QUEL “PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO” RIMASTO IN CANNA.

LA SOVVERSIONE DEL 77 L’AUTONOMIA OPERAIA

Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato

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Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto movimento del 77 è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.

Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.

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La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Rosso – di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Senza tregua e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.

L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.

Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…

C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.

Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.

Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!

Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.
Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.

Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.

Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!

Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.

Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.

Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere: et voilà!, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.

Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo I giornali a processo: il caso 7 aprile. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.

Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.
Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?

A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.
Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.

Paolo Pozzi ex redattore di ROSSO.

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CIAO FRANCESCO.

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Bologna, 11 marzo 1977…….fatti nostri ……
Il racconto di un compagno, su quel maledetto 11 marzo.

Ora so che era la notte tra il 10 e l’11 marzo. Al mattino ci si doveva vedere, come al solito, in Piazza Verdi, verso le dieci.
Noi non saremmo andati ma è anche difficile spiegare il perché. Eravamo forse stanchi, forse avevamo solo voglia distare insieme. Certamente non sentivamo sensi di colpa e non eravamo “indispensabili”, cioè quasi inutili. Quando ci si ritiene indispensabili in politica, specialmente quando è vero che lo si è vuol dire che si lavora al posto di troppi altri che a loro volta non sono affatto indispensabili.
Ma ci eravamo ritrovati in quattro o cinque, passando di casa in casa, non certo per dirci queste cose. E non ricordo neppure quello che ci siamo detti……
…..Abbiamo dormito poco. La voce spaventata i Paola sembr a tutti un sogno: fuori piove
– Francesco chi ? Lorusso ?
– Gli hanno sparato alla schiena, non parlava più, gli usciva il sangue dalla bocca. Sono stati i carabinieri.
– Quei bastardi…..
– Hanno detto di chiamarvi. State attenti qui fuori c’è una 127 piena.
– Usciamo un po’ alla volta in fretta. Datemi dei calzini, i miei sono tutti bagnati.
Mentre si va all’università penso alla discussione vuta con Francesco sul servizio d’ordine, che non era mai stato un problema sapere chi aveva ragione. Ogni tanto lo vedo su una carrozzella e allora scuoto la testa e dico che sono scemo. Me lo ricordo sudato, con la camicia bagnata e lo spolverino aperto, che si scappava insieme.
In via Zamboni ci sono barricate che si susseguono una all’altra, tutte lucide di pioggia; riconosco i tavoli della mensa, le panche di Lettere, i vasi di fiori di Piazza Scaravilli.
Piazza Verdi è un’istantanea terribile che mi spaventa e nello stesso momento mi inghiotte, e non penso più, vado avanti sbattendo ogni tanto contro qualcuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno mi fermi.
Ci sono centinaia di compagni, di studenti, tutti muti, con i capelli bagnati. Qualcuno allinea, facendole tintinnare, decine di bottiglie vuote di diverse dimensioni che vengono riempite di benzina travasata da un enorme contenitore della mensa.
Ogni tanto ci si lamenta che il nastro sta per finire, che bisogna andare a prendere altri antivento.
Francesco è morto, e dalle facce si capisce che tutti lo sanno.
Si vedono occhi arrossati ovunque, uno piange da solo davanti a un muro, alcuni vanno avanti e indietro per la piazza, come se cercassero di parlare, ma non ce n’è bisogno. Tutti pensano la stessa cosa.
Nel CPS ci sono compagni buttati sulle sedie, che piangono e si guardano in faccia. Dopo un po’ entra Matteo, quasi sorretto da Paola e da Fernanda che, staccatasi un attimo, mi abbraccia piangendo e mi fa delle domande che non capisco. Matteo non sembra neanche vivo, è pallido, ha la bocca socchiusa. Muove solo gli occhi che in un attimo mi chiedono un sacco di cose.
Arrivano altri compagni, e, non so come, si inizia a parlare, in fretta, con una durezza che non so descrivere. Ogni tanto si sente qualcuno che singhiozza.
Nessuno fa grandi discorsi, gli obiettivi sono chiari, un compagno inizia a strappare una bandiera per ricavarne dei fazzoletti. In piazza incontro G.B. che si aggra con un sorriso nervoso in faccia e mi dice che non riesce a fare altro. Vicino a Lettere un compagno mi ricorda senza cattiveria che aveva litigato con Francesco, un altro mi dice che è stato attaccato un commissariato lì vicino. Nell’aula bianca ci sono altri che discutono nervosamente.
E’ chiaro che vogliamo andare in centro, che vogliamo passare per la Democrazia Cristiana, ma penso che la gente che si sta ammucchiando per via Zamboni non ha bisogno di un tracciato da seguire.
Il corteo si forma poco dopo e si iniziano a sentire i primi slogan: in testa gridano “guai, guai, guai a chi ci tocca”. Io sto in coda con un centinaio di compagni dei vari SdO dell’Università. Ma in mezzo non c’è un corteo da difendere, Passano migliaia di compagni con le tasche piene di sampietrini, tra le file girano sacchetti di bottiglie.
E’ un corteo diverso da quelli fatti solo pochi giorni prima, anche se le facce sono le stesse; il mucchio mobile, festante, che invade i marciapiedi tra le borse della spesa, che invita a parlare con l’ironia e crea un rapporto con tutti. Non è il serpentone che partiva a mezzanotte per tirare giù dal letto quelli che erano abituati ai riti ordinati delle manifestazioni. Sembrava che nessuno volesse tornare a “casa” neanche per un attimo.
I compagni sfilano nei cordoni, senza cantare, con una disciplina non guidata. Ma il salto, la differenziazione, non è avvenuto di lato alla voglia di essere soggetti non astratti delle proprie lotte, dei propri movimenti. Ora i sassi, le bottiglie, le barricate, sono di tutti, non c’è niente di nascosto. La retorica commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle facoltà, delle scuole. L’attacco è contro tutti.
Ucciso un compagno, non hanno militarizzato piccoli gruppi ma hanno dato a tutti la responsabilità di difendersi e di capire. L’attacco che si prepara è passato attraverso un dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei compagni, dalle esperienze collettive che avevano ricondotto capillarmente al posto giusto le parole e la critica.
La critica è viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina nella agitazione delle piazze e delle strade e la violenza ci cresce dentro in un’opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata.
Questa sensazione l’avevo già avuta a cortei del collettivo Jacquerie, nel mio cordone di amici, compagni presenti ora allo stesso modo. La vendetta non può più essere fatta di epicità isolata, ma di assimilazione e di conoscenza, di amore e di ricerca di amore.
Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.
La linea di demarcazione è diventata fossato: tra il cinismo della cultura ufficiale che è l’arroganza del potere, e la forza della vita e delle contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti.
Nessuna strada contiene interamente il corteo: quasi per guardarci meglio giriamo per Piazza Maggiore che non basta per farci vedere tutte le facce nascoste dai fazzoletti e dai passamontagna.
A fianco delle lapidi una cinquantina di militanti dl PCI che sembrano quasi veri. Ogni loro provocazione è inutile: non esistono nemmeno. Non piove più. Alla gente che forse spaventata, intontita, se ne sta ammucchiata sui marciapiedi si grida insieme “gente, gente, gente, non state lì a guardare – abbiamo un compagno da vendicare”.
Quando la coda sta per entrare in via Ugo Bassi, da via Marconi si sentono le prime detonazioni, e in pochi secondi la strada si riempie di rumori, di richiami e il fumo si spande per centinaia di metri. I frammenti di corteo diventano macchie nere che si spostano evitando i candelotti che girano sull’asfalto e i fuochi delle bottiglie lanciate.
Ci gridano che la polizia si sta spostando dalla Questura, temiamo di essere imbottigliati. A dividerci c’è subito uno sbarramento di fiamme, ma non si può più stare lì, c’è tanto di quel fumo che non ci riconosciamo tra di noi. Io e Gigi, che siamo restati indietro crediamo di non farcela a raggiungere gli altri che scappano verso via Indipendenza. Non vediamo assolutamente nulla, ci viene da vomitare, seguiamo la voce di Andrea che grida di aver trovato aria fresca.
Lungo via Indipendenza ci ritroviamo in un centinaio, con le idee poco chiare sul dove andare. Il piccolo gruppo si stira come un elastico in una direzione o in un’altra. Ma tutti abbiamo la sensazione che in tutta la città, in tutto il centro, molti gruppi si muovono come il nostro. Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non è finita così.
All’università incrociamo un piccolo spezzone del corteo e aspettiamo notizie dai compagni che girano in bicicletta. Molte notizie arrivano confuse, qualcuno si è provato a seguire le tracce degli scontri, una scia di vetri rotti, frammenti di bottiglie, alettoni di candelotti lacrimogeni.
Alla stazione ci sono degli scontri, molti compagni sono chiusi dentro. Si riparte subito, quasi di corsa. Alla stazione ci sono molti autobus messi di traverso, un sacco di fumo, non si sa da che parte andare.
Gruppi di carabinieri e poliziotti si spostano velocemente sotto i portici, verso le due uscite. Ma i colpi che subito si sentono non sono dei candelotti. Ci sparano addosso con i moschetti, in tutta la piazza esplodono numerose bottiglie, si libera un’uscita. Io e altri due o tre ci mettiamo a gridare di buttarsi per terra, di strisciare verso le colonne. Uno studente, fuggito dalla stazione ha una crisi isterica: piange, tossisce, racconta che glia hanno sparato addosso con un mitra.
Dal fumo, reso più spesso dai fari della stazione, si vede uscire piegato sulla bicicletta Maurizio, che agitando un braccio grida a chissà chi di non sparare. Un altro compagno in bicicletta si butta per terra sotto le schegge di un muro sollevate da un colpo di moschetto.
Torniamo all’università solo quando siamo certi che tutti sono usciti dalla stazione. Si dice che qualcuno è stato arrestato. In Piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati, assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi addosso la stanchezza, la fame, la sete.
Tutti i bar sono chiusi, non c’è neanche una fontanella per l’acqua. Molti entrano al “Cantunzein” e dopo un po’ girano pezzi di carne, frutta, bottiglie di vino.
Penso che non è né giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va di raccontare e di sentire racconti.
Riprendo a pensare a Francesco, alla morte, all’assenza, a me. La notte mi ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta un lacrimogeno.

Mercoledì 11 marzo 2015, Bologna, piazza Verdi, ore 18,
manifestazione per Francesco

Compagno Graber