo più prossimo interlocutore, visto che continua a tenerle l’arma puntata alla testa e sembra che abbia più paura di lei.

La seconda, tentare di segnalare quanto sta succedendo per cercare di avvisare e limitare i danni.

Comincia ad urlare a più non posso il proprio nome. A chi? La strada adesso la vede bene in tutto il suo deserto pullulante di sbirri travestiti da passanti.

Le strappano tutto lo strappabile di dosso e poi la scaraventano in macchina. Ordini concitati di frugarla bene e scovare altri eventuali trucchi, dopo aver scoperto la sua povera borsa tagliata su un autobus da quel disgraziato scippatore del suo portafoglio e riadattata per un uso più congruo dell’arma che si porta sempre dietro.

Mi ritrovo dentro una caserma, circondata da ragazzoni esagitati che sembrano tutti aver vinto il fatidico terno al lotto. Mi fanno sedere e tengo la testa bassa per espormi il meno possibile ai loro sguardi e far finta di avere altro da pensare che stare ad ascoltare i loro sghignazzi con cui vogliono farmi intendere di averci presi tutti. Mi distraggo e con gli occhi all’altezza di innumerevoli mani che mi si agitano davanti, noto che tutti hanno dei vistosi bracciali d’oro ai polsi. Come avevo fatto, nei giorni precedenti, a non accorgermi delle loro presenze, visto che corrispondono esattamente al prototipo classico, a metà tra malavitosi di borgata e agenti di polizia in borghese? Come avevo fatto? Semplice. Da troppo tempo ormai le misure di sicurezza si erano conformate alle sole regole del possibile, quelle che, da un certo momento in poi, hanno impedito qualsiasi diversità di scelta e non hanno permesso neanche la conservazione dell’esistente.

Eppure, a quel punto, perché continuavo a sperare che fosse finita solo per me?

Comincia così. Dopo qualche ora ripartono. A Roma, i suoi accompagnatori non si dirigono verso la destinazione prevista e le si torce lo stomaco.

Cosa le succederà?

Le passa tutta la vita davanti in un turbinio di ragionamenti prò e contro. È da tanto ormai che non usano più certi sistemi persuasivi – ma come si fa a dirlo?

Si fermano. Quasi non osa guardare e quando vede lo stemma con la fiamma le torna il sangue nelle vene. Non possono usare una caserma ufficiale per certe porcherie.

È così. Certo non è l’Hilton, ma d’altra parte non c’è mai stata all’Hilton e viene trattata persino con riguardo, per quanto la situazione consente.

Contro ogni previsione, riesce persino a dormire. Dopo aver giurato, e mantenuto per circa tre minuti, che mai si sarebbe poggiata su quel lurido pagliericcio. Dorme, come sempre le riesce di fare quando la situazione le diventa insostenibile. E in questo momento, insostenibile le è, soprattutto, il pensiero degli altri fuori e di cosa può essere successo.

Come non esistesse, sembra non curarsi di sé e di quanto le capita.

A sera la portano a Rebibbia. Viene accolta da una piccola folla di guardiane che si accalcano in un bugigattolo per la perquisizione. Non ha che pochi indumenti addosso e vogliono che si tolga anche quelli.

È difficile capire cosa cerchino, oltre che sottoporla a quell’umiliante prova di iniziazione.

Il giorno dopo, un magistrato fuori di sé per la sua scarsa impressionabilità le comunica che la dichiara in arresto per omicidio. Per poco non gli scoppia a ridere in faccia. Veramente uno strano modo di nominare le cose.

È ancora carica e osserva più che osservarsi.

Viene trasferita al Nord per uno dei tanti processi in corso.

Rivede dei compagni dopo anni. Di altri le arrivano notizie. Per qualche minuto riesce persino a riabbracciare, dopo tanto tempo, qualcuno di casa sua.

Tra flash che scattano a raffica e facce anonime morbosamente curiose di vedere finalmente il mostro in carne ed ossa, assorbe con ritmo sostenuto un buon numero di emozioni forti, senza la benché minima capacità di elaborarle.

Poi, all’improvviso, tutto si ferma.

È di nuovo a Rebibbia per quello che sarà un lungo isolamento e, di colpo, realizza, nell’attimo stesso in cui le chiudono con un tonfo sinistro il blindato della cella alle spalle, di essere alla fine della corsa. Ha davanti l’ergastolo. Quello che sul suo foglio di detenzione suona con un ineffabile: fine pena mai.

E cos’altro, altrimenti? Deve esserci nella mia vita un segno fatale coniugato con i sempre, i mai, i tutto, i niente.

Come se, fuori dall’eccesso delle passioni assolute, non riesca a trovare motivi per muovermi.

Per decidere da che parte stare.

Per come stare da quella parte.

Per innamorarmi di un uomo.

E dunque la galera. Materia scivolosa se non tra chi ne conosce direttamente le torsioni di corpo e anima. E quindi, quasi sempre, racconto impossibile e infecondo.

Gli anni passano senza lasciare tracce significative. Si aspetta sempre qualcosa, in un tempo che non è mai presente. Che a volte corre e scivola via e, quasi sempre, rimane irrimediabilmente fermo. In ogni caso non si fa appartenere come è sempre quando la vita è vissuta altrove.

Dopo vani tentativi di ricavare un senso dall’inutilità delle sue deprivazioni, si ritrova, un pomeriggio, ad assistere alla proiezione di un film. È la storia di un giovane neuropsichiatra infantile e del suo grande cocomero.

L’impatto emotivo è fortissimo. I legami con la difficoltà a vivere dei suoi ragazzini terribili di tanti anni fa, sono ancora carne e sangue.

Ce li ha ancora tutti davanti, come quel primo giorno in cui decidere di non richiudersi in fretta la porta alle spalle alla loro vista, è stato tutt’uno con il non aver più potuto guardare da un’altra parte.

Era stata assunta in una “scuola speciale” per insegnare a dei bambini altrettanto “speciali” e, giorno dopo giorno, vedeva fallire ogni tentativo di mantenersi al suo posto e non farsi sopraffare dalla più completa empatia.

Molto poco professionalmente, non faceva altro che continuare a cercare se stessa nei loro occhi, lì dove entrare ha significato fare più di un giro all’inferno e lottare con il duplice istinto di mettere distanza e di affrontare insieme la faccia comune del mostro.

Fino a toccarsi reciprocamente l’anima.

Tra i tanti, c’era lui. Sui sei anni. Quadro clinico: sindrome autistica. Bellissimo e completamente chiuso nella sua fortezza irraggiungibile.

Rabbioso con gli altri almeno quanto con se stesso, sempre in fuga, sempre lanciando grida ossessive.

La mattina, la prima incombenza era di ripulirlo, visto che si faceva tutto addosso. Niente di più difficile. Una specie di anguilla scalciante e urlante, che opponeva una strenua resistenza al solo farsi toccare.

Ogni volta lo stesso penoso corpo a corpo.

Ma poi succedeva. Dopo lavato, come per magia, per alcuni secondi si abbandonava, si lasciava accarezzare, gli occhi gli si placavano e la guardava. La vedeva. O almeno così a lei piaceva pensare che fosse.

Durante la giornata, poi, provava a più riprese di ritrovare quell’intesa fugace, senza mai riuscirci. Lui tornava, non senza una certa determinazione, a tenerla a distanza, anzi, peggio, a non tenerla affatto, lasciandola a pietire un solo cenno di consapevolezza della sua esistenza in quel mondo di infantili affetti pietrificati.

Eppure quel bambino l’ha amato profondamente, come solo si può amare una parte di se stessi, quella più vicina al fondo, la più terribile, la più nascosta e, forse, la più autentica. Nei suoi occhi, in quei pochi istanti in cui permetteva al suo sguardo di liberarsi del vuoto, le sembrava di cogliere persino dell’ironia. Tanto esplicita doveva apparirgli la sua richiesta d’aiuto, di travaso di forza.

Proprio a lui! Ma chissà? Forse proprio lui, senza avercene nessuna signoria, sapeva meglio di tanti altri di forza e fragilità.

Sono ancora seduta al mio posto, nella sala-teatro del carcere. Il giovane medico sta dicendo ad una piccola paziente la sua gratitudine perché la sofferta ricerca di lei l’aveva costretto a continuare a cercare un valido motivo per alzarsi ogni mattina.

Come una stilettata mi travolge il non senso: che ci sto a fare qui?

Una rivoluzionaria di professione

In tutto ciò che è sociale c’è la forza. Solamente l’equilibrio annulla la forza. Se si è consapevoli delle ragioni dello squilibrio sociale, occorre fare ciò che è in proprio potere per aggiungere peso sul piatto troppo leggero. Anche se il peso fosse il male, forse maneggiandolo con questa intenzione non ci si macchia. Ma bisogna aver concepito l’equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia, questa “fuggitiva dal campo dei vincitori”.

Simone Weil, Quaderni

L’incapacità di scendere a patti. Prima ancora di chiedermi qual è il meglio per me, esaurirmi nella resistenza contro me stessa.

Mi scorrono davanti tutte, le donne della mia famiglia. Almeno tre generazioni. E riconosco i segni di una genealogia che fa la loro diversità tutta discendente da colei che ha messo in moto la sequenza. Quanto ancora, perché l’indicibile di una ritrovata alleanza possa essere messo in parola?

Chissà perché, fra le tante, le torna in mente quella sua faccia solare.

“Guardiana, perché non prova a mettersi una mano sulla divisa…?!”

Conosciuta in quella specie di fossa dei leoni del carcere di Voghera, con quella sua espressione bonaria e l’ironica intelligenza che le facevano reggere da anni una quotidianità difficile. E non solo per via delle allucinate divise inanimate. Ancora peggio per le dubbie prospettive e il cannibalismo tra le fila del loro esercito in rotta.

Il marito in altro carcere e colloqui neanche a parlarne, irriducibilità “oblige”. I figli che crescevano lontani, con sempre più difficoltà a vivere la condizione eccezionale di una famiglia polverizzata in cui lei, la madre, non si era limitata ad essere la moglie del brigatista, rendendo così irrimediabile il danno. Che rispondere alla loro domanda di normalità negata? al sotteso rimprovero per il protrarsi di un’assenza?

Dopo l’arrivo di una lettera o dopo un colloquio particolarmente difficile, sul suo viso si stampava tutto lo smarrimento per non riuscire proprio a farli tornare certi conti; e sì che ormai da anni aveva imparato a dosare la sua saggia concretezza tanto da riuscire a tenere a bada le false alternative che le si offrivano e in cui erano cadute molte altre.

E solo chi c’è stata, in quel carcere-laboratorio, può capire quanto potesse essere difficile trovare il punto d’equilibrio tra il sottrarsi alla logica di un insensato continuismo e non cedere sull’essenziale. In questo era ineguagliabile, come nel riuscire a mettere insieme la cura e l’allegria per un risotto da offrire alla compagna di pranzo con l’indisponibilità più ferma a fare mercato della sua identità, della sua storia, dei suoi compagni.

Tutto con la semplice inequivocabilità di cui solo alcune persone sono capaci.

Ma chi era? Sposata con figli, aveva un lavoro e una casa. Non rispondeva dunque a quel cliché di disperazione che tante anime belle hanno voluto cucire loro addosso. Era una “della porta accanto”, una delle tante che hanno fatto le Brigate rosse.

Aveva avuto opportunità di scelta e quella che aveva fatto non era affatto l’unica possibile. Le era dunque costata, ci aveva pensato bene, ne avrà discusso a fondo con il suo compagno, sapeva perfettamente quanto aveva da perdere. Poi aveva deciso e non era più tornata sulla decisione presa.

Cara! Che non disdegnava di usare il grembiule per sfaccendare nella sua ospitalissima cella-casa e che nessuna super strategia antiguerriglia dei super esperti del super carcere era riuscita a piegare all’arroganza delle povere ragioni dei vincitori.

Nelle stravolte ricostruzioni successive, figure come la sua stonano a tal punto che non trovano posto. Eppure sono state proprio quelle a fare la grandezza della storia brigatista, che nessuna delle tante altre miserie può riuscire a rendere meno unica.

Vae victis! E sia. Nella polvere e in catene. Poteva essere nel conto.

Ma come far fronte alla sottrazione di senso? alla negazione delle ragioni dei fatti?

Nella ossessiva reiterazione di formulette scacciafantasmi con cui si liquidano le Brigate rosse staccandole per lesa appartenenza al contesto di scontro sociale in cui sono nate e con cui sono morte, si assiste ad un fenomeno preoccupante di assenza di ogni filo di ragionamento.

L’argomento sembra sottrarsi alla logica per approdare alla pura emotività, con tutti i nervi messi allo scoperto.

L’analisi del fenomeno indugia tra psicoanalisi criminale, ricerche dietrologiche, intimismo massmediatico, disconnessione delle relazioni di causalità. Di tutto un po’, meno che la laicità di una riflessione critica non pregiudiziale.

Ma che ci faceva in quell’Italia prospera e operosa, unita all’apogeo del consociativismo a sostegno di una democrazia sempre in pericolo, con il Partito comunista e il sindacato più forti d’Europa, quella comunista che viveva in uno sputo di paese e militava in un’organizzazione di guerriglia come le Brigate rosse? Come si spiega il radicamento sociale della lotta armata comunista in una democrazia parlamentare a capitalismo maturo, fuori dunque dalla tradizione resistenziale e altra cosa dalle guerriglie nazionaliste e terzomondiste? Si può ironizzare sulla consistenza di quel radicamento, ma rimane il fatto che si è trattato di un’esperienza combattente clandestina durata per più di un decennio. E allora ogni facile ironia rasenta la demenza. Semplicemente non si vuole capire. Più facile risulta espellere l’alterità assoluta e non rischiare un confronto che potrebbe rimettere in causa più di un bilancio politico e più d’una responsabilità sugli esiti di quello scontro sociale.

In prigione mi sono sentita rispondere da un militante di vecchia data dell’ex Pei, peraltro niente affatto disattento, che la sostanziale differenza tra la nostra sconfitta e la loro (ammesso ci fosse, ma visto che insistevo tanto…) stava soprattutto nell’immediata visibilità di un fatto fortemente simbolico: noi stavamo tutti in galera.

Mai dichiarazione tanto esplicita della necessità di quella parte politica di risolvere le drammatiche lacerazioni di quegli anni in maniera esemplare. Tanto da poter continuare a esigere un credito di affidabilità nel compito di contenimento di un movimento di classe che proprio non voleva saperne di compromessi storici e di politica dei sacrifici. Estrema cinica coerenza di chi, essendo ieri entrato in rotta di collisione con chiunque non fosse stato folgorato dall’insospettabile “bene in sé” della produzione mercantile, affidava oggi la riflessione e la memoria di quel conflitto ai resoconti dei tribunali. E così un’esperienza armata indubbiamente minoritaria e perdente ma fortemente indicativa del livello di assenza di governo delle contraddizioni sociali che l’avevano generata, è stata trasformata a esclusivo problema di ordine sociale, da processare, seppellire sotto secoli di galera e collocare storicamente fuori da ogni dinamica politica comprensibile.

L’unico brigatista buono, dopo quello morto, doveva apparire come una figura ambigua, figlia di nessuno, eterodiretta e, soprattutto, isolata dai movimenti di massa.

Sembrano essere passati secoli, eppure solo ieri (o ieri l’altro?) in ogni conventicola della nostrana sinistra pavida e ingenerosa si amava indugiare su esperienze partigiane che, al contrario, avevano dalla loro non solo la giustezza dei fini ma soprattutto il consenso delle masse.

Ti ricordi, compagno immemore? ti ricordi di testimonianze di combattenti di quell’altra guerra (quella vinta), quelli che andavano in azione da soli e che, sparando a due mani, da soli si coprivano la ritirata? ti ricordi del loro scoramento per la scarsità degli appoggi e per gli ancora più scarsi mezzi, per l’invisibilità degli altri e delle masse consenzienti? delle fughe continue e del continuo guardarsi alle spalle? ti ricordi di quando chiedevano al proprio dirigente responsabile, fortunosamente infine incontrato, dove fosse il partito. Ti ricordi della risposta? “Il partito sei tu, compagno. ” E poi via.

Si sarà sentito solo e sradicato quel compagno che forse ha combattuto in condizioni ancora più difficili di quelle da me conosciute?

Di certo non ha mai dubitato del fortissimo legame politico tra la sua azione e un più vasto movimento di lotta, altrimenti nessuno gli avrebbe dato il coraggio della solitudine nell’atto di impugnare un’arma e di usarla contro il nemico. Solitudine personale, non condivisibile mai fino in fondo con nessun altro.

Grandezza, grandezza di una storia e dei suoi protagonisti che, se sottratti a certa iconografia santificante (o, all’opposto, alla pregiudiziale demonizzazione) e restituiti all’intelligenza dei fatti, possono veramente aiutarci a capire. Capire, ad esempio, i nessi e le discontinuità delle diverse esperienze politiche che hanno segnato questo secolo di tentativi di assalto al cielo, prima che un dubbio giudizio coscienziale tra bene e male impedisca del tutto l’esercizio della critica storica.

Capire per reinnescare l’autoriflessione di questa società su se stessa perché l’illusione di poter espellere da sé le proprie contraddizioni non la costringa a ricorrere a sempre più galere, più ghetti, più frontiere, più esclusioni.

Solo un film

Ai tempi in cui mi insegnavate i rudimenti delle lettere e delle scienze, un tizio riconosciuto colpevole d’un delitto vero o falso fu arso a Bruges, e un nostro domestico me ne raccontò il supplizio […]. Per aumentare l’interesse dello spettacolo era stato legato al palo con una lunga catena, ciò che gli permise di correre in preda alle fiamme fino a che cadde col viso contro il suolo, o per dir meglio, sulla brace. Io mi sono spesso detto che un simile orrore potrebbe servire per simboleggiare la condizione d’un uomo che sia lasciato quasi libero.

Marguerite Yourcenar, L’opera al nero

Non avevi mai dimenticato le tue origini contadine. Forzatamente eri diventata operaia ma conservavi l’arte di trattare al meglio anche quella “terra matta’ che avevi trovato nel paese dove eri emigrata e dove mi hai messo al mondo. Come riuscissi a far nascere sempre qualcosa di buono in quel luogo così poco adatto alla vita, è sempre rimasto un mistero per me. E forse proprio perché io sono venuta su in mezzo ai veleni delle ciminiere, mi affascinava quel tuo sapere, come quando mi portavi, nella campagna vicina, a raccogliere il grano rimasto a terra dopo la mietitura. Come se mi conducessi dall’altra parte del mondo conosciuto, tramandandomi il piacere di confondermi in un ciclo vitale precedente ad ogni rielaborazione di senso. Devo a quei pomeriggi con te il piacere di camminare scalza e l’abitudine di odorare per distinguere e il toccare per scegliere e il sentire per capire. Ma ti devo anche tutta la fatica di averne sempre diffidato.

Andarci? Non andarci? Una manciata di giorni di permesso dal carcere e per lei si tratta di decidere se sottrarre al girovagare un pomeriggio dei pochi a disposizione per andarsi a chiudere dentro un cinema. A frenare, soprattutto il timore di passare un brutto pomeriggio, dato il film in questione.

Andarci? Dopo essersi assicurata una presenza amica che, al bisogno, le tenesse la mano, è infine andata.

In programmazione la rappresentazione dell’incontro scenico tra una “ex terrorista” e una delle sue vittime e, nel conto, un altro irriconoscibile racconto della sua storia.

Del resto ognuno, anche fra i suoi compagni di un tempo, ne ha fatto uno. Quasi mai del tutto condiviso. A volte per niente.

Quello in fondo non era che un film, anche se pensato, realizzato e poi visto, soprattutto da gente di sinistra.

Ecco il punto.

Coraggio, dunque, andiamo a farci sbranare.

Pochi fotogrammi e già emerge il filo conduttore di un racconto irrigidito nell’insensatezza di fatti messi volutamente in scena in un vuoto di contesto e ridotti a uno stralunato faccia a faccia tra i due protagonisti. Lui, da esperto nella politica di ristrutturazione aziendale divenuto professore e lei, quella che gli ha sparato, detenuta in fuoriuscita diurna per lavoro.

Ma la vicenda che li unisce potrebbe essere di qualsivoglia altra natura. Se ne avverte solo la componente fortemente traumatica.

Appaiono entrambi come estraniati. Lei quasi sfuma, tanto è poco presente e come costretta, nei modi e nelle relazioni con quanto la circonda. Lui, gesti a scatti e fiumi di parole, sembra consumare in un reificato solipsismo la ricerca di un segno con cui fare fronte al grave senso di perdita in cui è caduto. Tutti e due sembrano non esserci, come vivessero in una scansione altra del tempo.

Si incontrano, ma non si vedono. Lei perché non lo riconosce, lui perché non si fa riconoscere. Nessuna possibilità di scambio nei loro sguardi che vedono solo un’immagine riflessa luna dell’altro.

Che succede? Perché parlano ognuno per sé? Ma quale il linguaggio comprensibile in tanta confusione di piani? Il non detto del contesto che li ha fatti incontrare anni prima, impedisce l’incontro dell’oggi e tutto si avviluppa nell’equivoco.

Il professore incalza, sembra voler capire e così sciogliere l’incubo che lo ossessiona. Ma il suo non è reale interesse a farsi dire. Sembra non essere in grado di riconoscere che ha di fronte qualcosa di irriducibile all’incarnazione dei suoi fantasmi. Fantasmi modellati per anni e costretti dentro l’ecolalia di “perché?” tanto astratti da servire solo all’allontanamento rituale da sé di ogni legame comprensibile con quanto gli è capitato.

Appare l’innocenza incarnata; l’estraneità assoluta a quanto da lui e da altri interagito; la vittima per antonomasia di un insensato fato avverso.

È convinto che quanto gli è successo sarebbe potuto capitare indifferentemente a chiunque altro.

Perché? Non ripercorre, non dice, lui a cui non difettano certo le parole, che ne è stato della sua vita dopo, per esempio, e perché ora fa un altro mestiere, non va alla ricerca di motivazioni. Con domande truccate che esigono delle non risposte, cerca solo che gli si confermi che per puro, purissimo accidente è incappato in un meccanismo a lui estraneo e privo di qualunque relazione con la sua esistenza sociale.

Lei prova a dire. Di sé e di come è potuto accadere.

Sembra non sapere, sembra tutto molto banale, per puro caso.

Mi sale un senso di fastidio. Molti ex militanti della lotta armata, per tornaconto e accondiscendenza ad una verità ufficiale, per acquiescenza al buonismo salva anime alla moda, per sottrarsi alla scomoda posizione di chi ha perduto, sembrano tutti colpiti da una curiosa sindrome di smemoratezza e incapacità di raccontarsi per quello che sono stati. Come fossero stati agiti da una forza estranea, capace di forzargli testa e cuore, tanto da non riconoscersi più in quella parte della loro vita messa tra parentesi.

La donna è nel disagio di chi è pressato a fornire giustificazioni semplificate – troppo, per significare alcunché. Poi accenna a condizioni politiche. E qui il dialogo, che sembrava aver conquistato la sponda di una pur sofferta forma di comunicazione, naufraga fragorosamente, tanta l’indisponibilità del professore a sentir solo nominare la parola “politica”. A sentirsi dire che quel colpo di pistola che ancora ha nella testa gli è venuto per via della sua posizione avversa in una trincea di guerra che anche lui aveva combattuto.

Magari con armi diverse, ma non con nessuna responsabilità.

Come non mai, grazie proprio all’efficacia delle immagini, si fa corpo la tesi della inconsistenza di motivazioni dicibili di quel colpo di pistola. Tutto il rapporto tra i due è ridotto a quello sparo, il cui frastuono copre ogni possibilità di parola fino a dilatarsi nell’inverosimile e nell’irragionevole.

Il professore, che pure ha cercato e voluto che si parlassero, non è in grado di sopportare che lei abbia una versione diversa dalla sua.

Comunque una versione. Comprensibile, prima ancora che giudicabile.

Non vuole dunque parlare. Vuole continuare il suo monologo e finalmente vendicarsi, riducendo la sua aguzzina al silenzioso assenso delle non spiegazioni che si è già dato. Non può accettare quelle della donna. Vanno cercate altrove. Nella follia criminale, nella incarnazione del male assoluto, nel delirio di onnipotenza di alcuni angeli sterminatori.

Tutto, meno che nei nessi intelligibili di uno scontro di natura politica.

Comincia a scemare in me il senso di fastidio per l’afasia della donna.

Non può parlare, forse non perché non sa, ma perché non deve. Non è previsto che abbia facoltà di parola e anche quando l’avesse, le va tolta.

Perché? Perché la vendetta sociale per la sua colpa è la condanna al silenzio, tanta per lei Villegittimità di usare una parola sensata che possa rendere ragione all’irragionevole.

Non deve parlare. Può solo essere parlata e fornire un’immagine accomodante a lenimento dell’inquietudine che promana da una memoria troppo devastata per acconsentire all’inequivocabilità di una perdurante rassicurazione.

Ma perché non sono andata a rimirare i volteggi dei gabbiani sul Tevere?

Possibile che certa nostrana cinematografia sia talmente asservita da non riuscire a riprodurre altro che i soliti cliché di indubitabile innocenza o colpevolezza? che non riesca a porsi qualche domanda in più? Schiacciata tra la versione della “vecchia” sinistra che ha troncato sul nascere un pur tardivo ripensamento sul suo massimalismo statolatra e quella “nuova”, incapace di sciogliere le ambiguità di frequentazione doppia con le pratiche armate, esce fuori una verità striminzita e a senso unico. Che non serve a niente. Neanche a tranquillizzare dagli incubi di un passato che resiste a sciogliersi in una narrazione tanto banalizzata.

E così si continua a farne anche del cinema. Perché? Per dire che agli ex “terroristi”, ormai ridotti a curiosità di costume, va tolta la parola? Tutto qua?

Comincio a provare simpatia per questa mia scenografica compagna. Ha pronunciato poche parole e se non sono servite a capire, non sono state neanche usate per il solito atto di abiura. Eppure riesce a rubare la scena.

Forse proprio con il suo silenzio, riesce a imporre una sorta di faticosa dignità. Quella con cui prova, giorno dopo giorno, a percorrere la sua nuova vita. Vita in tutta evidenza spezzata e priva di quel requisito minimo di agibilità che solo la pluralità di scelte può consentire.

Come me è stata reimmessa part-time nel mondo dei “liberi”. Come me vive il contatto quotidiano con gli altri, regolandosi da sola la catena che la tiene legata al carcere, alla sequela di orari, percorsi, impedimenti, comportamenti.

Come me deve tenere a bada il suo essere carne e sangue per un mandato che la fa simile a una semiviva, con un passato inenarrabile, un presente impoverito, un futuro inesistente.

Come me tutte le sere suona un campanello per farsi di nuovo rinchiudere. Condizione questa per ritornare fuori il giorno dopo. E così daccapo.

Non può progettare nulla, se non quel tempo controllato tra l’uscita e il rientro in carcere. Non porta i segni evidenti di una diversità che solo lei può conoscere e che regola l’autolimitazione dei suoi stessi desideri.

È condannata a una specie feroce di emarginazione e, allo stesso tempo, al successo dell’esperimento che incarna, in una partita truccata che la fa prigioniera in una galera solo più grande e più difficile da affrontare con le sue inadeguate risorse.

È stanca e disincantata. Sa che quanto le è stato elargito può esserle revocato in ogni momento. Ma non è quello che teme di più, tanto da giocarselo per un momento di libertà che decide di prendersi.

Non torna in carcere a nascondersi perché quello è il suo unico posto dopo che il mondo le ha fatto domande a cui non ha saputo rispondere.

Ci torna perché il confine tra la galera-galera e quella a metà può passare attraverso un atto di libertà che la fa ancora capace di decidere e sottrarsi al ricatto. Nelle sue condizioni ha veramente poco da perdere e non è per un colpo di testa che fa in modo di perderlo.

Nella realtà questo non succede. Nonostante l’estrema difficoltà a vivere di chi è messo nelle sue stesse condizioni, nessuno rinuncia a questo ingeneroso spazio di libertà.

Perché? Perché tutto è meglio della galera? O altrimenti perché?

Credo di sapere. Perché su quel confine ci passo ogni giorno.

Adesso so che se si possono sopportare anni di reclusione, è perché a sostenere è soprattutto l’attesa del giorno in cui si rimetterà piede fuori. E questo anche quando è diffìcile credere possa avvenire in tempi pensabili, e anche quando nemmeno lo si confessa a se stessi.

Poi capita che quel giorno arriva. Ma può anche capitare che, tutto d’un fiato, si brucino le aspettative nutrite in anni e anni. Lo spaesamento è tale da far sentire in una vera e propria trappola in cui non si sa come andare avanti ma non si può neanche tornare indietro. Si continua a girare in tondo senza riuscire a rompere il circolo vizioso, perché l’unico punto cedevole è quello che consente di tornare alla vita reclusa di prima.

Ma sarebbe ancora sopportabile dopo aver consumato ogni aspettativa di vita e di futuro?

Il film è finito.

Uscendo, coglie un commento: interlocutorio. È vero. Forse contro le stesse intenzioni degli autori, il racconto non è riuscito a dare risposte inequivoche. Su come uscire da un passato su cui si è già sentenziato ma che non smette di tornare, per esempio. Sul dramma di un conflitto concluso ma che ancora non ha trovato soluzione politica, né per luna né per l’altra parte. E sulla vana ricerca di un suo surrogato sul piano individuale, quello in cui può esserci solo o il perdono o la vendetta. Insieme troppo e troppo poco.

Per parte sua la politica ha elargito premi e punizioni e raffazzonato una verità utile solo a tenere in piedi contingentemente, quasi di giorno in giorno, un esistente povero, e omologato alla morte di ogni spirito critico.

E nessuno sembra più sapere come orientarsi nel presente, tanta la faciloneria con cui si è preteso di seppellire in un cumulo di macerie inservibili il senso di conflitti che solo fino a ieri muovevano e direzionavano tutti.

Messo in soffitta il vecchio dualismo, si è rivoluzionato il comune sentire fino a rendere impronunciabili relazioni come amico/nemico, per dare spazio ai significati forti della differenza.

E ci sarebbe di che rallegrarsene se non si fosse talmente poco riattraversato da cadere nell’indifferente opacità del tutto uguale, di un pluralismo senza conflitti.

Senza più capacità di distinzione, si è celebrata la vittoria di una rivoluzione a colpi di spettacolari cambiamenti troppo di facciata per fornire l’appoggio di un terreno non franoso e passare oltre. Magra vittoria, perché nessuno riesce a ripartire da lì.

Non il professore che pure ha dalla sua ogni ragione, ma non sa che farsene perché si è lasciato tentare dalla relazione univoca con una realtà troppo semplificata per essere vera.

Non la donna, a cui nessuno chiede altro se non rassicurazioni sulla validità di un sistema correttivo che è persino capace di risocchiudere le porte del carcere a degli assassini, per restituire alla società individui a metà, che si vuole non pensanti, non desideranti, sotto tutela, delegittimati alla parola politica.

Troppo perfetti per essere anche umani.

Compagna luna

Ed ecco che la giovinezza finisce. Ha superato i quaranta – ancora cinque anni… E -l’altro. E – il sogno dell’anima: incarnarsi finalmente! La sete di quella se stessa -non del mondo delle idee, sete del caos di mani e labbra. La sete della se stessa -segreta. Ultima. Inaudita. Della se stessa che prova: esisto? L'”altro”? È solo un mezzo per arrivare a se stessi, il nostro cieco motore.

Marina Cvetaeva, Deserti luoghi

All’improvviso lo stralunamento solito si trasforma in vera e propria confusione. Non so più tradurre in senso le parole degli altri. Né riconoscere la provenienza dei rumori attorno. Né la contingenza del momento.

Che ci faccio qui? E qui cos’è?

È la prima volta che mi ritrovo “fuori”, e semplicemente succede che si è fatta sera.

Fuori di sera.

Da un tempo lunghissimo non mi accadeva. Ma questo lo capisco solo dopo aver scontato fino al panico il senso di smarrimento.

Le ombre, le luci, i riflessi.

Come se fossi, di colpo, incapace di muovermi e guardare e vedere e riconoscere. Gli anni degli spazi ristretti e innaturalmente sempre diurni mi hanno fatto perdere l’uso di alcuni sensi e, stavolta, la pratica affinata dell’annusare intorno non basta a ricordare e riconoscere.

Che odore ha la sera?

Non quello di euforia della terra bagnata.

Non quello di panico della primavera in arrivo.

Non quello di promesse d’amore nel corpo imprigionato.

Non quello di buono del pane del pacco di casa.

Per certe cose come non avessi più ricordi – e il reale mi assale con tutta la violenza dell’estraneità assoluta.

Mai sentita tanto lontana dal riuscire a vedere dov’è che dovrei essere per sentirmi viva e al mio posto. Ma perché continuo poi a credere di averne ancora uno?

Essere sembra non bastare.

Provare ad azzerare è impossibile. Ognuno ha la sua storia e tentare di staccarsela di dosso è praticamente non esistere. Ma come coniugare l’esserci tutta intera senza ritrovarmi continuamente fuori misura? In una diversità che sembra incapace di comunicare. Che provoca sguardi sfuggenti o risposte ai limiti della banalità. Come se, ogni volta, costringessi il prossimo mio a mettere in campo ogni artifìcio per autoconservarsi nella facoltà stessa di rimanere attaccato al proprio senso del mondo. E succede così che la parola muore.

Ma stavolta non posso limitarmi a scappare e rifugiarmi nel limbo del mio inaccessibile. Come ho imparato a fare da quando l’attesa dell’incontro col fuori si è trasformata nello spaesamento di ogni ritorno difficile.

Sono esposta, perché da quello che mi piomba addosso non posso fuggire. Come sempre è impossibile dalla involontaria consuetudine dell’accadere.

Potrei andare dovunque e accadrebbe lo stesso, perché adesso so che sta accadendo. No, non ci sono mani amiche che possono placare, né occhi amorevoli rassicurare. Non c’è neanche parola che possa comunicare e far condividere. Sono sola e senza misure. In mezzo a tanta gente e totalmente in balìa.

In fondo è soltanto che, come sempre, si è fatta sera.

Ma io dov’ero quando continuava a succedere, giorno dopo giorno ?

Perché ho potuto capire persino il crollo dei muri e non riesco a far fronte a questo sentire?

Quando si è creata simile frattura tra le due percezioni?

Il corpo e le sue ragioni.

Sì, certo. La politica con le sue necessità e gli infiniti rimandi. Poi il carcere e la sublimazione di ogni desiderio, fino a star male da cani per l’odore improvviso nella piega di un braccio – e sei animale, albero, brezza.

Pura ed esclusiva sensibilità.

Vivere in un tempo sospeso. Come andare avanti senza curarsi del suo scorrere, con quel tanto di folle certezza di ritrovare, un giorno, tutto e, in fondo, sapere che tutto sta andando senza di te.

E gli anni che passano senza essere attraversati. Passano solamente. Con più niente che è possibile fare riprendendo dal punto in cui il contatto con la vita si è spezzato.

Invecchiare senza aver attraversato tutte le stagioni, vagheggiando di ripercorrere strade buone per altre, fino all’inconsolabile infelicità per non aver vissuto, restando in vita, una parte della propria esistenza.

Ma ho poi vissuto veramente o mi sono limitata a bruciare ogni attimo esistente per l’avvento di domani? E chi ha chiuso, strappato, ricucito malamente ferite e dettato tempi e regole? è stato qualcosa all’esterno da me? e io sono qualcosa di altro? E se sì, dove andarmi a cercare?

Dov’è vita? Dov’è io-vita?

Perché è tutto così fuori posto? E si muove con tale velocità e indifferenza da far riemergere il vecchio incubo di non aver voce, né visibilità proprio quando più ho bisogno di ascolto e di presenza.

E allora accade.

La cerco, guardando su, nello spazio tra i tetti, in mezzo al nero del cielo. C’è. Per fortuna. È solo uno spicchio, ma c’è.

Bella, sfrontata, distante, indifferente, inaccessibile.

E solo allora mi placo. È finita ogni urgenza, ogni caparbietà a capire, a rendermi compatibile, a smussare, a fuggire, tornare, a provare gioia, a sentire dolore.

È là. È sempre stata là, non si cruccia, non gioisce, non invecchia, non agisce, non chiede, non dà, non vuole. E se muore è per rinascere. Sempre daccapo.

È.

A tal punto che, nel mio tempo non tempo, è sempre riuscita a coinvolgermi nella sua legge potente. A farmi entrare nel suo caos fatto di quiete.

Lì dove c’è quel nulla assoluto che rende fuorviante ogni parola e ci svela come esseri incomunicanti, per quello che siamo ognuno d’essenziale.

Lì dove non vige il bisogno di illuminare, di capire, del linguaggio ridondante che confonde, della fame d’amore, della passione per il mondo, della mendicità di riconoscersi nello sguardo altrui.

Lì dove tutto è ridotto all’impersonale dell’essere che non ha bisogno dell’io per orientarsi.

Lì dove finalmente è leggerezza, nella libertà da ogni necessità e contingenza.

Approdo.

Sono sulla riva opposta a quella di partenza e la scoperta è di quelle che affascinano. Il mondo ritorna com’era all’inizio dei tempi e io con lui.

Le ragioni di nuovo tutte creaturali.

Provo a rinascere in un riattraversamento di carne e sangue di ogni pezzo di me, nel tentativo di riportarli tutti a vita.

Dovrei tornare indietro.

Ci torno. Sono appena nata. Non parlo, non cammino, non mi sposto nel tempo, non so neanche cosa sia domani.

Mi muovo nel buio della coscienza.

Sono puro sentire.

So l’essenziale per vivere e il resto non mi riguarda, lasciato nel benefico buio dell’imperscrutabile e dell immotivato.

So arrivare alla fonte prima delle cose perché le saggio, al buio di ogni ragione, con labbrucce voraci.

Non mi interessa capire, prevedere, programmare.

Solo vivere.

Vivere sì.

Adesso.

Confusa nel tutto.

Il mondo, al di fuori della mia nicchia calda di soddisfazioni essenziali, potrebbe anche non esserci.

E allora perché già mi adatto, metto in campo mille strategie, mille astuzie seduttive? perché voglio piacere, ottenere, cambiare o restare?

Perché mi ammalo di quella patologica insicurezza che manda in pezzi la mia integrità interiore se mi viene inibita la capacità di determinare, di interagire, di modificare, di ottenere? Di un linguaggio che comunichi.

Perché non sono già nulla se non nella presenza dell’altro da me? Che non è nulla nell’assenza di parole e di occhi a specchio, a riconoscere e dare distinzione.

Una e irripetibile. Certo. Ma solo perché ho ereditato e adattato a me uno sguardo particolare che fa dell’animale, dell’albero, della brezza questo, quello e questa, in un vincolo di significati che dà conto del mio relazionale, contingente essere umana.

Dentro cui ho stipato tutto.

Compresa, per la necessità di vedere, la consapevolezza di quanto tutto poteva starci stretto. Ma starci, a modo mio, per come ho saputo e potuto.

Compresa la voglia di annullarmi e sciogliermi nell’indistinto umorale, denso, caldo e umido, dei momenti di insofferenza dei dettami della ragione.

Compresa la dilatazione epocale dei miei ritmi vitali in cui non ho risparmiato e messo da parte, finché le mie stagioni non hanno più corrisposto a quelle di una storia che non iniziava e non finiva con me.

Compresa la gelida sensazione di sterile vuotezza per l’amore di quel figlio che non ho consentito crescermi dentro.

E adesso che il tempo ha modificato la sua corsa, le mani si muovono alla cieca e lo sguardo non sa più riconoscere.

La vita ancora altrove.

Lì dove i rimpianti possono ancora essere buoni compagni di viaggio.

Lì dove sono ancora curabili le ferite per l’amore di un sogno che non è possibile sognare nella solitudine dell’anima incontaminata dalle cose del mondo.

Lì dove è possibile imparare a riconoscere e temere il solipsismo della ragione almeno quanto quello del cuore.

La guardo. Ancora la sensazione unica che mette insieme viscere e cervello.

Nonostante la vita ancora sospesa, non sono riuscita a morire, nonostante tutto. È forse arrivato il tempo di accettare di vivere? di risolvermi ad emergere dall’agonico trascinarmi alla superficie di ogni contatto? dal terrore di riscoprirmi ostinatamente fissa allo stesso punto? dall’angoscia della reiterazione continua degli stessi punto e a capo?

E che cosa, altrimenti? Aver provato a immunizzarmi dal dolore azzerando ogni sentire non ha funzionato, e ogni più piccolo alito di vento è riuscito ad avere la meglio sulla mia fragilità completamente disarmata. La vita entra ancora e, a pelle, sento tutta la vacuità di un’inutile opposizione.

E ancora lo sguardo si schiarisce e si posa, per vedere, sul mondo.

Sono già oltre?

Che me ne verrà? Quanto male riuscirò ancora a farmi?

Compagna luna.

Insieme, complici, sarà ancora possibile tornare a vagheggiare di ridurre i mercanti all’impotenza?

Compagno Graber

CIAO FRANCESCO.

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Bologna, 11 marzo 1977…….fatti nostri ……
Il racconto di un compagno, su quel maledetto 11 marzo.

Ora so che era la notte tra il 10 e l’11 marzo. Al mattino ci si doveva vedere, come al solito, in Piazza Verdi, verso le dieci.
Noi non saremmo andati ma è anche difficile spiegare il perché. Eravamo forse stanchi, forse avevamo solo voglia distare insieme. Certamente non sentivamo sensi di colpa e non eravamo “indispensabili”, cioè quasi inutili. Quando ci si ritiene indispensabili in politica, specialmente quando è vero che lo si è vuol dire che si lavora al posto di troppi altri che a loro volta non sono affatto indispensabili.
Ma ci eravamo ritrovati in quattro o cinque, passando di casa in casa, non certo per dirci queste cose. E non ricordo neppure quello che ci siamo detti……
…..Abbiamo dormito poco. La voce spaventata i Paola sembr a tutti un sogno: fuori piove
– Francesco chi ? Lorusso ?
– Gli hanno sparato alla schiena, non parlava più, gli usciva il sangue dalla bocca. Sono stati i carabinieri.
– Quei bastardi…..
– Hanno detto di chiamarvi. State attenti qui fuori c’è una 127 piena.
– Usciamo un po’ alla volta in fretta. Datemi dei calzini, i miei sono tutti bagnati.
Mentre si va all’università penso alla discussione vuta con Francesco sul servizio d’ordine, che non era mai stato un problema sapere chi aveva ragione. Ogni tanto lo vedo su una carrozzella e allora scuoto la testa e dico che sono scemo. Me lo ricordo sudato, con la camicia bagnata e lo spolverino aperto, che si scappava insieme.
In via Zamboni ci sono barricate che si susseguono una all’altra, tutte lucide di pioggia; riconosco i tavoli della mensa, le panche di Lettere, i vasi di fiori di Piazza Scaravilli.
Piazza Verdi è un’istantanea terribile che mi spaventa e nello stesso momento mi inghiotte, e non penso più, vado avanti sbattendo ogni tanto contro qualcuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno mi fermi.
Ci sono centinaia di compagni, di studenti, tutti muti, con i capelli bagnati. Qualcuno allinea, facendole tintinnare, decine di bottiglie vuote di diverse dimensioni che vengono riempite di benzina travasata da un enorme contenitore della mensa.
Ogni tanto ci si lamenta che il nastro sta per finire, che bisogna andare a prendere altri antivento.
Francesco è morto, e dalle facce si capisce che tutti lo sanno.
Si vedono occhi arrossati ovunque, uno piange da solo davanti a un muro, alcuni vanno avanti e indietro per la piazza, come se cercassero di parlare, ma non ce n’è bisogno. Tutti pensano la stessa cosa.
Nel CPS ci sono compagni buttati sulle sedie, che piangono e si guardano in faccia. Dopo un po’ entra Matteo, quasi sorretto da Paola e da Fernanda che, staccatasi un attimo, mi abbraccia piangendo e mi fa delle domande che non capisco. Matteo non sembra neanche vivo, è pallido, ha la bocca socchiusa. Muove solo gli occhi che in un attimo mi chiedono un sacco di cose.
Arrivano altri compagni, e, non so come, si inizia a parlare, in fretta, con una durezza che non so descrivere. Ogni tanto si sente qualcuno che singhiozza.
Nessuno fa grandi discorsi, gli obiettivi sono chiari, un compagno inizia a strappare una bandiera per ricavarne dei fazzoletti. In piazza incontro G.B. che si aggra con un sorriso nervoso in faccia e mi dice che non riesce a fare altro. Vicino a Lettere un compagno mi ricorda senza cattiveria che aveva litigato con Francesco, un altro mi dice che è stato attaccato un commissariato lì vicino. Nell’aula bianca ci sono altri che discutono nervosamente.
E’ chiaro che vogliamo andare in centro, che vogliamo passare per la Democrazia Cristiana, ma penso che la gente che si sta ammucchiando per via Zamboni non ha bisogno di un tracciato da seguire.
Il corteo si forma poco dopo e si iniziano a sentire i primi slogan: in testa gridano “guai, guai, guai a chi ci tocca”. Io sto in coda con un centinaio di compagni dei vari SdO dell’Università. Ma in mezzo non c’è un corteo da difendere, Passano migliaia di compagni con le tasche piene di sampietrini, tra le file girano sacchetti di bottiglie.
E’ un corteo diverso da quelli fatti solo pochi giorni prima, anche se le facce sono le stesse; il mucchio mobile, festante, che invade i marciapiedi tra le borse della spesa, che invita a parlare con l’ironia e crea un rapporto con tutti. Non è il serpentone che partiva a mezzanotte per tirare giù dal letto quelli che erano abituati ai riti ordinati delle manifestazioni. Sembrava che nessuno volesse tornare a “casa” neanche per un attimo.
I compagni sfilano nei cordoni, senza cantare, con una disciplina non guidata. Ma il salto, la differenziazione, non è avvenuto di lato alla voglia di essere soggetti non astratti delle proprie lotte, dei propri movimenti. Ora i sassi, le bottiglie, le barricate, sono di tutti, non c’è niente di nascosto. La retorica commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle facoltà, delle scuole. L’attacco è contro tutti.
Ucciso un compagno, non hanno militarizzato piccoli gruppi ma hanno dato a tutti la responsabilità di difendersi e di capire. L’attacco che si prepara è passato attraverso un dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei compagni, dalle esperienze collettive che avevano ricondotto capillarmente al posto giusto le parole e la critica.
La critica è viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina nella agitazione delle piazze e delle strade e la violenza ci cresce dentro in un’opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata.
Questa sensazione l’avevo già avuta a cortei del collettivo Jacquerie, nel mio cordone di amici, compagni presenti ora allo stesso modo. La vendetta non può più essere fatta di epicità isolata, ma di assimilazione e di conoscenza, di amore e di ricerca di amore.
Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.
La linea di demarcazione è diventata fossato: tra il cinismo della cultura ufficiale che è l’arroganza del potere, e la forza della vita e delle contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti.
Nessuna strada contiene interamente il corteo: quasi per guardarci meglio giriamo per Piazza Maggiore che non basta per farci vedere tutte le facce nascoste dai fazzoletti e dai passamontagna.
A fianco delle lapidi una cinquantina di militanti dl PCI che sembrano quasi veri. Ogni loro provocazione è inutile: non esistono nemmeno. Non piove più. Alla gente che forse spaventata, intontita, se ne sta ammucchiata sui marciapiedi si grida insieme “gente, gente, gente, non state lì a guardare – abbiamo un compagno da vendicare”.
Quando la coda sta per entrare in via Ugo Bassi, da via Marconi si sentono le prime detonazioni, e in pochi secondi la strada si riempie di rumori, di richiami e il fumo si spande per centinaia di metri. I frammenti di corteo diventano macchie nere che si spostano evitando i candelotti che girano sull’asfalto e i fuochi delle bottiglie lanciate.
Ci gridano che la polizia si sta spostando dalla Questura, temiamo di essere imbottigliati. A dividerci c’è subito uno sbarramento di fiamme, ma non si può più stare lì, c’è tanto di quel fumo che non ci riconosciamo tra di noi. Io e Gigi, che siamo restati indietro crediamo di non farcela a raggiungere gli altri che scappano verso via Indipendenza. Non vediamo assolutamente nulla, ci viene da vomitare, seguiamo la voce di Andrea che grida di aver trovato aria fresca.
Lungo via Indipendenza ci ritroviamo in un centinaio, con le idee poco chiare sul dove andare. Il piccolo gruppo si stira come un elastico in una direzione o in un’altra. Ma tutti abbiamo la sensazione che in tutta la città, in tutto il centro, molti gruppi si muovono come il nostro. Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così.
All’università incrociamo un piccolo spezzone del corteo e aspettiamo notizie dai compagni che girano in bicicletta. Molte notizie arrivano confuse, qualcuno si è provato a seguire le tracce degli scontri, una scia di vetri rotti, frammenti di bottiglie, alettoni di candelotti lacrimogeni.
Alla stazione ci sono degli scontri, molti compagni sono chiusi dentro. Si riparte subito, quasi di corsa. Alla stazione ci sono molti autobus messi di traverso, un sacco di fumo, non si sa da che parte andare.
Gruppi di carabinieri e poliziotti si spostano velocemente sotto i portici, verso le due uscite. Ma i colpi che subito si sentono non sono dei candelotti. Ci sparano addosso con i moschetti, in tutta la piazza esplodono numerose bottiglie, si libera un’uscita. Io e altri due o tre ci mettiamo a gridare di buttarsi per terra, di strisciare verso le colonne. Uno studente, fuggito dalla stazione ha una crisi isterica: piange, tossisce, racconta che glia hanno sparato addosso con un mitra.
Dal fumo, reso più spesso dai fari della stazione, si vede uscire piegato sulla bicicletta Maurizio, che agitando un braccio grida a chissà chi di non sparare. Un altro compagno in bicicletta si butta per terra sotto le schegge di un muro sollevate da un colpo di moschetto.
Torniamo all’università solo quando siamo certi che tutti sono usciti dalla stazione. Si dice che qualcuno è stato arrestato. In Piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati, assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi addosso la stanchezza, la fame, la sete.
Tutti i bar sono chiusi, non c’è neanche una fontanella per l’acqua. Molti entrano al “Cantunzein” e dopo un po’ girano pezzi di carne, frutta, bottiglie di vino.
Penso che non è né giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va di raccontare e di sentire racconti.
Riprendo a pensare a Francesco, alla morte, all’assenza, a me. La notte mi ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta un lacrimogeno.

Mercoledì 11 marzo 2015, Bologna, piazza Verdi, ore 18,
manifestazione per Francesco

Compagno Graber

ATTI DELLA BATTAGLIA POLITICA

Biblioteca Multimediale Marxista

ATTI DELLA BATTAGLIA POLITICA

Tratto dagli atti del processo “Ruffilli”

 

 

COMUNICAZIONI DELL‘ESPOSIZIONE SCHEMATICA DELLE DUE POSIZIONI, DEL LUGLIO ‘84Prima posizione.Per capire la collocazione storica della nostra esperienza è necessario far riferimento alla rottura dei PC revisionisti col marxismo—leninismo e l’apertura, dopo il secondo conflitto mondiale, di una nuova fase nel rapporto tra Proletariato internazionale/Borghesia imperialista in cui la convergenza (contraddittoria) d’interessi tra revisionismo e politiche borghesi, caratterizza in modo decisivo lo scontro di classe per ben 20 anni.La rivoluzione d’ottobre rappresenta il punto di partenza per capire l’adeguamento delle politiche di dominio della borghesia alla ‘lezione’ ricevuta da quella vittoria proletaria. Per la borghesia si trattava e si tratta di lavorare per consolidare ad un livello maturo, Il sistema democratico di rappresentanze, in grado di assorbire le spinte più antagoniste della lotta di classe, in un ambito complesso di mediazioni politiche – economiche – militari al fine di istituzionalizzare il conflitto di classe, pur tra lacerazioni e sussulti di un equilibrio precario. Per la moderna democrazia borghese non si tratta di eliminare l’antagonismo (anche violento) del proletariato ma di impedire che esso si trasformi in lotta di potere, impedire la costruzione di coscienza e d’organizzazione rivoluzionaria della classe. E trova dei formidabili alleati nei revisionisti nel perseguimento dell’obiettivo di dimostrare, imponendolo alla classe, che la rivoluzione proletaria non solo è impossibile ma neanche necessaria; è problema tutt’al più dei popoli dei paesi dipendenti e reazione democratica alle dittature militari; non deve più riguardare lo scontro tra proletariato e borghesia.In questo quadro la controrivoluzione preventiva è politica costante dello Stato, dato strutturale, teso ad impedire ogni convergenza possibile d’interessi tra lotte proletarie e progettualità rivoluzionaria. Stratificare il proletariato al suo interno, dividerlo dalla sua avanguardia, corporativizzare i contenuti delle lotte e devitalizzarne l’interesse di classe, non è semplice lavoro di questurini e magistrati, ma è la vera sostanza che guida le politiche d’oppressione di classe.Il moderno sistema democratico borghese, per ragioni strutturali, riesce a mettere in campo un complesso di politiche di mediazione/annientamento nei confronti del conflitto di classe, per cui da una parte si rende ‘impermeabile’ (devitalizzandolo) al conflitto di classe stesso; dall’altra ha posto e pone nuovi problemi circa l’accresciuta importanza che assume l’elemento soggettivo nella dialettica soggettività/oggettività. Né va sottovalutata la portata dell’integrazione (contraddittoria) a tutti i livelli della catena imperialista occidentale, di cui ogni singolo Stato ne interiorizza gli interessi generali, non ultimi quelli della difesa comune contro il proletariato. Il problema non è di trasmissione di coscienza dai comunisti alle moltitudini, ma quello della necessità e possibilità dell’esistenza stessa della politica rivoluzionaria; della praticabilità della progettualità d’alternativa di potere, che si scontra immediatamente (a prescindere cioè da condizioni oggettive rivoluzionarie) e direttamente con lo Stato.In quest’epoca storica l’antiparlamentarismo è povera cosa in confronto al riadeguamento progettuale rivoluzionario per far vivere il marxismo rivoluzionario a questo stadio dl perfezionamento delle politiche d’oppressione dello Stato e dell’imperialismo. Per questo la proposta della LA per il C rappresenta la condizione per l’esistenza stessa della politica rivoluzionaria. La L.A. assume carattere strategico perché mette in grado di agire politicamente sfruttando le contraddizioni che apre in campo nemico portandone alla luce la reale natura di classe, costringendo tutte le forze politiche (revisionisti in testa) a chiarire sempre più il carattere antiproletario delle loro politiche. La L.A. apre la fase rivoluzionaria a partire dall’attività politico—militare d’avanguardia che attacca lo Stato e si rapporta alla classe secondo una strategia tesa ad organizzare le avanguardie rivoluzionarie, rappresentare e dare sbocco alle istanze di potere dalle lotte proletarie e conquistare l’antagonismo al programma rivoluzionario: ossia si rapporta allo Stato col combattimento, alle avanguardie con la strategia, alle masse col programma. A questo stadio del rapporto rivoluzione/controrivoluzione il processo di rivoluzione ininterrotta per tappe significa che il processo rivoluzionario si apre con le forze rivoluzionarie maturate nelle lotte, disponibili a scontrarsi fin da subito contro lo Stato. La L.A. non è più l’ultima forma di lotta propria della fase conclusiva dello scontro, ma strategia politico—militare che guida dall’inizio alla fine la rivoluzione proletaria in quest’epoca storica. La forma dell’attacco ‘finale’ allo Stato non è propriamente un problema dell’oggi a meno di volersela inventare.Che il rapporto di guerra di lunga durata tra guerriglia e Stato sia guidato dalla politica rivoluzionaria è innegabile dato il suo carattere proletario e le sue finalità sociali: che le leggi che governano questa guerra siano diverse a seconda della fase dello scontro è altrettanto innegabile: che il carattere che assume sia diverso da paese a paese è altrettanto ovvio; come è innegabile che ciò che rende rivoluzionaria, di potere, la proposta rivoluzionaria in questa epoca storica è l’attività politico—militare che la legittima agli occhi delle masse quale unica prospettiva di alternativa di potere al sistema di rappresentanze borghesi.- Si può affermare cioè che la politica rivoluzionaria è la L.A. per il C condotta sulla base del marxismo—leninismo.Il carattere principale dell’errore dell’O. e del suo abbandono del M-L può sintetizzarsi nella perdita di sostanza delle 3 discriminanti su cui l’esperienza delle BR si distingue dal combattentismo degli anni ‘70. E cioè:
1) la questione dello Stato;
2) la questione del Partito;
3) la centralità operaia.
In particolare la concezione del partito che si costruisce contemporaneamente all’organizzazione rivoluzionaria di massa e di avanguardia nega l’essenza stessa del principio leninista del Partito come reparto d’avanguardia e coscienza esterna del proletariato. Gli altri contenuti dell’autocritica al soggettivismo idealista sono già stati analizzati a sufficienza dal dibattito interno.Riposte al centro del dibattito le tre discriminanti teoriche di fondo, occorre porre mano al problema del rapporto P/M, ossia al programma. Per programma politico si deve intendere il complesso d’obiettivi politici che riguardano nella sostanza il rapporto di forza tra le classi nella congiuntura, nella prospettiva della necessità/possibilità della conquista del potere politico. Il superamento positivo o meno delle singole tappe deve essere misurabile dall’arretramento, consolidamento o avanzamento delle posizioni politiche del PM nei confronti dello Stato. Sintetizzare senza alcuna discriminante politica l’attività generale delle masse e i contenuti delle mobilitazioni non è operazione da Partito, che invece deve selezionarli ed elaborarli sulla base dell’interesse generale proletario che deve prevalere.Organizzare e mettersi alla testa delle lotte significa imboccare la strada del pacifismo riducendo la L.A. a forma di lotta di sostegno alle mobilitazioni di massa. La classe si trova sulla difensiva, schierata spontaneamente a difesa di condizioni politiche e materiali conquistate nella precedente fase di scontro. In questa situazione lavorano le politiche borghesi, sindacali e revisionista per operare ulteriori frammentazioni, svilendo la portata e i contenuti delle mobilitazioni. La lotta di classe si trova oggi di nuovo di fronte ad un bivio: o lavorare per trasformare la resistenza in offensiva o perdere ogni capacità d’incidenza sulle scelte della borghesia e dei suoi alleati. Spontaneamente l’antagonismo pone obiettivi politici realizzabili solo con la modificazione dei rapporti di forza e la conquista del potere politico. Sta al Partito individuare ed indicare gli obiettivi verso cui la lotta ed il combattimento devono tendere e le tappe da raggiungere.Ossia indicare i nodi politici principali su cui si concentra nella congiuntura il carattere antagonista tra classe e stato. Il programma deve proporsi lo spostamento dei rapporti di forza, la disarticolazione dei progetti dominanti della borghesia, l’organizzazione delle avanguardie rivoluzionarie sulla strategia del partito, la conquista dell’antagonismo al programma rivoluzionario; questo attraverso una pratica che si misuri su successi concreti, in quanto pratica di direzione delle avanguardie e della classe, sfruttando politicamente e militarmente le contraddizioni e le lacerazioni del nemico. Da parte della borghesia è facile capire come il problema centrale sia quello di portare avanti il suo progetto (ridefinizione – in senso di maggiore esecutivizzazione – politica, economica, militare dei caratteri stessi della mediazione classe Stato dai rapporti sindacali alla riforma istituzionale per dar corso ai programmi di ‘risanamento’ economico e di nuova collocazione in campo imperialista) col massimo risultato di pace sociale conseguibile. Di che portata sia l’attacco alla classe è altrettanto facile capire. L’equilibrio di forze che si concretizza nella congiuntura, rappresenta lo stato reale dei rapporti di forza; è questo che va rotto indicandolo sotto forma di programma e parole d’ordine alle avanguardie e alla classe. Impedire l’ulteriore arretramento delle posizioni politiche e militari del proletariato, lavorare all’unità di classe sui suoi interessi generali e storici, indicare e far vivere un’alternativa chiara e forte al sistema di rappresentanze politiche borghesi, difendere la politica rivoluzionaria e lavorare per preparare l’offensiva, oggi è più che mai possibile e necessario in un contesto di crisi economica e politica della B.I. che ne costituisce la condizione oggettiva favorevole.Se è stato, come è stato, un errore definire aperta la fase dell’organizzazione delle masse sul terreno rivoluzionario sulla base di concezioni idealiste ed economiciste, non si può però aggirare l’ostacolo col purismo di maniera ossia con la riproposizione dogmatica e metastorica delle ‘verità’ in una sorta di purismo teorico indimostrato e indimostrabile. Ritenere possibile la conquista del potere politico ‘immagazzinando’ forza politica da impiegare successivamente anche in termini militari; ritenere la L.A. strumento ‘aggiornato’ alle odierne necessità di propaganda e agitazione rivoluzionaria, non dà alcuna legittimità storica e politica al combattimento delle avanguardie, a meno di voler trasformare forzosamente atti di guerra contro lo Stato in posizioni politiche propagandistiche del Partito o, peggio, in mozioni di sfiducia parlamentari.Seconda posizioneI) La forma storica che assume il processo generale della rivoluzione proletaria mondiale è quella di una rivoluzione ininterrotta e per tappe; lo sviluppo ineguale del MPC determina in modo preciso ed oggettivo la natura della tappa della rivoluzione per ciascuna nazione e l’insieme delle classi, o frazione di classe, interessate al raggiungimento della tappa medesima. Lo sviluppo ineguale e contraddittorio del MPC è anche alla base della possibilità, per il proletariato, di sconfiggere la borghesia, inizialmente in uno o più paesi per volta.L’Italia è un paese imperialista e le principali classi in cui si divide la nostra società sono la borghesia e il proletariato; la dittatura della classe borghese su quella proletaria prende la forma della democrazia parlamentare, basata sul suffragio universale. La natura della tappa della nostra rivoluzione è quindi quella della rivoluzione proletaria e la classe sociale che vi è interessata è il solo proletariato; in tanto esso, ed il suo partito rivoluzionario, non possono contrarre alleanze con altre classi o frazioni di classe, in quanto sono tenuti a sfruttare ogni occasione per stabilire una reale egemonia della classe proletaria su frazioni di classe o gruppi sociali oscillanti ed instabili. La conquista del potere politico e l’abbattimento violento dello stato borghese da parte delle masse proletarie rappresentano le condizioni storicamente necessarie per instaurare la dittatura rivoluzionaria del proletariato su tutte le altre classi sociali e per organizzare la società socialista.2) In un paese imperialista le condizioni materiali della rivoluzione non si presentano tutti i giorni. Il grado relativo di benessere economico e sociale di cui partecipano anche le masse (e che è possibile sulla base dell’alto sviluppo delle forze produttive del lavoro e dello sfruttamento a cui sono sottoposte le nazioni oppresse dall’imperialismo) e l’elevato livello di libertà politiche individuali concesso dalla democrazia parlamentare consentono alla borghesia di occultare agli occhi delle masse il contenuto classista della società e di assorbire con una certa facilità le spinte tendenti alla trasformazione sociale. In linea di massima, in un paese imperialista è possibile definire rivoluzionaria una determinata situazione politico-sociale qualora coesistano le seguenti condizioni oggettive e soggettive;
a) una gravissima crisi del dominio politico della borghesia, sia nel senso dì indebolimento dei suoi legami internazionali, sia nel senso di un indebolimento della sua compagine e di una delegittimazione del suo potere agli occhi delle masse;
b) un notevole e sostanziale peggioramento delle condizioni di vita delle masse, tale da provocare una generale aspettativa e disponibilità verso grossi mutamenti sociali;
c) una considerevole, organizzata e cosciente mobilitazione di masse proletarie;
d) la presenza di un deciso partito rivoluzionario, capace di influenzare ed orientare in modo corretto e preciso le masse medesime. Le condizioni oggettive della rivoluzione proletaria in un paese imperialista si presentano, come si capisce, in situazioni del tutto eccezionali e lo studio concreto della storia ci insegna che esse si presentano in genere nel periodo che precede, che interessa o che segue una guerra diretta tra potenze imperialiste, e con particolare forza nei paesi che subiscono in modo accentuato le conseguenze della guerra stessa (paesi sconfitti, paesi occupati, paesi impreparati socialmente al conflitto bellico).3) I riferimenti storici principali per la rivoluzione proletaria nei paesi imperialisti restano a tutt’oggi, quello della Comune di Parigi e, soprattutto, quello della rivoluzione proletaria d’ottobre 1917 in Russia. La momentanea battuta d’arresto della rivoluzione in Unione Sovietica non inficia minimamente il valore degli insegnamenti che scaturiscono da quell’esperienza. Particolare interesse va poi prestato a tutta l’esperienza del Komintern nei paesi imperialisti e, segnatamente, a quella in Germania dal 1919 al ‘33.4) Nei paesi imperialisti e nell’attuale condizione storica, il vuoto di teoria politica sostanzialmente presente nel movimento comunista dallo scioglimento del Komintern, può essere colmato soltanto da un approfondimento teorico e pratico delle lezioni e dello spirito rivoluzionario specificamente leninista. Il che significa: sul piano dei riferimenti teorici, romperla col gradualismo (grossolano o raffinato) recuperando la mentalità profondamente dialettica e l’atteggiamento schiettamente giacobino presenti nell’opera e nel pensiero di Lenin; sul piano dell’attività rivoluzionaria, concepire il partito politico del proletariato come una ‘macchina’ dinamica, duttile ma decisa, capace di organizzare in termini politici e militari la conquista del potere politico da parte delle masse proletarie.5) La valorizzazione militante di questi riferimenti storici, di teoria e di pratica per la nostra rivoluzione, implica necessariamente un giudizio articolato sull’esperienza del Komintern e sull’esperienza delle guerriglie urbane comuniste (con particolare riferimento, ovviamente, all’esperienza della nostra 0). Un bilancio di queste esperienze risulta però insufficiente se disgiunto dall’analisi marxista delle forme del dominio politico della borghesia sulla classe proletaria e del ruolo che il revisionismo svolge in questo contesto. Se, quindi, è necessario sottoporre a critica il lato negativo dell’insurrezionalismo kominternista, va altresì rifiutata esplicitamente la tesi della ‘guerra di classe di lunga durata’ che è propria, con qualche variante, di tutte le esperienze di guerriglia urbana comunista. Nei paesi imperialisti, la dimensione politica della lotta di classe prevale per tutto un lungo periodo di tempo, ed il compito principale del partito marxista rivoluzionario è e rimane quello di aumentare la coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria delle masse. La dimensione militare della lotta di classe, come fatto che interessa le masse e perciò come dimensione prevalente dello scontro sociale, tende a concentrarsi in spazi temporali ristretti, coincidenti con i momenti di più acuta crisi della società capitalistica stessa.6) Il limite principale dell’insurrezionalismo kominternista consisteva nel concepire in modo semplicistico e meccanico, cioè idealista, il trapasso dalla dimensione politica a quella militare della lotta di classe. In questo esso si rivelava cattivo interprete della lezione di Lenin, che considerava l’attività rivoluzionaria in tutte le sue varianti come una ‘preparazione quotidiana dell’insurrezione’.L’insurrezione armata delle masse proletarie contro lo Stato e il potere politico della borghesia, che è lo sbocco necessario e oggettivo della rivoluzione in un paese imperialista, è in realtà un enorme fatto sociale da organizzare giorno per giorno, a cui educare costantemente le masse, le cui condizioni militari vanno coscientemente ed organizzativamente preparate. L’insurrezione armata delle masse proletarie contro lo Stato ed il potere politico della borghesia non è, finalmente, una perfetta azione militare che corona un lungo periodo di agitazione politica legale; ma, al contrario, il momento tattico decisivo in cui l’azione politica e militare del partito rivoluzionario si incontra con la disponibilità cosciente delle masse alla rivoluzione.7) Il merito fondamentale delle esperienze di guerriglia urbana comunista (e quindi quello della nostra 0., che di queste esperienze rappresenta senza meno la più solidamente fondata sul m—l) consiste nell’aver sottoposto a critica militante il lato negativo dell’insurrezionalismo kominternista, affermando, al contempo, la funzione decisiva che la lotta armata svolge nel contesto generale dei metodi di lotta del partito marxista rivoluzionario.Il limite fondamentale di queste esperienze consiste nell’eclettismo teorico che ne ha guidato l’attività. L’eclettismo sul piano dei principi ha consentito improbabili commistioni tra m-l ed operaismo piccolo-borghese; esso ha permesso la sovrapposizione di schemi rivoluzionari propri di paesi dipendenti sulla situazione sociale di un paese imperialista; esso ha determinato la sottovalutazione dell’attività educatrice e politica del partito marxista rivoluzionario ed ha messo le iniziative combattenti al servizio della lotta economica e spontanea del proletariato; l‘eclettismo teorico, infine, ha consentito che molti individui instabili e oscillanti entrassero nelle file delle organizzazioni rivoluzionarie, pronti a rinnegare le proprie scelte alla prima soffiata di vento contrario.8) Nella conduzione di un bilancio sull’esperienza delle guerriglie urbane comuniste e, in particolare, su quella della nostra 0., ogni atteggiamento idealistico ed astratto deve essere decisamente rigettato. In realtà, che lo si voglia o meno, noi siamo di fronte all’obbligo di una riflessione storica, capaci di inquadrare i meriti e i difetti di un’esperienza, nello svolgimento concreto della storia.Da questo punto di vista, pare chiaro che non si possono isolare in modo unilaterale i limiti sovramenzionati dai meriti riconosciuti, essendo la storia delle guerriglie urbane comuniste soprattutto la storia concreta di come le avanguardie comuniste hanno riconquistato nei paesi imperialisti la problematica concreta e la dimensione militante della rivoluzione proletaria. E non vanno dimenticati gli effetti nefasti del revisionismo e del pacifismo, e neppure il discredito in cui era caduto, apparentato agli esiti delle politiche dei PC rinnegati, lo Stesso marxismo—leninismo in qualità di concezione integrale del mondo.Detto questo, va sottolineato che le BR rappresentano un fenomeno estremamente particolare rispetto alla generalità delle guerriglie urbane comuniste. Esse hanno sempre ricercato la guida del m-l, hanno sempre lavorato alla costruzione del partito rivoluzionario del proletariato italiano, hanno sempre riconosciuta la centralità della classe operaia nel processo generale della rivoluzione proletaria. Sono questi i motivi per cui la nostra O. mantiene un prestigio nella coscienza del proletariato rivoluzionario italiano e può rivendicare legittimamente un ruolo decisivo nel processo di costruzione del partito rivoluzionario del proletariato del nostro paese.9) Va detto, molto chiaramente, che: la L.A. non è una strategia. Essa è semplicemente un metodo di lotta decisivo in mano al PCC sin dall’inizio del processo rivoluzionario. Il motivo per cui il Partito promuove iniziative combattenti è quello di educare le masse all’idea della necessità dello scontro violento con la borghesia, preparando al contempo le condizioni militari per la vittoria della rivoluzione. In altre parole, il partito usa, tra i suoi metodi di lotta, il combattimento per poter trasformare a favore del proletariato le leggi della politica nelle leggi della guerra all’inizio dell’occasione eccezionale, della situazione rivoluzionaria. In quanto intimamente connesso al problema concreto della rivoluzione, il combattimento è un metodo decisivo di lotta politica in mano al reparto d’avanguardia del proletariato. Mentre in una situazione di guerra civile tra le classi, il combattimento risponde in modo diretto alla fondamentale legge della guerra: distruzione delle forze nemiche e conservazione delle proprie; nel lungo periodo che precede la situazione rivoluzionaria il combattimento è un formidabile strumento politico capace di ingenerare coscienza e organizzazione rivoluzionaria nelle masse. Esso deve essere perciò riferito espressamente alle grandi questioni politiche e sociali al centro della vita del nostro paese, e non può anticipare i tempi oggettivi della rivoluzione, pur essendone elemento soggettivamente considerevole. L’unica, vera strategia in mano al proletariato è, una volta per tutte, il m—l.10) E’ perciò necessario riconsiderare completamente la visione che le BR avevano della politica rivoluzionaria. Il nostro compito principale è quello di aumentare la coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria delle masse proletarie italiane, per poterle guidare politicamente e militarmente alla conquista del potere politico e all’abbattimento dello Stato borghese.L’attività generale dell’O, deve incentrarsi nella direzione della mobilitazione di massa e d’avanguardia sul proprio programma politico. Un programma politico composto di parole d’ordine valide per tutto il proletariato, capace di rappresentare una leva per l’agitazione e la propaganda rivoluzionaria.Le BR devono dotarsi di cinghie di trasmissioni legali per la diffusione delle loro indicazioni politiche nelle vaste masse. Questo lavoro va svolto con intelligenza, prudenza, ma anche con molta decisione.Per quel che concerne il combattimento e la sua funzione decisiva, vale ciò che si à detto poco sopra. Quel che va rimarcato è che non si può distinguere od isolare il combattimento dal resto dei metodi, degli strumenti o delle strutture in mano all’organizzazione. E’ l’insieme di queste cose, nessuna esclusa, che da la dimensione precisa della politica rivoluzionaria degli anni ‘80.11) La rivoluzione proletaria è per sua stessa natura internazionalista. I legami internazionali della lotta di classe e, in particolare, quelli che si sono storicamente stabiliti tra i marxisti militanti hanno influenzato in modo decisivo lo svolgimento della storia a livello mondiale.E’ nostro preciso dovere intensificare il confronto internazionalista, con i comunisti d’ogni paese. La nostra organizzazione deve saper contribuire ad un bilancio internazionale del movimento comunista, di cui attualmente si avverte in modo netto l’esigenza.Un bilancio marxista e militante del movimento comunista internazionale rappresenta la condizione necessaria per stabilire dei punti di progressiva unità politica ed ideologica fra organizzazioni rivoluzionarie a livello mondiale.SVILUPPO DELLA PRIMA POSIZIONE, DEL SETTEMBRE ’84‘.. .ma al tempo stesso proprio la grande sconfitta è per i partiti rivoluzionari e per la classe rivoluzionaria una lezione effettiva e molto utile, una lezione di dialettica storica, una lezione che fa loro capire ed apprendere l’arte di condurre la lotta politica’.A due anni e mezzo dalla sconfitta dell’82, si dà non più solo come necessario ma anche possibile un bilancio autocritico della nostra esperienza al fine di rilanciare una teoria-prassi rivoluzionaria che, nel vivo dello scontro, è maturata grazie anche agli errori commessi.Una spietata riflessione su questi errori è richiesta non solo dalla portata della sconfitta ma dalla consapevolezza che una seconda prova d’appello ci è preclusa, perché non sarebbe altro che la riproposizione farsesca di quella stessa esperienza. Per questo, nel definire i termini dell’autocritica, vanno evitati due errori: 1) riproporre sotto altre forme la sostanza di un impianto già verificatosi fallimentare; 2) ricercare un impianto corretto sotto forma di esercizio di purismo teorico astratto, non vincolato all’adeguatezza di una verifica storica. In questo senso, stanare gli errori e i vizi di ragionamenti antidialettici, antimaterialisti, quindi idealisti, va perseguito col massimo di rigore a partire dai principi del marxismo leninismo e dall’esperienza storica teorico—pratica fin qui acquisita dal marxismo rivoluzionario.Le Brigate Rosse nascono in Italia dopo 20 anni di relativa pace sociale caratterizzati dal ciclo espansivo del capitale dopo il secondo conflitto mondiale e dalla gestione revisionista dell’antagonismo proletario, tesa a perpetuare una condizione di conciliabilità tra interessi di classe che gli permettesse la legittimazione della sua stessa collocazione quale forza politica ‘democratica’ progressivamente inseribile nell’arco delle forze di governo. Al di là di pure enunciazioni propagandistiche, la ‘via nazionale al socialismo’ costituisce l’elaborazione teorica del tentativo storico del revisionismo di smantellare una volta per tutte ogni ‘velleità’ di trasformazione rivoluzionaria della società. La rivoluzione proletaria per i partiti revisionisti che avevano rotto col marxismo rivoluzionario e portato a degenerazione reazionaria le contraddizioni della politica dei ‘due tempi’ della terza Internazionale, non solo non era più possibile, ma neanche necessaria. Le ‘acute’ riflessioni di Berlinguer all’indomani del colpo di stato in Cile e l’accelerazione della politica d’alleanza con la DC, sono degne figlie della rottura operata dal PCI sotto la guida di Togliatti, in cui inizia un processo di sproletarizzazione di questo partito che costituisce la base materiale di tutta la successiva maturazione e collocazione in termini filo occidentali e socialdemocratici.Alla fine degli anni ‘60 si vive una situazione politico—sociale di profonda trasformazione, una composizione di classe drasticamente mutata, un relativo benessere, una notevole stratificazione di classe. Ma si assiste anche al coagularsi di diverse contraddizioni: uno scenario internazionale violentemente scosso da conflitti locali che assumevano il carattere di liberazione nazionale antimperialista, il consolidamento della dittatura del proletariato in Cina con la ‘rivoluzione culturale’; la ricerca conflittuale di un nuovo equilibrio nella spartizione del mondo fra i due blocchi imperialisti principali e la entrata in crisi della ‘coesistenza pacifica’; la fine dell’ondata espansiva del ciclo capitalistico; il congiungersi di un’ondata di antagonismo operaio e proletario nelle metropoli occidentali con i preesistenti conflitti che caratterizzavano il difficile rapporto centro imperialista/periferia Nei paesi capitalisti un modello di sviluppo comincia ad entrare in crisi e si apre una congiuntura favorevole alla lotta di classe alle cui caratteristiche anticapitalistiche si aggiunge un profondo ‘sentimento’ antiamericano, suscitato soprattutto dall’eroica guerra di liberazione del Vietnam.Nel nostro paese, l’estensione, la maturità, la durata e il carattere fortemente proletario espressi in quel ciclo di lotte, costituiscono la condizione per il costituirsi di un ampio movimento rivoluzionario. La sostanza politica della mobilitazione del fronte proletario in quegli anni, affermava la profonda consapevolezza della critica al Modo di Produzione Capitalistico e al revisionismo, dando prova concreta di una riaffermata capacità d’espressione d’autentica autonomia di classe. Tra le avanguardie più coscienti, il dibattito verte intorno alla questione dell’organizzazione rivoluzionaria e di una teoria—prassi della rivoluzione proletaria nei paesi imperialisti. L’antiparlamentarismo ne costituisce il comune denominatore; il marxismo leninismo rivoluzionario la discriminante di fondo.In questa situazione le BR compiono l’effettiva rottura storica tanto col pacifismo quanto con il velleitarismo gruppettaro che col ’emmellismo’ impotente, mettendo in pratica la sostanza dell’alternativa proletaria rivoluzionaria al sistema politico borghese dei partiti sul piano del marxismo leninismo, pur negli evidenti limiti di un’esperienza neonata. E lo fanno con la proposta strategica della Lotta Armata per il Comunismo come unica condizione per fare politica rivoluzionaria in quest’epoca storica e dare prospettiva e sbocco alla lotta delle masse. Le BR propongono quindi uno sviluppo del processo rivoluzionario proletario, necessariamente originale, dato che ritengono possibile e necessario, in una situazione non rivoluzionaria, dare inizio a un processo di ‘guerra di lunga durata’ caratterizzata dalla lotta armata nella forma della guerriglia metropolitana. Le BR, cioè, non solo rompono con la concezione insurrezionale terzinternazionalista, ma ritengono impossibile in ogni caso la riproposizione di un lavoro di accumulo di coscienza e di organizzazione rivoluzionaria prima, per impiegarla poi anche in termini militari in un ristretto arco di tempo.La lotta armata viene concepita come una strategia rivoluzionaria perché la sola che mette in grado di muoversi sul terreno rivoluzionario, di potere, sfruttando le contraddizioni che apre nei confronti dello stato, costringendolo a liberarsi di ogni velo di neutralità e a materializzare la sua natura di classe; a rompere il gioco paralizzante (per il proletariato) dell’altalena repressione-riforme, funzionale al rafforzamento del potere della borghesia. L’agire politico—militare dei comunisti apre la fase rivoluzionaria a partire da una progettualità rivolta, inizialmente, alle avanguardie in stretta dialettica con i contenuti di potere espressi dalle lotte oggettivamente e dai settori più avanzati della classe anche soggettivamente, per rappresentarne gli interessi generali e dare prospettiva concreta all’interesse storico di alternativa rivoluzionaria di potere. In questo senso le BR applicano uno dei presupposti fondamentali del marxismo rivoluzionario, consapevoli che ‘…il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate ma al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione potente, serrata, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario’.Il problema centrale per dei marxisti non é dunque la propaganda del carattere borghese e di classe dello Stato, bensì l’attrezzarsi teoricamente-organizzativamente e militarmente a dirigere lo scontro col nemico di classe, in condizioni favorevoli affinché questo scontro possa essere iniziato e sostenuto. Ossia che si dia un livello tale della lotta di classe che generi avanguardie comuniste rivoluzionarie organizzate che si rendano disponibili ad agire come rivoluzionari di professione, come reparti d’avanguardia del proletariato. Per quanto ci è dato constatare dalla nostra stessa esperienza, l’estensione e il radicamento della lotta armata per il comunismo sono dati dal livello di coscienza complessiva espressa dal proletariato metropolitano che rende possibile e sostiene una forza rivoluzionaria clandestina, che pratica il combattimento contro lo Stato. E questo sia in presenza che in assenza di forti movimenti di massa, perché una strategia rivoluzionaria trova legittimità, non come prolungamento naturale della lotta spontanea, ma come risoluzione teorico-pratica della questione del potere, come sedimentazione organizzativa del livello di coscienza di classe che punta alla trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose presenti. E’ ovvio che questo è un processo che si svolge secondo tappe precise, che determinano i compiti congiunturali dei comunisti nel perseguimento del primo obiettivo del processo rivoluzionario: la conquista del potere politico e la dittatura del proletariato. In questo senso il grado di incidenza dell’agire del Partito nella dinamica dello scontro di classe vive dentro condizioni oggettive e soggettive molto precise da cui è impossibile sfuggire, pena il cadere nel pantano del soggettivismo e quindi nella sconfitta.E’ necessario chiarire dunque che le BR non concepiscono la lotta armata come ‘uso delle armi’ in termini propagandistici, come strumento politico dell’educazione delle masse circa la necessità della rivoluzione violenta, come strumento più efficace di alcuni perché è impossibile che lo si ignori, sia da parte dello Stato che da parte dei proletariato. E questo perché se si pensa ad uno scontro militare ristretto nel tempo in condizioni eccezionali, non ha nessuna legittimità e senso politico iniziare a combattere quando queste condizioni non ci sono. Sia chiaro che qui non si sta parlando della forma che la rivoluzione proletaria prende nella congiuntura ‘finale’ dello scontro, ma della strategia politico-militare che può permettere di conquistare rapporti di forza generali favorevoli, tali da mettere il proletariato rivoluzionario in posizione dominante rispetto alla borghesia e allo Stato. L’offensiva finale, presumibilmente, è necessariamente ristretta nel tempo, perché questa può essere sferrata solo in condizioni di particolare debolezza e di crisi economica, politica e militare dello Stato molto acuta, nonché di una congiuntura internazionale favorevole. E tutto questo non si presenta certo tutti i giorni.Ma se la lotta armata acquista valore di strumento propagandistico o dobbiamo dire che essa deve essere praticata esclusivamente a ‘legittima difesa’ in particolarissime condizioni o bisogna pensare possibile attaccare lo Stato, facendo finta di non attaccarlo, evitando ‘furbescamente’ ogni rispetto delle leggi che una guerra ha, per quanto ‘particolare essa sia. Perché se si ritiene che la conquista del potere politico possa avvenire in una versione, se pur aggiornata, dell’insurrezione, non si tiene conto dl condizioni mutate che la rendono oggi improponibile. E questo per una serie di motivi:a) Il sistema democratico borghese giunto a un livello maturo di consolidamento (forma istituzionale adeguata alla estensione e penetrazione raggiunta dal Modo di Produzione Capitalistico a livello sociale e mondiale), è in grado di assorbire le spinte più antagoniste della lotta di classe in un ambito complesso e sofisticato di mediazioni politiche-economiche e militari da cui risulta la capacità della classe al potere di ‘istituzionalizzare’ il conflitto di classe, pur tra lacerazioni e sussulti di un equilibrio sempre precario.b) La controrivoluzione preventiva come politica costante, come dato strutturale tesa ad impedire ogni convergenza tra interessi proletari e progetto rivoluzionario. Questa non è materializzabile semplicemente nell’agire della magistratura o nella repressione poliziesca, ma è capacità da parte dello Stato di dosare mediazione e annientamento, distruggendo sul nascere, in forma politica-ideologica—militare, la legittimità stessa della rivoluzione proletaria.c) L’integrazione a tutti i livelli, pur nelle reciproche autonomie e interessi che la rendono sempre contraddittoria e sempre alla ricerca di nuovi equilibri, della catena imperialista in cui il nostro paese é collocato ed il carattere stesso dell’imperialismo che considera vitale per la sua sopravvivenza ogni angolo del mondo. Quest’integrazione, per le caratteristiche strutturali dello stadio raggiunto dal capitale monopolistico multinazionale, fa sì che ogni Stato-membro ne interiorizza gli interessi comuni, o meglio colloca i suoi all’interno del rafforzamento di tutta la catena; e non ultimi sono quelli della difesa comune contro il proletariato e contro i popoli dei paesi dipendenti.Queste caratteristiche fanno sì che il problema principale non sia tanto quello di propagandare nelle masse il carattere classista della società ed educarle alla necessità della rivoluzione violenta quanto quello di dimostrare la validità e la praticabilità di un progetto rivoluzionario che punta ad un’alternativa di potere, mettendo al centro gli interessi del proletariato metropolitano e di quello internazionale. E questo principalmente perché, nonostante l’uso della mediazione politica, del relativo benessere, e della democraticità delle libertà costituzionali, i contrattacchi dello Stato sono comunque indirizzati all’annientamento d’ogni tentativo proletario di trasformare l’antagonismo in movimento rivoluzionario per il potere.Pensare che queste condizioni si possano creare di un colpo, senza uno scontro prolungato nel tempo con lo Stato, contraddistinto da una dinamica ‘a salti’ rispetto al mutare delle condizioni soggettive ed oggettive, significa credere possibile che la borghesia possa convivere con una pratica d’avanguardia sul terreno della lotta politica d’avanguardia che incida sempre più profondamente nella dinamica dello scontro tra le classi, senza che le lacerazioni prodotte da questo stato di cose non lo costringa ad attaccare direttamente tutte quelle lotte e quegli organismi organizzati della classe che, volenti o nolenti, coscienti o meno, per essere autenticamente fondati sugli interessi proletari, trovano nella politica rivoluzionaria dei comunisti la sola ed unica direzione e prospettiva. E allora se il combattimento dei comunisti non assume la funzione di strategia politica per il processo rivoluzionario del proletariato, le lotte e le mobilitazioni spontanee non possono che arretrare e subire l’inevitabile contrattacco nemico, private della direzione e degli obiettivi necessari. E questo la classe l’ha già sperimentato tutte le volte che ha conosciuto la faccia vera della dittatura democratica della borghesia, sotto forma di carcere, bombe terroristiche di Stato, repressione violenta di manifestazioni di piazza, licenziamenti politici di massa, smantellamento d’intere strutture organizzate d’opposizione’. Tutte queste cose sono servite a sancire nella pratica le regole del gioco per cui gli interessi dello Stato democratico e le conquiste e i ‘valori’ della civiltà occidentale sono la base di un patto sociale che non può essere messo in discussione e con esso nemmeno la legittimità del potere della borghesia. E questo non è stato determinato da una sorta di imposizione ideologica dello Stato e dei revisionisti che hanno reso il proletariato indisponibile alla comprensione e alla accettazione di un livello di scontro ‘che vada fino in fondo’, per cui basta propagandarne la necessità per liberare forze proletarie dal contenimento coatto che ne fa la borghesia e il revisionismo. Sensi occorre dimostrare che nell’aggravarsi della crisi economica e politica della borghesia, esiste un’alternativa rivoluzionaria e proletaria alla crisi dell’imperialismo che può trasformare i progetti antiproletari e guerrafondai del nemico di classe in processi rivoluzionari per la distruzione dello Stato e la conquista del potere politico. Lo stato di pacificazione che la borghesia si é assicurata nei paesi più forti della catena è la dimostrazione più chiara di come la risoluzione delle ondate antagoniste e cicli di lotte, anche violenti, sul terreno economico sia possibile dentro un quadro di compatibilità con le esigenze capitalistiche e gli interessi borghesi. E questo nonostante fatti concreti che dimostrano quale futuro l’imperialismo offra al proletariato internazionale: una nuova guerra mondiale. In questo quadro la lotta armata per il comunismo non è lo strumento propagandistico per poi poterla fare, non è l’ultima forma di lotta propria della fase conclusiva dello scontro, ma la strategia che guida dall’inizio alla fine lo scontro necessariamente prolungato con l’apparato statale borghese.In questo la lotta armata praticata dalle BR si colloca all’interno dell’esperienza del proletariato internazionale e soprattutto del marxismo rivoluzionario che, coll’evolvere delle forme di dominio dello Stato e dell’imperialismo ha trovato e trova all’interno dello scontro di classe le ipotesi rivoluzionarie più adeguate per il raggiungimento dei propri obiettivi.A questo punto del dibattito é necessario sciogliere un nodo centrale per il futuro della nostra organizzazione. Da più parti si invita a una riflessione critica circa la concezione di ‘guerra di lunga durata’ che l’organizzazione ha assunto all’atto della sua costituzione. Ossia che la sostanza degli errori successivi vada ricercata nell’impianto iniziale di proporsi come Partito Comunista Combattente che sulla lotta armata fonda una strategia per organizzare il proletariato rivoluzionario contro lo Stato. Si dice che la guerriglia sia improponibile in un paese del centro imperialista e che la lotta armata sia uno degli strumenti che il Partito Comunista Combattente usa per educare le masse alla necessità dello scontro militare con lo Stato in condizioni eccezionali. Questo mentre nei paesi più arretrati il condizionamento oggettivo di traumi profondi (quali una guerra imperialista) è meno vincolante, data la condizione di miseria diffusa in cui le classi subalterne sono costrette in ogni caso. A parte lo schematismo facilone con cui la storia dello scontro rivoluzionario viene letta (tanto per dirne una la conquista del potere politico in Cina è avvenuta nel ‘49 – ossia nell’immediato dopoguerra — e Mao ha sottolineato e quantificato i risultati della ‘stupidità’ della borghesia imperialista che aiuta oggettivamente con le sue guerre mondiali le rotture rivoluzionarie dove se ne creano le condizioni), va piuttosto incentrata l’attenzione e la critica alle concezioni idealistiche che hanno dominato nella nostra esperienza.Tutte le esperienze rivoluzionarie basate sul marxismo leninismo concepiscono il problema dell’organizzazione dell’avanguardia come condizione insostituibile per ogni discorso di direzione su milioni di persone. E questo tanto nei paesi industrializzati a forte componente operaia che nei paesi terzi. Tutte le esperienze rivoluzionarie si rivelano possibili perché le condizioni dello scontro generano delle avanguardie rivoluzionarie che operano come reparto d’avanguardia e come rappresentanti dell’interesse generale del proletariato nel rapporto classe/Stato. E non perché la lotta teorica dei comunisti libera avanguardie antirevisioniste. Tutte le esperienze rivoluzionarie si sono trovate di fronte ad un passaggio dalla cui risoluzione positiva o meno è derivato il successo stesso del processo rivoluzionario. Questo passaggio è quel delicato salto da propagandisti di una necessità storica (la rivoluzione proletaria) a dirigenti del processo rivoluzionario per la conquista del potere politico e la dittatura del proletariato. Per quanto ci riguarda è il passaggio dalla propaganda armata al’ costituirsi di un Partito rivoluzionario sulla base dl una strategia e una tattica adeguate alla trasformazione della lotta di potere espressa dai livelli più avanzati delle lotte, in lotta rivoluzionaria per il potere. Ossia dalla lotta politica contro il governo alla partecipazione cosciente del proletariato alla lotta rivoluzionaria contro lo Stato, per il suo abbattimento. Per dirla con Lenin, il dovere della costruzione del partito ‘…ci è imposto dal movimento, perché la lotta spontanea del proletariato diventerà una vera lotta di classe solo quando sarà diretta da una forte organizzazione di rivoluzionari’.Agli inizi degli anni ‘70 non c erano certo le condizioni oggettive e soggettive per la conquista proletaria del potere politico. C’erano però le condizioni per l’apertura della fase rivoluzionaria nel nostro paese, materializzata dalle avanguardie comuniste e rivoluzionarie e legittimata storicamente e politicamente dalla natura dell’antagonismo di classe e del dominio della borghesia. Le contro mosse dello Stato alla maturità e ‘pericolosità’ espresse da quel ciclo di lotte, preparavano ancora una volta una risposta durissima dello Stato in termini di repressione e riforme con cui decapitare il movimento e riconquistare rapporti di forza differenti. Le BR lanciano al proletariato una proposta: o accettare lo scontro imposto dalle condizioni nuove sorte in quella particolare congiuntura o subire l’inevitabile massacro politico-militare del contrattacco borghese. Ossia attrezzarsi a consolidare l‘offensiva proletaria e i rapporti di forza conseguiti in una prospettiva certa di scontro più avanzato. A questo punto bisogna chiedersi se dobbiamo o no considerare che è stata una strategia politico—militare che ha dato risposta e prospettiva allo scontro di classe nel nostro paese; che ha contribuito alla ‘tenuta’ del fronte proletario agli attacchi terroristici dello Stato; che ha messo lo Stato sulla difensiva inceppando, più o meno sempre felicemente, i suoi progetti di pacificazione forzata sulla pelle del proletariato; che ha ottenuto tante vittorie da costringere lo Stato democratico al ricorso della tortura e delle innumerevoli ‘eccezionalità’ contro la classe e, in particolar modo contro le avanguardie. Questi fatti sono innegabili e solo un’improvvisa e grave amnesia può imputare la portata della sconfitta, all’esserci, nella teoria e nella pratica, fatti riconoscere come l’unica organizzazione in grado di dare soluzione e prospettiva al processo rivoluzionario nel nostro paese, secondo una strategia politico—militare a tutt’oggi non ancora superata da altre. Perché su un punto occorre essere molto chiari: in Italia non è stata sconfitta la lotta armata per il comunismo, bensì le sue concezioni idealiste e immediatiste che hanno prevalso nel movimento rivoluzionario e nelle stesse BR.Un dato portato a riprove delle tesi dell’inconsistenza della nostra proposta strategica, è, secondo alcuni compagni, rappresentato dalla scarsa o nulla tenuta di molti ex rivoluzionari, che hanno rinnegato alla prima ondata di vento contrario. E’ innegabile il peso che concezioni idealiste, antimarxiste ha avuto nel contribuire al fallimento della progettualità rivoluzionaria. E’ altrettanto innegabile che proprio i massimi sostenitori di teorie ultrarivoluzionarie stanno oggi dimostrando la loro reale collocazione di classe a fianco della borghesia e contro il proletariato. Né va sottovalutata la carenza dell’organizzazione nella battaglia teorica contro le ideologie piccolo-borghesi presenti nel movimento rivoluzionario e al suo stesso interno. Ma tutto ciò non deve portarci a considerazioni liquidazioniste del tipo: tutto ciò che si è espresso non deve più riproporsi, una mobilitazione di simile portata su una strategia politico— militare è sbagliata e va combattuta. In questo modo non si attaccano gli errori, non si isolano proposte sbagliate che nella pratica vengono sconfitte e smascherate, ma si liquida la sostanza stessa della strategia della lotta armata. Inoltre si dimentica che simili rovesci, a fronte di simili errori, sono una costante nella storia del movimento rivoluzionario, a cui si può e si deve porre serio rimedio, e non già comodamente esorcizzarli, mettendosene al riparo col purismo dell’ortodossia. Questo perché l’economicismo, l’operaismo, il terrorismo, l’idealismo, non nascono per incanto a disturbare l’affermazione di una corretta linea proletaria e rivoluzionaria già data, ma trovano legittimità e consenso nel percorso affatto lineare del processo rivoluzionario, anche se la pratica s’incarica puntualmente di rivelarne il carattere piccolo—borghese e controrivoluzionario. Sono proprio questi momenti che permettono più di altri l’affermazione di una linea proletaria che si forgia nella lotta contro le idee errate tanto nel proletariato quanto nelle organizzazioni rivoluzionarie. E questa lotta è caratterizzata dalla contraddizione tra unità d’opposti e non tra concezioni reciprocamente escludentesi in quanto appartenenti a mondi completamente separati. Ciò non vuol dire lasciare sguarnito il campo della teoria perché già sappiamo che così facendo esso non potrà che essere occupato dalla borghesia. Al contrario vuol dire che l’adeguatezza di un impianto strategico e della stessa costruzione dei quadri di Partito, non può essere misurata sulla sua purezza teorica astratta, bensì sulla saldezza dei principi marxisti-leninisti verificati e verificabili nella pratica concreta del processo rivoluzionario, nella comprensione e capacità d’applicazione del criterio proletario e rivoluzionario di critica-autocritica-trasformazione. In questo senso l’eclettismo e il dogmatismo sono concezioni entrambe incapaci d’imparare dagli errori, quindi inesorabilmente votate alla sconfitta.La concezione leninista del ruolo del Partito non va confusa con la pratica politica o col ‘modello’ adottato dal partito bolscevico per la conquista del potere politico nel ‘17. Lo stesso Lenin è stato in grado di sintetizzare solo dopo la rivoluzione gli insegnamenti teorico-pratici dell’agire rivoluzionario, in particolare il rapporto masse/partito/masse, sottolineandone gli errori, le ritirate e le controffensive. Il processo rivoluzionario non è però neanche cieco e frutto d’improvvisazioni, ma trova nel marxismo leninismo e nell’esperienza del proletariato internazionale la sua guida insostituibile. Va altresì capito che gli aspetti concreti e storici dell’esperienza bolscevica (lavoro nei sindacati, partecipazione ai parlamenti borghesi, ecc.) non solo non costituiscono teoria rivoluzionaria, ma sono del tutto secondari rispetto alle concezioni fondamentali e sempre valide, che hanno fatto del Partito bolscevico la direzione del processo rivoluzionario in Russia: ossia il lavoro dell’organizzazione rivoluzionaria di classe contro lo Stato e la concezione autenticamente internazionalista della rivoluzione proletaria. Dirsi leninisti vuol dire capire fino in fondo la sostanza della critica rivoluzionaria all ‘economicismo e al culto della spontaneità; vuol dire applicazione dei principi del marxismo rivoluzionario secondo un’analisi materialistica della situazione concreta; vuol dire… ‘subordinare la lotta per le riforme alla lotta per la libertà e il socialismo, come la parte é subordinata al tutto’.In questo senso rifiutare la concezione dei ‘due tempi’ (deviazione revisionista) per sostenere la praticabilità di una concezione originale dell’insurrezione continua a non rispondere ai problemi posti da questo dibattito e dalle ragioni che, al loro costituirsi, hanno portato le BR ha concepire la lotta armata come necessaria allo sviluppo della rivoluzione proletaria, a questo stadio della lotta di classe e delle politiche di oppressione della borghesia .Va anche detto che il rigore dei principi se non è misurato dentro l’esperienza concreta dello scontro di classe, non ha salvato e non salva tutta l’esperienza dell’emmellismo eternamente risorgente esattamente perché, contando molto poco nello scontro rivoluzionario, non è mai costretto a fare i conti con lo scontro stesso e, in questo modo, si assicura una sopravvivenza ai margini della lotta di classe, riproponendo noiosamente le sue ‘eterne verità’ e di fatto, chiamandosi sempre fuori e contro i problemi spinosi che la rivoluzione proletaria ha posto e pone.La storia e l’esperienza di questo secolo di rivoluzioni proletarie e di guerre di liberazione nazionali, hanno chiarito il carattere generale che lo scontro rivoluzionario ha assunto relativamente alle forme di dominio dello Stato e dell’imperialismo. Questo carattere è sintetizzabile nella concezione della guerra rivoluzionaria necessariamente prolungata, di lunga durata, contro lo Stato. Le leggi e le forme di questa guerra, dipendono strettamente dalle caratteristiche socio—politico—economiche delle varie formazioni Economico Sociali nonché dalla forma-Stato. E’ infatti molto differente ragionare a seconda se ci si trovi in un paese del centro imperialista a democrazia parlamentare o in uno del terzo mondo. All’interno degli stessi paesi imperialisti, lo sviluppo ineguale del Modo di Produzione Capitalista determina condizioni diverse di carattere oggettivo. E questo non è che la riprova storica della validità della concezione leninista degli anelli deboli della catena imperialista. Solo in questi punti è possibile materialisticamente pensare si creino le condizioni oggettive e soggettive più favorevoli alla rivoluzione. II nostro paese è fuori di dubbio uno di questi.……. la guerra rivoluzionaria di classe si differenzia da quelle di conquista, per le finalità sociali che persegue e per il carattere proletario che assume. E’ quindi sempre e comunque una guerra che è fortemente dominata dalla politica rivoluzionaria perché punta alla conquista dei suoi obiettivi tramite la partecipazione cosciente del proletariato rivoluzionario organizzato allo scontro contro lo Stato. Questo rapporto di guerra vive mettendo la politica al primo posto (anche se con leggi diverse nelle diverse fasi dello scontro) sia nella fase della conquista del potere politico, che in quella della dittatura del proletariato e il successivo rivoluzionamento della società fino al comunismo. Il passaggio dalla fase iniziale della guerra di classe, condotta dalle avanguardie, a quella del dispiegamento della guerra di classe portata avanti dalle masse organizzate e dirette dal Partito, non è schematizzabile in un passaggio improvviso in cui da azioni di propaganda armata si passa alla distruzione delle forze del nemico in un’ipotetica ‘ora X’ in cui vengono a concentrarsi criticamente tutte le contraddizioni del sistema di potere della borghesia. La guerra di classe non è un processo d’accumulo lineare di forza e d’organizzazione, fino al punto di poter decidere di sferrare l’ultimo attacco. Le sue tappe sono scandite da condizioni oggettive (prima fra tutte l’aggravarsi della crisi economica e politica della borghesia) e soggettive (il costituirsi di un Partito rivoluzionario che sappia dirigere e favorire la trasformazione del movimento antagonista della classe in movimento rivoluzionario contro lo Stato). Questo significa capacità di elaborazione di strategia e tattica adeguate ad affrontare lo scontro le cui caratteristiche sono date dalle necessità imposte alla borghesia dalla sua crisi e dalla capacità dei comunisti di proporre alla classe alternative chiare e praticabili.Il costituirsi di un movimento rivoluzionario non coincide con la conquista di tutto il proletariato alle ragioni della guerra di classe. Questo semmai è obiettivo della fase di dittatura del proletariato e del consolidarsi dello Stato proletario nel coinvolgimento delle masse, di tutto il proletariato, al perdurare della lotta di classe. Questo perché il movimento proletario si presenta non come un tutt’uno, ma come una risultanza di diversi livelli di coscienza che non vanno appiattiti l’uno sull’altro, né sostituiti l’uno con l’altro. Il criterio generale è che un Partito deve avere una profonda influenza nelle dinamiche della lotta di classe, quindi all’interno di tutto il proletariato, ma rappresentandone l‘elemento cosciente e organizzato, non appiattisce le sue proposte alla medietà del livello raggiunto dalle ‘masse in lotta’, MA PONE IL LIVELLO PIU’ MATURO COME LA BASE REALE SU CUI E’ NECESSARIO E POSSIBILE LO SVILUPPO DEL PROCESSO RIVOLUZIONARIO DELLA CLASSE. Ossia fa in modo che ‘..la massa operaia non solo avanzi le rivendicazioni concrete, ma generi anche dei rivoluzionari di professione in numero sempre più grande’. E questo perché la coscienza della necessità della rivoluzione sorge accanto e non dalle lotte delle masse, come suo prolungamento naturale tutto dipendente da condizioni oggettive; si costruisce cioè a partire da una dialettica precisa tra attività d’avanguardia e movimento spontaneo; si costruisce come salto dialettico che non trova nello stesso momento disponibili milioni di proletari.Dall’altro lato l’esistenza di frange, di spezzoni rivoluzionari della classe vanno valutati per la reale incidenza che essi hanno nel più generale conflitto di classe. E questo dipende dalla capacità del Partito di dirigere questo processo a partire non da un punto qualsiasi della realtà di classe, ma dai nodi politici principali tra classe e Stato. E questo perché solo questi possono sintetizzare il livello più maturo dello scontro e la prospettiva di potere delle diverse situazioni di lotte proletarie, all’interno del cui interesse generale sta l’interesse di ogni singolo settore di classe. All’infuori di quest’ottica esiste solo il minoritarismo e l’estraneità politica delle avanguardie dalla classe, oltre alla conseguente confusione tra punto più alto di lotta tra avanguardie e Stato, con il reale e concreto rapporto di forza tra le classi. Le tappe in cui la guerra rivoluzionaria nelle metropoli è scandita , dipendono quindi dal complesso delle necessità politiche determinate dalla dinamica attività d’avanguardia/lotta di massa/controrivoluzione dello Stato, e non dalla possibile ‘potenza di fuoco’ esercitabile dalle avanguardie e dalla violenza esercitata dalle masse. Proprio perché la lotta armata non è uno strumento, è la necessità del raggiungimento di obiettivi generali per tutta la classe che ‘calibra’ e regola l’attività combattente. E questo, nei paesi imperialisti, a causa di caratteristiche strutturali in cui lo scontro di classe si esprime, è ancora più vero. Comunque va detto che anche in situazioni di guerra aperta e dispiegata le leggi militari, pur assumendo un’importanza decisiva, sono sempre regolate dalla strategia politico-militare di un Partito rivoluzionario che elabora programmi ed obiettivi.Da questo punto dl vista la discussione deve vertere sugli errori che la lotta armata per il comunismo ha commesso, che gli ha impedito di capire le caratteristiche strutturali del suo agire, la connotazione tattica su cui incentrare i programmi: perché l’unica cosa ineludibile è il fatto che l’assunzione del terreno della guerra, come terreno strategico, non può in ogni caso essere rimandata a quando ‘le masse saranno pronte’, perché è chiaro che non lo saranno mai.Un’altra caratteristica vincolante della guerra di classe nei paesi imperialisti è che essa vive e si sviluppa nel cuore del dominio borghese, cioè nelle metropoli. Essa quindi non si avvale di percorsi politico-militari di accerchiamento del potere nemico, a partire da ‘retrovie’ da cui parte per portare attacchi e poi retrocedere, fino all’attacco finale. Nelle metropoli cioè non sono possibili ‘basi rosse’, territori liberati in cui le Forze Rivoluzionarie esercitano, in condizioni di rapporti di forza favorevoli, un contropotere effettivo. La lotta armata nelle metropoli, vivendo continuamente ‘a stretto contatto’ con la controrivoluzione, non può contemplare ‘suoi territori’, perché date le forze preponderanti del nemico, sarebbe distrutta in men che non si dica. Per le identiche ragioni, non può dirigere e mettersi alla testa delle lotte proletarie, ma fonda nella clandestinità d’organizzazione e nell’agire politico-militare la capacità reale di non mediare sui propri contenuti e di essere offensiva nei confronti dello Stato.Nell’analisi retrospettiva e necessariamente autocritica della nostra esperienza, vanno individuati chiaramente gli errori principali. Questo si può fare solo se si distingue il percorso delle BR dal più generale ‘combattentismo’ degli anni ‘70, perché le BR sono state nel nostro paese l’unica Organizzazione Comunista Combattente che ha fondato la sua teoria-prassi su concezioni marxiste-leniniste. Occorre però anche capire l’ambito politico-ideologico in cui l’organizzazione si è sviluppata, per cogliere, accanto alle inadeguatezze, anche tutta la ricchezza e il patrimonio di esperienza che stanno alla base del fatto che solo le BR non solo vogliono, ma possono oggi dare soluzione ai problemi di riadeguamento dell’impianto generale. E questa non è autocelebrazione, ma semplice constatazione della realtà.Se è sbagliato dividere la storia dell’organizzazione in periodi buoni e cattivi, è incontrovertibile che la concentrazione delle contraddizioni politiche e teoriche presenti al suo interno, esplodono nel momento in cui, soprattutto grazie alla ‘campagna di primavera’, l’organizzazione acquista nello scontro di classe un peso notevole. Da Organizzazione Comunista Combattente che propaganda un’idea—forza (la lotta armata per il comunismo) l’organizzazione si trova ad essere forza politica rivoluzionaria riconosciuta, asse strategico per la costruzione del Partito e l’elaborazione di una linea politica di direzione del processo rivoluzionario. A questo punto le imprecisioni, le deviazioni e la debolezza complessiva dell’impianto teorico-pratico, unite all’inesperienza e giovinezza politica del suo stesso percorso, impediscono all’organizzazione di superare la sua natura di ‘forza rivoluzionaria combattente’ per conquistare quella di Partito di tutta la classe. Per questo (e solo per comodità di esposizione) si può dire che il concentrarsi critico di tutte le contraddizioni irrisolte dell’organizzazione, sono esplose nel momento in cui essa ha dimostrato tutta la validità e la maturità di un’esperienza costruita in anni dl lotta, che hanno permesso l’ideazione e Il successo dell’attacco alla ‘solidarietà nazionale’. E questo perché le responsabilità complessive determinate dal risultato di quella campagna, avevano di fatto messo l’Organizzazione nella condizione di dover necessariamente dare risposte adeguate al salto di qualità dello scontro che essa stessa aveva perseguito e diretto, che gli aveva permesso di distruggere il progetto cardine con cui la borghesia si attrezzava alla gestione antiproletaria della sua crisi, in modo da evitare eccessivi traumi politici e sociali. Ciò non vuol dire che prima del ‘78 il percorso dell’organizzazione fosse stato esente da contraddizioni, ma che queste, materialisticamente, potevano esplodere con tale evidenza solo in quel momento. Di fronte ad esse c’è stata l’incapacità dell’organizzazione di governarle in senso positivo o meglio, all’interno del tentativo di farlo, ha dimostrato tutta la sua debolezza, permettendo, in una dura battaglia politica il prevalere di una concezione idealista e soggettivista. L’Organizzazione ha dato risposte sbagliate a problemi reali e ineludibili, cioè quelli inerenti all’elaborazione di una strategia rivoluzionaria che ovviamente attiene al problema dell’organizzazione del proletariato rivoluzionario sul terreno dello scontro contro lo Stato. Vogliamo dire che in un percorso autocritico come questo, non ha eluso il problema di dover comunque rispondere a quella domanda a cui l’organizzazione ha risposto tanto maldestramente. Dire che l’Organizzazione non poteva che sbagliare vista la sua origine ‘guerrigliera’, è pura metafisica e porta dritti dritti alla revisione totale della nostra esperienza.Non vogliamo qui riprendere tutte le implicazioni delle concezioni analitiche e programmatiche de ‘l’Ape‘, perché esse sono già stato oggetto di critica serrata in questi due anni e mezzo, fino alle sue estremizzazioni della ‘guerra sociale totale’ e di ‘Gocce di sole’. Vogliamo sintetizzare alcuni punti su cui si è concentrata la progressiva perdita di scientificità dell’analisi dell’organizzazione. Va detto che l’impianto complessivo su cui l’organizzazione ha fondato la sua pratica dall’80 in poi è pesantemente caratterizzato dall’abbandono delle concezioni materialistiche e delle categorie d’analisi marxiste leniniste. Ossia che quell’impianto era assolutamente incapace di individuare il movimento della contraddizione come dominante in ogni aspetto della materia sociale, aprendo la strada ad una concezione meccanicistica ed antidialettica della realtà in cui ogni analisi di tendenza diviene realizzazione in atto, dominanza, in cui l’equilibrio idealista sovrasta sullo squilibrio reale. A partire da una simile concezione metafisica, la proposta dell’organizzazione scade inevitabilmente nell’immediatismo e nel soggettivismo. Al problema del rapporto Partito/masse si risponde coll’economicismo dei programmi immediati settoriali e con l’ideologismo da quattro soldi delle ‘allusioni’ al comunismo dei programmi generali. Nonostante pure enunciazioni di principio, cadono le discriminanti di fondo che avevano permesso all Organizzazione di costituire l’unico serio baluardo contro l’operaismo e l’antimarxismo ‘militante’ della progettualità più o meno armata di gran parte del movimento rivoluzionario degli anni ‘70. All’analisi corretta di crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale si sostituisce quella idealistica di ‘crisi irreversibile’; a quella della guerra interimperialista quella di guerra tra borghesia imperialista e proletariato internazionale; al concetto di concorrenza monopolistica quello della pianificazione concertata dal ‘superimperialismo’, dal capitale ‘unico’. E si potrebbe andare avanti.., quello che qui ci interessa sottolineare è la perdita di sostanza di tre discriminanti di fondo: 1) la questione dello Stato: 2) la questione del Partito; 3) la questione della centralità operaia. Queste questioni hanno vacillato fino alla loro completa negazione da parte della ‘anima’ dell’organizzazione che maggiormente incarnava queste deviazioni, cioè il Partito Guerriglia, che ha in parte rinvigorito le teorie tanto care a Prima Linea e Company e alle elucubrazioni del professore padovano, e in parte le ha portate alle estreme conseguenze fino alla esaltazione pura e semplice dell’emarginazione sociale e della guerra sociale su tutti i rapporti sociali. Sottolineiamo però che questo processo degenerativo è avvenuto dentro una durissima battaglia politica che si è polarizzata in diversa maniera e dando origine alle spaccature dell’80 (W. Alasia) e dell’81 (Na. e Fronte Carceri) e alla ridefinizione non ancora conclusa delle BR per la costruzione del PCC.LA CONCEZIONE DELLO STATOLa concezione marxista leninista (e quella delle BR) ha sempre concepito impossibile la trasformazione rivoluzionaria della società, prima di aver distrutto l’apparato di potere statale, conquistato il potere politico e instaurata la dittatura del proletariato. Lo Stato é il regolatore del conflitto di classe, è il prodotto e la manifestazione dell’antagonismo inconciliabile fra le classi, è l‘organo d’oppressione di una classe da parte di un’altra; é la creazione di un ordine che legalizza e consolida quest’oppressione, moderando il conflitto fra le classi’. Per far si che la questione del significato e della funzione dello Stato si ponga come ‘…. un problema di azione immediata e, per di più di azione di massa’, è necessario che il partito ne faccia il centro della sua azione politica, perché un Partito Comunista rivoluzionario si distingue proprio dal fatto che rappresenta gli interessi del proletariato nel suo rapporto con lo Stato, cioè col rappresentante complessivo degli interessi della borghesia.Il fatto che una rivoluzione proletaria sia una rivoluzione sociale, ossia tenda a un ordinamento sociale diverso basato sul principio ‘da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno’, nulla toglie al carattere necessariamente politico che essa assume nel compiere il primo atto di tutto il processo rivoluzionario, ossia la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione dello Stato proletario, cioè del ‘proletariato organizzato in classe dominante’. Questo perché pensare a un rivoluzionamento della società, delle forze produttive sociali, alla distruzione dei rapporti sociali capitalistici senza prima distruggere la macchina preposta al mantenimento della divisione subordinata fra le classi, è come iniziare a costruire una casa cominciando dal tetto, ossia … impossibile. Tutte le teorizzazioni sul ‘contropotere’, sulle tematiche ‘sociali’, sui bisogni realizzabili, fino alla lotta contro tutti i rapporti sociali contemporaneamente, sulla fine della politica, sono nate come ‘aggiornamento’ raffazzonato che, curiosamente, accomuna l‘estremismo soggettivista alla concezione revisionista del primato delle forze produttive. Negli anni ‘70 le concezioni che negavano la necessità dell’abbattimento dello Stato e della dittatura del proletariato, rivendicavano il proprio antimarxismo, in nome delle ‘assolute’ novità di questa fase storica. In termini molto concreti queste concezioni non hanno nulla di nuovo in quanto questa determinante battaglia politica ha caratterizzato lo scontro del marxismo rivoluzionario con il revisionismo da sempre, trovando nello scontro di classe le varianti ‘aggiornate’ del culto della spontaneità e dell’economicismo e una base ‘militante’ nella piccola borghesia rivoluzionaria e in frange di aristocrazia operaia. All’interno dello stesso movimento proletario queste concezioni trovano spazio data la non linearità del rapporto spontaneità—coscienza e, a volte, non impediscono l’organizzazione e la lotta su di esse di autentiche avanguardie proletarie e rivoluzionarie che, a parole, dicono di lavorare per l’abbattimento dello stato e, nel fatti, fondano la propria attività sull’economicismo più sfrenato, fino al sindacalismo armato. Nella riproposizione intransigente del marxismo-leninismo, le Br proprio con la concezione dell’attacco al cuore dello Stato hanno, nei fatti, vinto un’importante battaglia politica contro lo spontaneismo armato e determinato l‘accelerazione dello smascheramento del revisionismo. E questo per due importanti motivi. 1) La campagna di primavera, soprattutto, ha colto uno dei suoi obiettivi, costringendo il ‘combattentismo’ a fare i conti con una situazione politica mutata che lasciava poco spazio ad una pericolosa endemicità della lotta armata, tutto sommato compatibile con l’assetto di dominio della borghesia. Tutto sommato compatibile perché non è certo la violenza in se che preoccupa la classe al potere, specie se questa violenza è poco interessata togliergli tutto il potere, ma si accontenta di ‘dare soluzione’ immediata al campo fantasioso dei cosiddetti bisogni proletari. Dentro questa logica è possibile pensare che la cattura di un servo più o meno importante della borghesia, possa costituire un ricatto così potente da costringere lo Stato distribuire case, bistecche o pasti di lavoro. La differente impostazione e serietà dei protagonisti di questa logica e anche le differenti dichiarazioni di intenti, non bastano per non inchiodare queste pratiche al terreno melmoso dell’eclettismo e dell’antimarxismo, come l’esperienza del movimento rivoluzionario anche in Italia ha ampiamente dimostrato. Con l’attacco allo Stato le BR hanno determinato nei fatti un salto dialettico decisivo del movimento rivoluzionario, con cui tutti hanno dovuto fare i conti, perché ribadiva nella pratica la necessità di antagonizzare, sulla base di una strategia politico—militare, il movimento di massa, non contro questo o quell’aspetto della società borghese, ma contro la borghesia tutta intera e contro il suo Stato. 2) Il secondo motivo importante è quello di aver costretto il PCI, a velocizzare la sproletarizzazione definitiva della sua politica e liberarsi di un colpo di tutte le mistificazioni e gli ammiccamenti circa la rivoluzione che un giorno si farà, visto il tremendo pericolo del costituirsi di una forza politica rivoluzionaria di simile portata, alla sua sinistra. E’ stata principalmente la politica delle BR (in stretta dialettica con i contenuti antirevisionisti dell’autonomia di classe) a determinare questo passaggio necessario per il proletariato italiano, ossia lo smascheramento nei fatti dei reali interessi che il PCI difende e la sua collocazione politica sia nei confronti del proletariato metropolitano in Italia che del proletariato internazionale. Fiumi di parole e di inchiostro versato dai gruppi e dai partitini m—l circa il problema di ‘spiegare alle masse’ il ‘tradimento’ dei figli e nipoti di Togliatti, non potevano costituire alcun pericolo serio per il PCI, semplicemente perché queste organizzazioni non hanno mai rischiato di diventare un Partito rivoluzionario di tutto il proletariato e quindi non hanno mai contato granché nella dinamica politica dello scontro di classe.Nella successiva impostazione politica della linea delle BR, vengono accolte tesi che, nella sostanza, ripropongono la stessa deviazione immediatista tanto combattuta nel passato. La concezione dell’attacco allo Stato, come attacco al progetto dominante della borghesia nella congiuntura, si svilisce a causa dell’analisi dello Stato come corpo elettromagnetico, cortocircuitabile, composto di varie ‘funzioni’ ( le forze politiche, quelle economiche, la controguerriglia, ecc….) ognuna delle quali concorrenti allo stesso disegno controrivoluzionario e antiproletario pianificato e pensato dallo Stato. Lo Stato si dilata cosi in ogni aspetto della vita sociale, per cui é possibile attaccarlo in ogni dove, basta che esista un proletario organizzato e un bisogno ‘irriducibilmente’ contrapposto alla ristrutturazione imperialista. In questa visione metafisica scompaiono sia le contraddizioni interborghesi sia la necessità di dialettizzarsi con i contenuti politici (contro il governo, contro la guerra) delle mobilitazioni di massa, perché tutto viene ridotto ed appiattito all’allargamento dell’organizzazione di avanguardia che sulla base di programmi economicisti, spianava la strada alle masse ‘sul punto di armarsi’. Il risultato é stato il ricompattamento delle forze borghesi contro il movimento rivoluzionario e proletario, perché la lotta armata aveva perso ogni capacità di disarticolazione e la progressiva perdita di capacità d’influenza e direzione dello scontro di classe, perché non più in grado di rappresentarne gli interessi generali e la prospettiva reale.Una concezione dello Stato come sommatoria d’apparati, ha indotto un’ancora più grave deviazione. Quella della non più necessaria periodizzazione delle tappe del processo rivoluzionario. Ossia la concezione Idealista della transizione al comunismo, come materializzazione delle cosiddette allusioni del movimento spontaneo. La conquista del potere politico e la dittatura del proletariato, diventano pure enunciazioni di principio, in quanto non più obiettivi perseguiti, ma reminiscenze inoffensive di un passato da mettere nelle anticaglie in modo meno traumatico possibile.Tutto ciò non é stato un processo privo di contraddizioni, anche se ha indubbiamente egemonizzato la linea politica delle BR dall’80 in poi. Tutto ciò ha trovato nell’Organizzazione degli ostacoli molto seri tanto da caratterizzarne la battaglia politica fino alle scissioni.Le BR per il PCC, iniziano proprio con l’attacco alla NATO, con la cattura di Dozier la risalita della china in cui erano sprofondate, pur non potendo evitare di pagarne per intero lo scotto, visto il ritardo, le ambiguità e la debolezza con cui intendevano rilanciare un progetto di attacco allo Stato.LA QUESTIONE DEL PARTITOLa coscienza politica di classe non é risultato spontaneo del conflitto di interessi tra proletariato e borghesia ma, ‘…può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal qual è possibile attingere questa coscienza é il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. Questa necessità politica comporta quindi il costituirsi di un’organizzazione d’avanguardia, di un Partito che sulla base di cognizioni scientifiche generali sia in grado di dirigere lo scontro di classe verso un obiettivo prefissato.Privata di questa guida, la lotta di classe non potrebbe spontaneamente trasformare l’antagonismo in movimento rivoluzionario che punti alla risoluzione storica degli interessi del proletariato e questo a prescindere dalla radicalità con cui lo stesso movimento lotta e pone i suoi obbiettivi. Il costituirsi del partito rivoluzionario è quindi una condizione insostituibile, affinché si possa pensare allo sviluppo positivo di un processo rivoluzionario. Tra Partito e masse, tra coscienza e spontaneità, vive una contraddizione e non un’identità. La necessità dell’esistenza del Partito è data dall’esistenza stessa della lotta di classe e scomparirà col venir meno delle classi stesse. Per questo gli obiettivi del Partito non sono la sintesi dei contenuti della mobilitazione di massa, ma ne costituiscono il carattere politico generale, ossia le trasformazioni necessarie e possibili misurate dal rapporto di scontro tra il proletariato e lo Stato. La classe organizzata nel Partito, non si dà come prolungamento spontaneo dei comportamenti delle masse in lotta, ma è un salto dialettico che trova nella lotta di classe la legittimità della sua necessità e nella soggettività rivoluzionaria la reale possibilità d’esistenza. Il costituirsi del Partito è una delle condizioni che determinano il carattere rivoluzionario di una situazione. E questo, nonostante gli sforzi del soggettivismo idealista, è una verità storica di difficile confutazione. Il costituirsi di un Partito non è dunque la celebrazione del riconoscimento di massa alla politica delle avanguardie rivoluzionarie organizzate; ossia non è un processo che avviene parallelamente alla crescita di coscienza e di organizzazione rivoluzionaria delle masse; al contrario ne è una condizione ineliminabile. Non esaurisce la sua funzione di direzione col consolidarsi di un forte movimento rivoluzionario; non si scioglie, col riflusso di questo ultimo; è comunque portatore di un programma (il comunismo) che non è bisogno espresso o esprimibile dalle masse, ma concezione di una necessità storica, scientificamente basata sulla possibilità del superamento dei limiti strutturali di un modo di produzione e di sue contraddizioni che non possono che portare all’abolizione delle classi e alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia non c’entra. I rapporti di produzione basati sul profitto, l’impossibilità per la borghesia di sviluppare le forze produttive dentro questi rapporti di produzione sono la condizione oggettiva, materiale della possibilità e necessità del comunismo come soluzione storica e trasformazione evolutiva di un modo di produzione che ha ormai cessato di avere la funzione progressista che ha avuto in origine, trasformandosi nel suo opposto. Per dirla con Lenin… ‘Marx non inventa, non immagina una società ‘nuova’. No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che esce dall’antica, le forme dl transizione da una all’altra. Egli si basa sui fatti, sull’esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne gli insegnamenti pratici’.Per questo gli interessi dei comunisti sono gli stessi di tutto il proletariato. Ma questo dato oggettivo, non è immediatamente appiattibile con l’identico livello di coscienza e di determinazione.L’attività di un Partito è storicamente determinata dagli obiettivi necessari e possibili che esso stesso si pone. Necessari e possibili rispetto al grado dl intensità della lotta tra le classi. Al superamento della propaganda armata, le BR concepiscono matura la necessità della costruzione di una tattica rivoluzionaria rivolta alle masse. Nella proposta di ‘conquistare le masse sul terreno della Lotta Armata’ nasce l’assioma idealista ‘non si da Partito senza Organismi di Massa Rivoluzionari, non si danno Organismi di Massa Rivoluzionari senza Partito’. La costituzione del Partito si trasforma nella necessità dell’organizzazione contemporanea delle masse sul terreno politico, militare ed organizzativo proprio dell’avanguardia; finendo così per scambiare per organizzazione rivoluzionaria delle masse, quei nuclei di avanguardie più direttamente legati alle BR, che si mobilitavano sulle stesse parole d’ordine e costituivano nelle situazioni operaie e proletarie la tragica sostituzione di compiti tra avanguardie rivoluzionarie e masse organizzate.Le BR, o perlomeno queste BR, concepivano centrale per ogni discorso rivoluzionario, la partecipazione cosciente delle masse nello scontro rivoluzionario; non intendevano cioè sostituire la guerriglia praticata dai comunisti con le lotte e il combattimento proletario. L’essersi sottratti ad ogni tentazione di ‘sindacalismo armato’ non ha però impedito un errore clamoroso: le uniche lotte valide erano quelle che assumevano un carattere armato. Tutta la logica del sabotaggio in fabbrica e il perseguimento degli obiettivi politici immediati, hanno finito per negare impietosamente ogni corretta concezione del rapporto Partito/Masse, in una logica lineare e d’aumento progressivo d’organizzazione rivoluzionaria delle masse, e di perdita di ruoli e funzioni propri di un Partito. Il processo rivoluzionario cessa di avere un andamento a salti e rotture, cessa di essere condizionato da fattori oggettivi ineludibili, solo i quali porteranno le masse ad individuare nella Lotta Armata un’alternativa praticabile, per diventare progressiva e lineare accumulazione di organizzazione rivoluzionaria, basata non su una strategia e tattica che stabilisce rapporti diversi rispetto ai diversi livelli di coscienza del proletariato, che esercita orientamento e direzione sulla classe, ma esclusivamente sulle ‘appendici’ armate del Partito in costruzione.LA CENTRALITA’ OPERAIA.Il modo di produzione capitalista stabilisce il rapporto subordinato tra le classi a partire dalla struttura economica. In ultima istanza è il momento della produzione del plusvalore che determina la collocazione delle classi e la divisione tra la borghesia e il proletariato. La borghesia non trae la sua posizione dominante nella sfera extraeconomica (religiosa, militare, ideologica, …) ma dal fatto che detiene i mezzi e le condizioni della produzione. E questo rapporto particolare che nasce nel momento dello scambio tra forza—lavoro e capitale, che dà origine alla ……………………… nel suo sviluppo, il modo di produzione capitalistico non ha che allargato e approfondito questo rapporto originario, conformando alle sue leggi oggettive tutta la società e distruggendo tutte le forme di produzione preesistenti. Questo determina, nella composizione di classe, un ruolo oggettivo delle varie classi e frazioni di classe, che è dato dalla collocazione di ciascuna di queste rispetto ai rapporti di produzione e non dalle determinazioni più o meno soggettive. Non tutti sono nella condizione di distruggere come classe lo stato di cose presenti, solo la classe operaia, per la particolare collocazione che garantisce l’esistenza stessa dei rapporti di produzione capitalistici, può modificare la sua condizione di sfruttamento solo distruggendo la borghesia e con essa, la stessa divisione in classi. Solo gli interessi della classe operaia possono rappresentare gli interessi di tutto il proletariato metropolitano. Per questa sua funzione storica la classe operaia è centrale dentro la stratificazione della classe proletaria.Confermando in pieno le previsioni di Marx, oggi il proletariato comprende la maggioranza degli abitanti della metropoli. Il termine Proletariato Metropolitano indica tutte le figure sociali sfruttate ed emarginate dal capitale ma, tra tutti questi gruppi sociali, la classe operaia, in quanto l’unica a produrre plusvalore é la solo indispensabile per la sopravvivenza e la riproduzione allargata del modo di produzione capitalistico.Rispetto alle modificazioni operate dallo sviluppo capitalistico si può affermare la ‘centralità del proletariato metropolitano a dominanza operaia’. A questa analisi scientifica la stragrande maggioranza del movimento rivoluzionario degli anni ‘70 ha contrapposto tesi movimentiste, inventandosi varie ‘centralità’ a seconda della combattività di questa o quella componente più o meno proletaria (le donne, gli studenti, i lavoratori dei servizi, gli extralegali…) oppure ha teorizzato la univocità operaia, assolutizzando la lotta di fabbrica, con l’illusione di poter rivoluzionare le forze produttive dentro il momento produttivo prima della conquista del potere politico. Dentro le fumose e fascinose teorizzazioni del post—industriale, della fine della vigenza della legge del valore-lavoro, dell’operaio sociale, riposa tutta l’ideologia soggettivista del rifiuto della funzione storica del proletariato metropolitano di dirigere il processo rivoluzionario per la distruzione della Stato e del modo di produzione capitalistico, sognando possibili trasformazioni ultrarivoluzionarie all’interno dei vigenti rapporti di produzione, dando per scontata la loro obsolescenza in virtù della trasgressione violenta delle varie componenti o soggettività. In questa logica il modo di produzione capitalistico semplicemente … si estingue e con esso tutto il marciume dei rapporti sociali che ha determinato. Il rapporto tra struttura e Sovrastruttura si capovolge e con esso scompare anche la periodizzazione necessaria del processo rivoluzionario. In una parola d’un colpo, basta volerlo, dentro una presunta obsolescenza del modo di produzione capitalistico, nasce per incanto il comunismo, che più di un nuovo ordine sociale basato sulla distruzione della divisione tra le classi, che nasce da trasformazioni storicamente determinate, assomiglia molto a un paradiso terrestre variamente dipinto ed immaginato. L’ultima produzione allucinata dei padri spirituali del defunto Partito Guerriglia si spinge fino a descrivere processi rivoluzionari nella sfera delle rappresentazioni sceniche e dei rapporti interpersonali, mettendo definitivamente fine ai tentativi di mascheramento di posizioni reazionarie e intimiste.Per centralità operaia si deve intendere la sostanza della parola d’ordine ‘dentro e contro i rapporti di produzione, fuori e contro lo Stato’ contro ogni velleitarismo libertario di sottrarsi soggettivisticamente alle leggi che regolano il modo di produzione capitalistico, alla concezione materialistica che è l’essere sociale che crea la coscienza e non il contrario, per finire nel culto piccolo—borghese dell’emarginazione sociale ed elitario di una minoranza di trasgressivi ‘rifiutanti’.Anche nelle BR, queste deviazioni riescono a prendere il sopravvento, nella forma dei programmi immediati per settori di classe. La dominanza della classe operaia cede il posto alla dominanza di quei settori che in virtù della radicalità delle proprie lotte, determinano il punto più alto di coscienza rivoluzionaria di tutto il proletariato metropolitano, le cui indicazioni, forme di lotta, strumenti organizzativi ed obiettivi andavano generalizzati e resi possibili in tutta la classe fino ad identificare nei comunisti imprigionati la componente principale del processo rivoluzionario. Alla fin fine, visto che non di rivoluzione proletaria si trattava ma di rivoluzione comunista; non di conquista del potere politico ma di comunismo qui e subito, la centralità nel processo rivoluzionario … l’assegnavamo a noi stessi!L’estremizzazione della centralità delle componenti extralegali e del carcere, delle frange ………………………………………………. ideologico fosse penetrato nell’organizzazione, e allo stesso tempo della risolutezza, pur nei profondi limiti con cui l’organizzazione l’ha combattuto e sulla cui critica—autocritica ha ricostruito la capacità di mantenere la propria identità politica rivoluzionaria, basata sul marxismo leninismo.CONGIUNTURA POLITICA E PROGRAMMAAbbiamo più volte definito con ‘ristrutturazione per la guerra imperialista’ il complesso attuale delle politiche con cui la borghesia imperialista risponde alla crisi di sovrapproduzione assoluta di capitali che caratterizza tutto il mondo occidentale, con una gravità mai raggiunta dalla fine del secondo conflitto mondiale. Questa definizione può peccare di meccanicismo, se venisse interpretata come progetto di risoluzione della crisi, soggettivamente pianificato e pensato ’dall’inizio alla fine’.Va quindi precisato che le misure di ristrutturazione produttiva e le varie politiche economiche tendono nell’immediato a rendere più concorrenziali alcuni capitali nel complesso dei capitali operanti. Le scelte recessive, la riduzione dei tassi d’inflazione, manovre finanziarie e monetarie, in una situazione di ricorso a nuove tecnologie tanto da parlare di terza rivoluzione industriale, sono gli aspetti più eclatanti, le misure economiche più incisive adottate da tutti gli stati capitalistici avanzati per contenere gli effetti di una crisi che per anni li ha condannati a tassi di crescita intorno allo zero. La sovrapproduzione di capitali è una costante del modo di produzione capitalistico, data dal carattere concorrenziale dei capitali operanti, che spinge il singolo capitalista ad aumentare la quota di macchinari, tecnologie, ecc…, rendendo più produttivo un ciclo con minor forza-lavoro occupata; cioè abbassando i costi di produzione per unità di prodotto. Fino a che la forza-lavoro occupata, unica in grado di valorizzare il capitale anticipato, è troppo ristretta per poter valorizzare l’intera quota di capitale esistente, ad un tasso di profitto che permetta la riproduzione allargata e l’ulteriore salto di composizione organica. I capitali eccedenti devono trovare ‘impiego’ altrove, in altri settori produttivi o fuori dai confini nazionali. Quando tutti i settori produttivi non sono più in grado di rispondere positivamente a richieste espansive, la crisi da ciclica diviene strutturale. A questa situazione per il capitale occidentale, si è aggiunta la rottura della ‘valvola’ dei paesi terzi, in cui la quota di capitali esportati aveva determinato dei profitti colossali grazie al meccanismo dello scambio ineguale e la detenzione delle tecnologie, saldamente in mano ai paesi imperialisti. Il meccanismo si è rotto e le economie e le risorse dei paesi dipendenti non sono più sfruttabili come nel passato, anzi i problemi d’insolvibilità stanno minacciando la stabilità della finanza internazionale.In queste condizioni le misure ristrutturative di ogni singola impresa, non fanno che produrre ulteriori contraddizioni perché le quote di mercato conquistato grazie alla maggior concorrenzialità dell’una non sono altro che quelle sottratte all’altra, ossia non c’è allargamento dei mercati, ma maggiore concorrenza tra capitali e spinta maggiore alla concentrazione e centralizzazione in mano ai colossi economici e finanziari multinazionali.La tendenza alla guerra si pone quindi come necessità oggettiva, come controtendenza principale alla crisi di sovrapproduzione; perché solo la distruzione di capitali, forza—lavoro, merci e forze produttive sovrapprodotte, può permettere ai vincitori una ripresa ‘in grande stile’, può garantire quote di mercato; accesso alle materie prime; in definitiva una nuova divisione dei mercati e del lavoro sulla base di un nuovo ordine economico mondiale nettamente più favorevole ai capitali più forti. Questo tipo di analisi fa giustizia d’ogni idiozia circa il carattere di crisi ‘irreversibile’, ‘ultima’ del capitale; va detto che la tendenza a zero del valore, la tendenza al crollo, come ragionamento astratto per definire come limite del capitale sia il capitale stesso, serve solo a dimostrare il carattere storico, ‘transeunte’ del modo di produzione capitalista, non certo la sua distruzione ed estinzione per morte naturale.La definizione ristrutturazione per la guerra imperialista’ va quindi immessa in un complesso di analisi per cui oggettivamente i movimenti ristrutturatiivi non fanno che determinare ulteriori contraddizioni laceranti e il susseguirsi delle crisi in modo sempre più ravvicinato, che necessariamente spingono alla guerra mondiale. E questo deve servire per smascherare ogni impostazione pacifista e revisionista, basate su improponibili richieste di ‘ragionevolezza’ soggettiva dei concorrenti, sostenendo quella parte di borghesia nazionale per il momento poca interessata al conflitto. Il movimento oggettivo verso la guerra è ovviamente sostenuto da ben individuabili forze economiche politiche e militari che trovano in esso soluzione al potenziamento e rafforzamento del proprio potere e che costituiscono il personale imperialista maggiormente legato alle scelte degli USA, componente fondamentale delle politiche guerrafondaie.Nel nostro paese gli aspetti della crisi sono tutti di maggior gravità, sia perché l’Italia occupa un posto gerarchicamente basso nella catena imperialistica occidentale, sia per il carattere dell’antagonismo proletario e delle potenzialità rivoluzionarie che fanno dell’Italia il paese in cui il ventaglio possibile delle scelte è per la borghesia maggiormente ristretto e, contemporaneamente, quello in cui queste scelte trovano più che altrove maggiori ostacoli politici e sociali. Pur adottando politiche recessive d’abbassamento dei costi di produzione, di contenimento delle spese sociali, l’Italia non riesce comunque ad entrare in concorrenza con i paesi più forti in settori qualitativamente avanzati in campo tecnologico. Non è un caso l’attenzione ancora più forte che la classe politica e le forze economiche nel nostro paese, rivolgono verso i paesi del terzo mondo e verso i paesi del ‘est’, a cui è destinata la gran parte delle ‘nostre’ esportazioni sia di capitali che di merci; e soprattutto di una merce particolare, ossia i prodotti dell‘industria bellica che fanno assegnare all’Italia il quarto posto nella graduatoria del settore. Il frenetico lavorio dei vari ‘messaggeri di pace’ italiani nei paesi arabi e nel centro e sud America, ha anche questo carattere di mediatori di grossi affari, in cui cannoni, elicotteri e carrarmati fanno la parte del leone. La sostanza della crisi economica dell’Italia, nonostante le politiche adottate in campo economico e sociale e le brutte intenzioni per l’immediato futuro, è racchiusa in pochi e significativi dati: la ripresa tanto decantata fa prevedere ai tromboni di Stato una crescita intorno al due percento ossia molto semplicemente.. .stagnazione.A lato del proletariato, i costi sociali a tutt’oggi sono molti salati. Attacco ai salari reali e riduzione delle spese sociali; maggior sfruttamento per gli occupati, mobilità e nessuna garanzia della stabilità del posto di lavoro. Forse per la prima volta i politici, gli industriali, gli esperti, i sindacalisti annunciano con candore che la ripresa c’è, si consolida. . . accanto e insieme al dilagare della disoccupazione per i prossimi dieci anni.Tutti uniti ci dicono che bisogna superare la logica degli anni ‘70: assistenzialismo, egualitarismo, automatismi e rigidità allo sfruttamento. Per bocca dell’illustre professore Giugni apprendiamo che è finita l’era dei contratti collettivi: ogni operaio, ogni proletario dovrà vendere la propria forza-lavoro in concorrenza con tutti gli altri, quindi alle condizioni migliori per l’acquirente. Per bocca dell’illustre signor Garavini, apprendiamo che tutte le colpe del disastro economico vanno attribuite all’egualitarismo e agli automatismi; secondo lui quindi la riforma strutturale del salario dava soprattutto significare premio alla produttività, alla professionalità, alla presenza, all’attaccamento al lavoro.Il governo sostiene che la ripresa economica non grava sulle spalle e sulle tasche dei lavoratori, mentre bastano poche cifre (di fonte ISTAT quindi ‘insospettabili’) per sbugiardare questo novello grassatore: in tre anni la forza lavoro nella grande industria è diminuita del quindici percento mentre la CIG è raddoppiata, come dire che essa funziona realmente come ‘anticamera’ del licenziamento. I livelli occupazionali non calano parallelamente alla riduzione produttiva. Come dire che chi resta occupato produce di più… All’Italia spetta inoltre il primato della disoccupazione effettiva rispetto agli altri paesi della Comunità Economica Europea; le spese sociali per la previdenza (dati dell’81) sono pari al 24,7 percento del prodotto interno lordo contro il 27,1 percento della media CEE: il costo medio orario del lavoro nell’industria manifatturiera (sempre nell’81) era pari al 7,34 percento, il più basso dell’Europa comunitaria.L’affannarsi delle forze borghesi in campo, per contribuire al massimo alla ristrutturazione, è sicuramente caratterizzato dalla contraddittorietà degli interessi diversi che ognuno difende, e le politiche adottate sono il risultato dell’equilibrio possibile dello scontro tra questi interessi. Grande borghesia, piccola borghesia, ‘ceti medi’, ‘quadri’, intellettuali, parassiti e speculatori, mafiosi e faccendieri, tutti trovano rappresentati i loro interessi nelle varie forze politiche che si scontrano, ‘si sgambettano’ con scandali e scandaletti, tornano ad incontrarsi su equilibri di forza diversi… Solo il proletariato non ha propri rappresentanti data la debolezza delle forze rivoluzionarie e dell’autonomia di classe, dopo le sconfitte subite in questi anni. La borghesia, per attaccare politicamente ed economicamente il proletariato ha dovuto prima fare i conti con ogni espressione d’organizzazione autonoma della classe e, soprattutto con le Organizzazioni Comuniste Combattenti. I successi riportati sono solo una prima tappa di un lungo cammino in cui la borghesia, per lo Stato, l’ostacolo più grosso alla ripresa ‘in tempo utile’ è costituito dalla capacità del proletariato di rintuzzare l’attacco subito e imporre rapporti di forza generali tali da pesare sulle determinazioni delle scelte capitalistiche, fino al loro rovesciamento. La sconfitta politica della classe è uno dei principali obiettivi della borghesia in questa congiuntura e ad essa lavorano e concorrono tutte le forze politiche borghesi in campo. Questo obiettivo è perseguito cercando di ottenere in pari tempo, il massimo di pace sociale conseguibile, il massimo di divisione e accettazione del Proletariato Metropolitano del patto sociale e neocorporativo proposto ed imposto. E’ attacco frontale e diretto, teso alla ridefinizione dei ruoli delle stesse rappresentanze istituzionali del proletariato i cui interessi debbono piegarsi a quelli della grande borghesia imperialista, ritagliandovi all’interno lo spazio di potere possibile.L’attacco politico e materiale al proletariato metropolitano, fa prevedere scontri sociali di notevole portata. La classe si trova sulla difensiva, schierata spontaneamente a difesa dei propri interessi. Il ciclo che si è appena concluso dimostra, accanto alla enorme volontà e determinazione alla lotta della stragrande maggioranza del proletariato, anche tutta la relativa debolezza di un antagonismo che non riesce a riconquistare la propria autonomia d’interessi da quelli revisionisti e borghesi. La mobilitazione di massa espressa negli ultimi mesi contro il governo e il nuovo protagonismo imperialista dell’Italia, non è riuscita né a costringere il sindacato, o meglio la CGIL, né il PCI a indire uno sciopero generale, né a difendere l’organizzazione delle lotte dall’egemonia sindacale e opportunista, né a far cadere il governo e il suo programma. Diciamo questo non perché valutiamo la forza del movimento sulla base degli obiettivi raggiunti, ma per porre l’attenzione sui problemi reali che vivono nel movimento antagonista, che sono problemi riconducibili alla debolezza politica delle sue avanguardie di lotta e rivoluzionarie che hanno lasciato nelle mani del PCI e degli opportunisti vecchi e nuovi, la gestione politica della forza di un antagonismo che, spontaneamente, decine di migliaia di proletari ha manifestato in tutte le strade d’Italia, in ogni assemblea, in ogni singolo momento di lotta.L’attenzione con cui il ‘galantuomo’ Scalfaro ha seguito gli avvenimenti, le riunioni in prefettura tra responsabili dell’ordine pubblico’ e i vari Lama; le espressioni di ‘preoccupazione’ con cui il governo ha guardato il montare delle mobilitazioni, stanno a dimostrare una sola cosa: le varie ‘emergenze’ a cui siamo abituati da molti anni a questa parte non sono la risposta ‘proporzionata’ dello Stato ad avvenimenti concreti, sono l’esigenza di reprimere e contenere preventivamente l’esplosione di un conflitto sociale provocato dalle politiche necessarie alla borghesia per far fronte alla crisi. E’ la ristrettezza delle scelte che la borghesia si trova di fronte che gli impone, pur nelle oscillazioni, di imboccare la strada di dover governare senza consenso, il problema è solo quello di limitarne i danni. Per questo la classe deve essere necessariamente sconfitta, perché alla crisi economica non se ne aggiunga anche una politica, questa si di difficile superamento. E allora la logica delle ‘emergenze’ coniata per il ‘terrorismo’ con buona pace di tutti gli opportunisti, si rivela per quella che è: ridefinizione complessiva dei rapporti di mediazione politica tra classe e Stato, tale da consolidare a favore della borghesia i rapporti di forza e sancire la sconfitta della classe. L’antagonismo proletario si trova ancora una volta di fronte a un bivio: o trasformare la resistenza in offensiva o subire per intero i costi di una politica che, a passi accelerati, sta costruendo le condizioni politiche e militari per una nuova guerra imperialista. Ai comunisti si impone Il compito di serrare le fila di un difficile dibattito e programmare un’attività politico militare adeguata ad affrontare i compiti di direzione dello scontro e a proporre l’alternativa proletaria e rivoluzionaria alla crisi e alla guerra. Su un’analisi materialistica dell’attuale fase di scontro, occorre porre mano al problema del rapporto Partito/Masse ossia del programma. Una concezione fondamentale del nostro patrimonio è già stata riacquistata nel dibattito e nella pratica, ossia quella dell’attacco allo Stato, come attacco al progetto dominante della borghesia nella congiuntura, materializzata nelle forze che concorrono alla sua ideazione e direzione. Questo può mettere l’organizzazione in grado di concepire correttamente la tattica, ossia le tappe per il raggiungimento del ‘programma massimo la conquista del potere politico. Per programma politico si deve intendere il complesso d’obiettivi politici che riguardano, nella sostanza, il rapporto di forza tra le classi. O meglio i nodi politici intorno ai quali questo rapporto si determina. Il programma vive cioè dentro e contro i rapporti di forza congiunturali. Il superamento positivo o meno delle singole tappe deve essere misurabile dall’arretramento, consolidamento o avanzamento delle posizioni del proletariato metropolitano nei confronti della borghesia. L’antagonismo di classe non assume di per sé carattere rivoluzionario, ma può svilupparsi attorno a parole d’ordine generali e unificanti. Ossia tende, sotto l’attacco della borghesia, a muoversi spontaneamente verso obiettivi che, in quanto realizzabili solo con la modificazione dei rapporti di forza e la conquista del potere politico, esprimono ‘bisogno di potere’. Sta al Partito concretizzare i vari ‘No a…’ in programma per tutta la classe. Sintetizzare senza alcuna discriminante politica l’attività generale delle masse e i contenuti delle mobilitazioni non è operazione da Partito. Oltre ad appiattire la battaglia politica che nel movimento vive attorno a contenuti diversi, determinati dalla diversità di livelli di coscienza esistenti; oltre condannare l’avanguardia a funzioni di megafonaggio dell’esistente alla coda degli stessi movimenti; oltre a confondere i problemi dell’unità di classe (su contenuti ed obiettivi di classe) con la mobilitazione spontanea delle masse, a prescindere dalla direzione politica che si stabilisce di volta in volta e dell’interesse prevalente. L’unica cosa chiara è il perché e contro chi i movimenti di lotta sorgono. Le funzioni politiche di un Partito non sono di ‘didattica’ politica, bensì quelle di fornire al proletariato, dichiarando chiaramente gli obiettivi dell’agire politico-militare, un quadro d’analisi che tenga conto della prospettiva dello scontro all’interno della quale dare soluzione alternativa al sistema di potere dei partiti e dello Stato. Quindi è un problema di direzione rivoluzionaria che dà soluzione agli obiettivi storici e strategici di tutto il proletariato, che dà sbocco possibile e necessario alla crisi e alla guerra. Altro da questo è pensare di dirigere la lotta delle masse, proponendo obiettivi, forme di lotta e d’organizzazione di per sé già dati, esaltando piattamente l’esistente e, in definitiva, proponendo di continuare a lottare. In questo senso la Lotta Armata non può che diventare mero strumento di propaganda e di sostegno alle lotte, fino a scoprirne l’intima inutilità. Il Partito al contrario, non sintetizza i contenuti e gli obiettivi delle lotta spontanea, ma li analizza, li discrimina, li elabora. Pur essendo tattico, il carattere del programma é necessariamente generale, ossia si costruisce sulla contraddizione politica dominante che il Partito seleziona nella molteplicità d’obiettivi e parole d’ordine che caratterizzano la mobilitazione spontanea.L’attività di un Partito rivoluzionario deve proporsi lo spostamento dei rapporti di forza, la disarticolazione dei progetti dominanti della borghesia, l’organizzazione delle avanguardie rivoluzionarie sulla strategia del Partito, la conquista dell’antagonismo al programma rivoluzionario; questo attraverso una pratica che si misuri in successi concreti, che tenda a creare rapporti di forza momentaneamente favorevoli che consentano di vincere e attestarsi su posizioni più avanzate.L’attacco alla classe, costringe l’antagonismo a superare il settorialismo e produce spontaneamente cicli di lotte contro le politiche governative. Questi cicli sono gli unici in grado di esprimere unità di classe, critica alla gestione sindacale e riformista, incidenza sulle scelte della borghesia. Questa tendenza alla crescita della coscienza di classe non è però un fatto scontato e lineare. Al contrario la portata dell’attacco, le difficoltà crescenti per organizzarsi e lottare autonomamente, le sconfitte, la mancanza di credibili alternative, possono far arretrare il movimento, dividerlo e porlo sempre di più sulla difensiva. Si tratta di impedire questo, consolidare e rafforzare l’autonomia e l’unità di classe, su contenuti proletari e rivoluzionari, in un contesto di crisi economica e politica della borghesia che mai come oggi e sempre di più, costituisce la condizione oggettiva favorevole alla ripresa dell’iniziativa rivoluzionaria e dell’offensiva di classe,Da leninisti dobbiamo combattere ogni tendenza a considerare il lavoro di organizzazione nei movimenti di massa come ‘…un fattore che ci esime dall’attività rivoluzionaria e non come un fattore destinato a incoraggiare e a stimolare tale attività’. In questo senso combattere l’economicismo e ogni tentazione del culto della spontaneità, significa che il nostro obiettivo non è la ricerca del consenso tramite parole d’ordine tangibili e immediate su cui il movimento sia mobilitato, ma la direzione effettiva sul terreno rivoluzionario dello strato di avanguardie del Proletariato Metropolitano e la crescita di influenza e orientamento sulle dinamiche della lotta delle masse. Le avanguardie che si organizzano sulla strategia del Partito non sono al punto più alto che piano piano le masse (raggiungono N.d.R.), ma frutto di un lavoro preciso che il Partito fa sul piano di massa; al contrario il modo d’organizzarsi delle lotte sono comunque frutto del movimento spontaneo e solo una logica pacifista e codista può far credere che esso, per condizioni oggettive, compia il salto necessario. Questo perché, al di là della rappresentazione fenomenica del presente, nel movimento antagonista si scontrano politiche contrapposte ed escludentesi: quelle borghesi e quelle rivoluzionarie. Il nostro compito è un’attività di direzione e orientamento per far prevalere l’interesse generale di tutto il proletariato, secondo uno scopo da raggiungere, nella varietà di obiettivi e contenuti delle ‘masse in lotta’. L’antagonismo va conquistato al programma rivoluzionario e non al contrario, il programma rivoluzionario è generalizzazione e sostegno a quanto nel proletariato è già generalizzato e praticato. Questo perché la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita, pur diventando nei fatti politica, non è ancora rivoluzionaria e non è detto che lo diventi.Rafforzare le forze rivoluzionarie e renderle sempre più capaci di affrontare lo scontro è l’unica possibilità di conquistare autorevolezza nel proletariato, costruendo nella lotta rivoluzionaria l‘alternativa di massa alla crisi e alla guerra, capendo che un Partito rivoluzionario non può essere ‘maggioritario’ in una situazione non rivoluzionaria tramite proposte di massa accettabili ed immediate, pena lo scadere, coscienti o no, a variante dell’arco delle forze politiche borghesi che tentano di accaparrarsi consenso e riconoscimento.INTERNAZIONALISMO PROLETARIO E INTERNAZIONALE COMUNISTALa sostanza dell’imperialismo, dalla definizione data da Lenin, non è mutata. L’imperialismo è ‘lo stadio monopolistico del capitale, l’epoca delle guerre tra le grandi potenze per l’intensificazione e lo sfruttamento dei popoli e delle nazioni’. Anche il rapporto concorrenziale fra capitali, continua a costituirne la fondamentale legge di mercato, pur se si tratta di concorrenza intermonopolistica e questo, di per sé, esclude ogni possibile definizione di imperialismo unico, in quanto il capitale unico non esiste. Le forme con cui oggi l’imperialismo attua le sue funzioni, non sono altro che lo sviluppo storico del dominio del capitale finanziario, dell’esportazione di capitali come esportazione di un modo di produzione; nonché della ripartizione mondiale tra le più grandi potenze capitaliste, dei monopoli multiproduttivi/multinazionali. L’analisi di queste forme non sono affatto indifferenti per una analisi concreta di una situazione concreta che, passando dal campo speculativo teorico a quello politico e storico, ci metta in grado di comprendere i compiti della avanguardia rivoluzionaria. Ci riferiamo in particolare alla costituzione dei blocchi o catene imperialiste (occidentale a dominanza USA, e orientale a dominanza URSS), al rapporto gerarchico e di interdipendenza tra i paesi appartenenti allo stesso blocco, alla dominanza delle imprese multinazionali e multiproduttive (espressione del concentrarsi del capitale finanziario); nonché quella del capitalismo monopolistico di Stato teso ad assicurare l’ambiente adatto alla riproduzione capitalistica di fronte alla crisi.Le scelte di politica economica e monetaria operate dai singoli paesi, pur essendo omogenee con gli indirizzi generali e le prospettive di fondo, sviluppano grosse contraddizioni tra i paesi dello stesso blocco. Da questo punto di vista l’esigenza del rafforzamento dei vincoli politico-militari, non è riconducibile ad esigenze specifiche dei singoli paesi, ma alla necessità del sistema imperialista nel suo complesso di superare la crisi avviandosi al confronto col blocco avversario, il capitalismo, allo stadio dell’imperialismo delle multinazionali, ha creato un sistema di rapporti talmente integrato che il suo sviluppo può avvenire solo accrescendo tanto le dimensioni, quanto la forza di coesione dell’interdipendenza.Questo sistema di relazioni, non elimina certo le contraddizioni e i motivi conflittuali, ma impedisce ad ogni Stato-membro una sua collocazione all’esterno della catena d’appartenenza, né una diversa politica d’alleanze. E questo perché il carattere unitario della catena non riposa su accordi politici o diplomatici, ma su caratteristiche strutturali e su una divisione internazionale del lavoro e dei mercati determinate dallo sviluppo che il capitale ha raggiunto. Basti vedere come in sede CEE sono state risolte questioni di assegnazione di quote di produzione e di mercato della siderurgia con la piena accettazione di capitalisti italiani, pur se penalizzati; basti vedere come la Germania, che non è certo una repubblica delle banane, affronta il problema della guerra dollaro—marco in cui agli svantaggi per la propria economia si affiancano motivi di convenienza visto che un’uscita ‘morbida’ dalla recessione la garantisce dalla ripresa inflazionistica. Questi esempi servono per capire che gli interessi contraddittori dei singoli partner, non arrivano al punto di rottura in quanto la possibilità di continuare ad esistere come paesi a capitalismo avanzato, riposa dentro il rafforzamento politico-economico-militare di tutta la catena, pur se le regole di un rapporto subordinato contribuiscono allo sviluppo di sempre maggiori e più profondi motivi di conflittualità. Ne esce fuori un quadro perennemente instabile e alla ricerca di un difficile equilibrio interno, che i margini della crisi corrode costantemente, riproponendo più acute contraddizioni e squilibri. Altro che superimperialismo! Si deve parlare di un sistema di relazioni a interdipendenza gerarchica, a dominanza USA.E’ la crisi che acuisce e chiarisce in questa fase la crescente difficoltà per il Modo di Produzione Capitalistico di dominare le sue stesse contraddizioni e che, contemporaneamente, spinge verso vincoli politico—militari di ‘difesa’ comune, perfezionati dopo il secondo conflitto mondiale e indirizzati contro il proletariato internazionale e contro i popoli in lotta contro lo imperialismo. Gli interventi diretti USA in Europa (per es. Grecia e Turchia); la proposta dell’entrata del Giappone nella NATO; il riarmo e il protagonismo atlantico di europei e americani Insieme, con forze di intervento in ogni zona ‘calda’, la messa in discussione americana della ripartizione EST/OVEST delle zone d’influenza dopo la seconda guerra mondiale, sono solo degli esempi di come l’imperialismo occidentale, USA in testa, ritenga vitale per la sua ‘sicurezza’, tutto il mondo e soprattutto di come si prepari a modificare i rapporti di forza col blocco avversario in modo diretto, tramite una nuova guerra mondiale.IL SISTEMA IMPERIALISTA ORIENTALE A DOMINANZA URSSLa sconfitta della dittatura del proletariato e la riconquista del potere da parte della borghesia in URSS, non è avvenuta in campo sovrastrutturale. La borghesia, per definizione, è quella classe che detiene i mezzi e le condizioni della produzione: quindi se di borghesia va parlato, non ha alcun senso aggiungere delle aggettivazioni fuorvianti quali ‘burocratica’ o ‘socialista’ perché queste non determinano collocazione alcuna in termini d’analisi marxista delle classi, ma sposta il discorso in termini sociologici o politici. La riconquista del potere della borghesia in URSS è avvenuta nell’ambito strutturale, produttivo-riproduttivo, che ha poi sancito anche in termini politici con la vittoria al XX Congresso. Il socialimperialismo è un sistema di relazioni imperialiste antagonista al sistema occidentale. Non considerarlo tale, significa concepire l’imperialismo mondiale come un imperialismo unico, permeato da contraddizioni tra singoli paesi imperialisti, anziché da quella dominante tra due sistemi di relazioni. Il termine socialimperialismo, usato da Mao per indicare il comportamento sovietico di ‘socialismo a parole e imperialismo nei fatti’, è inadeguato almeno per due aspetti: 1) questa definizione lascia intendere che l’imperialismo sia una politica, un comportamento. Non è un caso che la critica al modello sovietico abbia finito per diventare una critica alla politica estera dell’URSS e alla sua aggressività. 2) Inoltre indica come contraddizione principale della formazione sovietica, quella tra struttura economica capitalistica e una sovrastruttura ideologica socialista, contribuendo alla propaganda revisionista della transizione al comunismo tramite la definitiva rivoluzione tecnico—scientifica e l’ulteriore sviluppo delle forze produttive. Le cose in realtà sono molto più complesse. Lo sviluppo capitalistico in URSS ha dovuto fare i conti con l’assetto economico—produttivo ereditato dal periodo rivoluzionario che, essendo basato sulla statizzazione dei mezzi di produzione e sulla pianificazione, ha impedito il raggiungimento, come negli altri paesi capitalistici e quindi dal punto di vista capitalistico, il livello produttivo e tecnologico dei paesi occidentali. Questo, da un certo punto di vista condanna le masse proletarie russe e dei paesi ‘satelliti’ a un tenore di vita relativamente basso e, da un altro, sviluppa contraddizioni e livelli di crisi meno acute, sia di carattere politico—sociale, sia di carattere economico. Il sistema economico sovietico è dunque basato sulla concentrazione statale di tutte le attività economiche e commerciali. Questo vuoi dire che non esistono proprietà privata e libero mercato (sia dei capitali che della forza-lavoro) si potrebbe dire che non esiste più la divisione in classi. Questo se considerassimo i rapporti di produzione riducendoli a rapporti di proprietà e di scambio.. Se prendessimo in considerazione cioè un modo di produzione a partire dalla circolazione e non dalla produzione. In URSS la produzione di plusvalore avviene e quindi anche la subordinazione della forza—lavoro al processo di valorizzazione, e questo nonostante le enunciazioni del revisionismo che fa coincidere il socialismo con la proprietà dello Stato associata alla pianificazione. Il carattere capitalista della produzione (produzione di valori di scambio, estrazione di plusvalore, ecc.) mostra che nella realtà, quella sovietica è un’economia capitalistica con un livello ancora ‘basso’ qualitativamente e quantitativamente della produzione a causa di uno sviluppo ‘sui generis’ del capitale, sottoposta a periodiche crisi di sovrapproduzione. A livello politico ed economico queste crisi hanno trovato in parte terreno di risoluzione nel rapporto preferenziale con i paesi del terzo mondo, rapporto che fa di determinate aree, territorio di penetrazione dell’imperialismo sovietico, data la natura di questo modello più confacente alle esigenze dei paesi ‘in via di sviluppo’, rispetto a quello occidentale, pur condannandoli al sottosviluppo e alla dipendenza economica— politica.Anche la politica sociale interna, subisce le stesse logiche restrittive dei paesi occidentali e la ristrutturazione dell’apparato produttivo non può che seguire le logiche di massimizzazione del profitto e della produttività, nonché la riconversione privatistica ed efficientistica dell’intera economia. I riflessi di queste ‘misure’ sono più evidenti, nei paesi ‘satelliti’ e nonostante in alcuni di questi le manovre destabilizzanti dell’occidente siano altrettanto evidenti, ciò non può esimerci da un giudizio molto chiaro circa il modo in cui l’URSS applica le sue politiche di dominio sui paesi del Patto di Varsavia. I fatti dl Polonia e i segnali evidenti di sfilacciamento della alleanza in Europa orientale non possono essere visti semplicemente ributtando all’esterno della formazione sovietica le contraddizioni politiche e sociali, pur tenendo in estremo conto il ruolo che vi gioca l’altro blocco.Nella definizione di socialimperialismo dobbiamo tener conto di una questione principale: tutto ciò avviene all’interno di una formazione che nulla ha a che fare con la dittatura del proletariato, in quanto la lotta di classe in URSS non è più il motore per Il rivoluzionamento delle forze produttive e dell’intera società. Lo ‘Stato socialista’ con la ‘destalinizzazione’ di Krusciov è lo Stato dl tutto il popolo sovietico e non più il non-Stato operaio e proletario che lavora alla sua estinzione con l’avvenuta distruzione delle classi tramite la lotta di classe. Il non riconoscimento del carattere classista della società sovietica è il supporto teorico dell’ultrarevisionismo, che sposta la contraddizione insanabile tra le classi all’esterno della società, che identifica i nemici del socialismo esclusivamente nell’imperialismo occidentale e nella sua aggressività e la difesa delle ‘conquiste della rivoluzione bolscevica’ nell’aumento dell’area di influenza e della coesione degli alleati.Il ruolo dell’URSS in campo mondiale e la sua politica d’alleanze non può in nessun modo essere scambiata per una sorta d’internazionalismo proletario imperfetto a causa delle minacce dell’occidente; rinunciando in tal modo a lavorare per il rafforzamento e l’unità delle forze antimperialiste e rivoluzionarie e rassegnandosi a perpetuare la logica dei blocchi. Pur nel rispetto del principio della diversità delle contraddizioni, l’internazionalismo è problema d’unità e alleanze in campo proletario e rivoluzionario e non va confuso con la politica estera dell’URSS.In questa sede non possiamo occuparci dei complessi problemi teorici e di speculazione rivoluzionaria marxista leninista, circa la mancata transizione al Comunismo in URSS, come in Cina.Problemi questi, che se da un lato rafforzano il principio ‘il comunismo o è per tutti o per nessuno’, dall’altro sono una severa lezione storica circa idealistiche esaltazioni e opportunistici purismi di maniera, su cui il revisionismo e l’ultracriticismo piccolo—borghese trovano sempre spazio materiale per sofisticate discettazioni controrivoluzionarie.Per quanto ci riguarda, rimandando in altra sede l’opportuno approfondimento, dobbiamo difendere e rafforzare il principio marxista che è solo la concezione della necessità della dittatura del proletariato che distingue realmente una politica proletaria, dalle mistificatorie e contorte elucubrazioni della borghesia e dei suoi alleati.Il mondo è diviso in due grandi sistemi di relazioni imperialiste, che la crisi spinge al confronto diretto. La tendenza alla guerra interimperialista è oggi la contraddizione dominante. E proprio la presenza di questi fattori pone all’ordine del giorno la possibilità della rivoluzione proletaria e il rinsaldarsi del motivi di alleanza del proletariato internazionale con i popoli in lotta contro la schiavitù imperialista.Lo sviluppo ineguale del modo di produzione capitalista, condiziona il carattere e la natura dei processi rivoluzionari. Nel senso che l’avvenuta esportazione in tutto il mondo del modo di produzione capitalistico, non conferisce di per sé carattere proletario dominante a tutti i processi rivoluzionari esistenti. Vogliamo dire, schematizzando, che la forma che essi assumono nei paesi industrializzati a forte componente proletaria e operaie è quella della rivoluzione per la conquista del potere politico e la dittatura del proletariato; nei paesi dipendenti, la lotta rivoluzionaria si esprime soprattutto come rivoluzione democratica antimperialista, interessando anche componenti di borghesia progressista.Generalizzazioni astratte, nel passato ci avevano portato ad affermare una già avvenuta polarizzazione dello scontro proletariato—borghesia in tutto il pianeta come contraddizione dominante. Che questo in linea teorica sia già vero dalla Comune di Parigi in poi, nulla toglie alla diversità di periodizzazione che, nelle diverse condizioni economiche e sociali, rendono ancora necessarie, in gran parte del mondo, percorsi rivoluzionari che come prima tappa hanno la liberazione nazionale e la rivoluzione democratica.L’ideologismo soggettivista, impedisce sia un’analisi corretta dell’imperialismo che un approfondimento delle tematiche dell’internazionalismo proletario: e questo ha portato la nostra Organizzazione a proposte politiche che finivano per rivolgersi esclusivamente a quelle forze combattenti che, in virtù del loro collocarsi nei paesi del centro imperialista, costituivano il nostro referente privilegiato. I principi di unità e di alleanza non debbono essere determinati geograficamente bensì su discriminanti politiche che fanno di un progetto di fronte antimperialista, cosa diversa dalla concezione dell‘Internazionale Comunista.Le BR per il PCC lavorano oggi per contribuire a rinsaldare quel tessuto di solidarietà militante, confronto politico, unità e alleanza, contando sul fatto che la crisi della borghesia imperialista e la tendenza alla guerra, favoriscono come non mai la convergenza d’interessi e l’alleanza del proletariato internazionale con i popoli e le forze progressiste che in tutto il mondo lottano contro l’imperialismo.Nel rispetto delle diversità ideologiche e nell’appoggio incondizionato a tutte le lotte progressiste d’emancipazione dei popoli, le BR puntano all’unità internazionale dei comunisti, componente d’avanguardia sia nei paesi del centro che in quelli della periferia, privilegiando ovunque esistano, le forze rivoluzionarie organizzate sulla base del marxismo leninismo e che combattono per il socialismo.La rivoluzione proletaria ha necessariamente carattere internazionalista. Ciò vuoi dire che, se il dovere principale di ogni rivoluzionario è ‘fare la rivoluzione nel proprio paese’ e ‘contare sulle proprie forze’, è altrettanto vero che la condizione per poter fare una rivoluzione è legata allo stato generale dei rapporti di forza tra borghesia imperialista e proletariato internazionale; all’acutizzarsi della crisi economica e politica dell’imperialismo dominante: nonché alle modificazioni che questo subisce in campo mondiale.In questo senso va detto che, per l’acutezza delle sue contraddizioni e della crisi di sovrapproduzione della catena occidentale a dominanza USA, è il nemico principale del proletariato internazionale e dei popoli del terzo mondo, perché più ‘vitali’ sono i motivi che lo spingono al riarmo e ad una politica aggressiva in ogni parte del mondo. Ciò non deve portare a sottovalutare né il carattere né la natura del suo avversario, pensando di poter in qualche modo, furbescamente, ‘usarlo’ ai fini degli interessi della rivoluzione proletaria. La flessibilità dei comportamenti tattici o, per dirla con Lenin, dei compromessi, deve essere garantita dalla rigidità dei principi strategici, come unica garanzia per il raggiungimento dei nostri obiettivi. In politica le posizioni astratte di principio e le pregiudiziali ideologiche, vanno bene per chi si accontenta dell’autogratificazione e sono tanto ridicole quanto inutili. In politica è necessario porsi degli obiettivi, perseguirli al massimo delle possibilità, tenendo conto ‘l’analisi concreta della situazione concreta’ e i compiti strategici che quegli obiettivi rendono possibili.Proponiamo una traccia di lavoro e di dibattito basato su:1. Collocazione autenticamente internazionalista dell’attività dell’Organizzazione, costruita sull’alleanza e la solidarietà militante con tutti i popoli e le forze progressiste che nel mondo combattono contro l’imperialismo.2. Lavorare alla costruzione dell’Internazionale Comunista sulla base di precise discriminanti:a) formazione marxista leninista della base ideologica e teoricab) riconoscimento del carattere strategico della lotta armata per il comunismo, nella diversità di applicazione nelle diverse condizioni socio-politico-ideologichec) ridefinizione, in base alle trasformazioni avvenute, del campo dei Partiti comunisti rivoluzionari, sia al potere che no.
Fonte:
Brigate Rosse
AutoriBiblioteca Multimediale Marxista