Nadia Ponti Lettera dal carcere 1997

LETTERA DI NADIA PONTI
Rete Nazionale Sprigionare

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Ciao a tutti,

mi chiamo Nadia Ponti, ho 47 anni, sono nel diciassettesimo anno di carcere, condannata all’ergastolo per fatti riguardanti la mia passata militanza nelle Brigate Rosse. E’ bene precisare fin dall’inizio che ergastolo in Italia vuol dire fine pena mai.

Di questo incontro so solo che ex appartenenti alla lotta armata, in particolare tedeschi, l’hanno promosso per sostenere una soluzione politica per i detenuti politici ancora in carcere come in Italia e non solo. La mia amica venuta l’altro giorno a trovare in carcere me e il mio compagno, con un “ricatto” amichevole, mi ha parlato di questa iniziativa e mi ha detto: io ci vado, ma tu scrivi qualcosa.

E’ il caso che dica perché “ricatto”: odio scrivere, il farlo mi costa una fatica tremenda perché invece che uno sfogo per me è una mortificazione. E poi non ho più neanche vent’anni per gamba… e capita spesso di avere la testa occupata a sopportare dei dolori. Intendiamoci il corpo ha ragioni da vendere ad esprimere malessere, mi preoccuperei se stessi bene, ma ciò non toglie che mi crei dei problemi se devo scrivere in poco tempo. Il carcere divora le energie, e dopo tanti anni quelle rimaste le uso con oculatezza; ma qualunque cosa sarò capace di scrivere, consideratela anzitutto un atto di apprezzamento per quel che state facendo.

La prima cosa da dire è perché sono ancora in carcere mentre da molti anni potrei essere fuori libera o semilibera come la gran parte di coloro che hanno fatto parte della lotta armata in Italia:

per obiezione di coscienza.

Non per un attaccamento al passato, ma per rispetto della verità, per onorarla. E la verità è che l’unica scelta individuale in una organizzazione politica, è l’adesione al suo progetto, mentre gli atti compiuti non dipendono dalla volontà del singolo ma da decisioni collettive. La legge premiale consente di uscire dal carcere purché si neghi questa verità e ognuno affronti la sua sorte a prescindere dagli altri. Io non mi sento di collaborare ad un atto di ingiustizia, non potrei vivere sapendo di averlo fatto. Comunque la si pensi oggi, ciascuno con le sue diverse convinzioni, la sua coscienza individuale, siamo in carcere per lo stesso passato.

Per uscire di galera non posso distruggere dentro di me il senso degli altri, e non posso barattare le mie riflessioni critiche di quella esperienza per portare fuori dal carcere qualcuno che sarebbe il mio fantasma.

La critica a pagamento che deve tenere conto del gradimento di giudici, educatori, psicologi, criminologi, direttori di carcere, è priva di valore reale, non serve a nessuno.

La riflessione critica sull’esperienza di lotta armata svoltasi in Europa è quanto mai necessaria e urgente, per tutti, ma ho verificato in questi anni a mie spese che solo la libertà porta alla verità, e fintanto che ci sarà il carcere e penderanno conseguenze giudiziarie sulle persone che l’hanno vissuta non ci potrà essere verità.

Un’esperienza come la nostra che si è conclusa fra tradimento, abiura e infine addomesticamento, non ci dovrebbe essere bisogno di dire che non potrà mai insegnare niente finché ci sarà il carcere a condizionare ogni parola.

Continua a stupirmi ogni volta dover spiegare questa cosa, segno di tempi grigi. Anni fa, anni un po’ meno melmosi di questi, sarebbe stato ovvio per chiunque, e non necessariamente impegnato o di sinistra, che la versione e l’opinione date da chi è fuori mentre altri sono ancora in carcere sono per forza addomesticate. Devo dire però che mentre anni fa avrei considerato volontaria una versione addomesticata da parte di chi badava a cavarsela per i fatti suoi, oggi capisco che invece è avvenuta all’interno di un processo incosciente che deve servire allo scopo ma che non deve apparire tale, che agli occhi di ognuno (e degli altri) deve avere delle giustificazioni “nobili” che non devono mai esplicitare l’interesse reale: uscire dal carcere.

Nel dire questo non c’è alcun astio personale verso altri. Sono sempre stata avversa a mentalità persecutorie. Sono stata fra i pochi ad essere tacciata da “arresa” e “destra” proprio da quelli poi usciti, per esempio perché avevo difeso chi aveva fatto ammissioni all’arresto sostenendo che era debolezza e non tradimento. E poi fra i pochissimi ad aver sostenuto che chi voleva dissociarsi era bene che lo facesse, perché è sempre meglio che uno sia libero di essere uno stronzo piuttosto che obbligato a fingere di essere ciò che non è. Tutto è meglio della menzogna e del conformismo. Venendo per questo nel corso del tempo tacciata dalle stesse persone da “arresa” prima, e da ottusa “irriducibile” poi, quando non ho voluto seguire la loro strada per uscire.

Parlo di queste cose perché sapere che ne è stato di chi ha vissuto un’esperienza serve ad arrivare ai problemi posti dal suo fallimento.

Avevamo ereditato da chi ci aveva preceduto l’idea della conquista del potere, del cambiamento in due tempi. Ma avevamo anche dato per scontato che una scelta che pensavamo senza vie di ritorno ci avrebbe automaticamente cambiati, avvicinati all'”uomo nuovo”.

Non è stato così; come dice il mio compagno: “portare alle soglie della libertà l’uomo d’oggi vuol dire liberare l’alienazione e l’immaturità che sono in lui, e non già liberarlo da esse. Il ricorso alla violenza nascondeva in molti una dipendenza dal più remoto valore di questa civiltà del dominio: il risentimento, e non già la volontà di esserne al di sopra”. E in realtà in molti all’origine di quella scelta non c’è stato il rifiuto profondo del modo di vita esistente, ma un sentirsene rifiutati, e questo è diventato evidente solo nel momento della sconfitta.

E se questo è venuto fuori solo a quel punto, significa che dentro quell’impostazione si poteva stare senza mettersi in discussione.

Quando è nata la lotta armata possiamo dire che è stato un tentativo disperato e certo ingenuo di difesa degli spiragli di speranza di un modo diverso di vivere che si sentiva chiudersi sopra di noi; in cambio di un aumento di stipendio e con la minaccia di licenziamento, con la repressione e il terrorismo delle stragi. Una scelta obbligata per chi voleva prendere un biglietto di sola andata per la rivoluzione, perché in Europa non c’è stato un movimento non violento che ponesse un’altra opzione per il cambiamento che non fosse opportunista, che non fosse un comodo paravento per non rischiare di persona. Come nella citazione di Gandhi ripresa da Martin Luther King: “Credo che quando la scelta è solo tra la vigliaccheria e la violenza, si debba scegliere la violenza.”

La citazione di due uomini che hanno vissuto con sincerità e dando tutto se stessi nella lotta non violenta non è una citazione casuale, a me non importa niente di difendere la lotta armata, mi importa lo spirito, il grado di sincerità e di radicalità con cui vengono vissute le scelte. Per quanto possa apparire paradossale superficialmente, la violenza rivoluzionaria è più vicina allo spirito della non violenza, di ciò che è stata contrabbandata come non violenza qui.

Ma la vera critica deve servire ad imparare dagli errori, non servire a dire che la colpa sta nell’averli fatti. Si può dire che chi vede altri che stanno annegando si butta ma non riesce a salvarne nessuno ha sbagliato i calcoli. E possiamo pensare che il migliore è quello che si butta senza sbagliare, non quello che non si butta per non sbagliare.

Mi importa poter criticare fino in fondo spietatamente limiti ed errori, perché tutti i passi avanti che hanno fatto gli oppressi vengono dall’esperienza dei propri errori, ogni vittoria è stata il frutto di ciò che aveva insegnato una sconfitta.

Segno di tempi spenti che non venga sentito come un grave danno per tutti che chi ha vissuto quell’esperienza non possa esprimersi, che non si possa insieme – chi c’era e chi non c’era – andare a fondo ai perché non ha fatto fare passi avanti sulla strada della lotta alla logica del potere, ma è rimasto dentro ad una contrapposizione difensiva dentro quella logica. Abbiamo vissuto un sistema di pensiero che metteva così poco in discussione dell’esistente che il rivoluzionario che ha vinto ha potuto diventare a sua volta oppressore, e quello sconfitto, non avendo dovuto superare dentro di sé quella logica, diventa facilmente strumento di propaganda dei potenti che mirano a distruggere negli oppressi l’idea stessa della possibilità del cambiamento.

Un impianto ereditato dalla storia della sinistra: invece di superarne i limiti come credevamo, li abbiamo portati alle ultime conseguenze.

A cominciare dalla sinistra istituzionale che ha contribuito alla criminalizzazione di un’intera generazione. I cui politici ed intellettuali per non vedere i propri errori, non hanno avuto per i nostri di errori neppure un briciolo di quella ampia tolleranza che tanto hanno profuso per i potenti che – giova ricordarlo di questi tempi – sono sempre fino a prova contraria quelli delle stragi e del sistema di corruzione. Quelli che hanno costruito un mondo dove il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse, in cui ogni giorno milioni di persone muoiono di fame e di malattia. Che parlando di valore della vita per difendere tutto questo fanno e sostengono guerre in cui, asetticamente, basta schiacciare un bottone per uccidere centinaia di migliaia di esseri umani inermi, bambini, vecchi, donne. Per tutto questo sanno essere talmente comprensivi…

Quella sinistra tanto attaccata ai suoi piccoli privilegi di casta da non aver saputo immaginare altro che la repressione di fronte ad un movimento diffuso e all’espressione drammatica di un bisogno di cambiamento.

Se con estrema stanchezza, ritorno ancora qui sul passato è perché quando lo si rimuove, si ignora insieme alle persone in carne ed ossa il loro patrimonio di insegnamenti, e non si può progredire nel dare risposta alla questione chiaramente posta da un ragazzo diciottenne già nel 500, Etienne De la Boétie:

“vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data… vedere milioni e milioni di uomini asserviti come miserabili… perché sembra che siano affascinati e quasi stregati di fronte al solo nome di uno di fronte al quale non dovrebbero né temerne la forza, né amarne le qualità poiché si comporta verso di loro in modo inumano e selvaggio. …Che ha in più (di voi) la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annientarvi … a fare di voi dei servi volontari”. (Discorso sulla Servitù Volontaria).

Se lo scontro per sottrarre e conquistare potere, non è stata la strada per trovare la soluzione a questa domanda, è nel sottrarsi al potere che bisogna cercarla, per strappare dal cuore e dalla mente la servitù volontaria di cui siamo tutti malati, così malati che il più delle volte non ci rendiamo conto di pensare come chi crediamo di combattere.

Una strada che non abbia “due tempi” né l’alibi di aspettare tempi migliori, senza le rigidità ideologiche escludenti – perché ognuno parte da punti differenti ed è normale che lo si esprima in lingue diverse -. In cui da subito ognuno si sottragga come non collaboratore di tutto ciò che contribuisce a far sopravvivere un sistema di dominio, diventando in modo costruttivo e non solo in negativo, un volontario costruttore della libertà di coscienza.

Nonostante sia poco visibile è il senso degli altri, quello che finora ha impedito la distruzione dell’umanità, e per quanto timido e confuso questo sentimento forte sta cercando strade per emergere.

A questo sentimento risponde parzialmente il diffondersi della pratica del volontariato. Non mi importa qui soffermarmi sull’uso strumentale che in gran parte se ne fa per tamponare e sostenere le difficoltà del potere, non sono ingenua da non saperlo, basti l’esempio delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti, vere e proprie succursali delle galere e veri e propri business.

Quello che mi importa è che la rivendicazione fa del potere un feticcio, perpetua anche nella via rivoluzionaria quel bisogno di autorità che è all’origine della dannazione della servitù volontaria, per cui devi sempre aspettare qualcuno che ti dica cosa fare, e a cui poi addossare le colpe delle sconfitte. E’ una falsa polemica quella che attribuisce ogni degenerazione politica alla cattiveria o al tradimento dei capi. Essa nasce anzitutto dal bisogno di autorità che proviene dal basso di un’umanità malata.

Nella molla all’origine del volontariato c’è la possibilità del superamento di deleghe e due tempi, in cui ognuno parte da quello che può fare lui da subito per sé e per gli altri, cambiando il proprio modo di vivere, rompendo la scissione tra il dire e il fare, praticando quello che sente giusto e non contribuendo a fare quello che ritiene sbagliato, assumendone su se stesso la responsabilità.

Insomma un esercizio di uomo nuovo nella realtà e non in intenzioni da verificare in un secondo tempo che non viene mai, una possibilità di “rivoluzione culturale” che auto-educhi alla libertà. In cui ciò che uno dice di fare per amore del bene comune non faccia di ognuno un firmatario di cambiali in bianco per altri o per sé già soddisfatto delle nobili intenzioni che dichiara.

Sì, lo so, questi sono discorsi che dai praticanti della politica a sinistra vengono tacciati di intimismo e sentimentalismo romantico dove invece ci vuole la fredda analisi. Una analisi talmente fredda da aver perso ogni riferimento all’umano in calcoli economici su improbabili compatibilità. Quella che ha seminato una mentalità forcaiola in un popolo che si crede di sinistra e magari non sa più riconoscere che il carcere ha la funzione di rimuovere la comprensione dei conflitti sociali, i soli conflitti che lo riguardano, non le beghe interne ai conflitti del potere. Che chiama rivoluzione il processare nei tribunali quella parte del sistema di corruzione diventata obsoleta. Che fa manifestazioni con catene umane che abbracciano i tribunali, che inneggia ai giudici come molti allora hanno fatto il tifo per la lotta armata. Sono pronta a scommettere che molti sono gli stessi, perché il tifo risponde sempre allo stesso meccanismo: delegare altri ad agire al posto tuo per soddisfare il risentimento verso i potenti, piuttosto che attribuirsi la responsabilità di averli seguiti.

Altri della sinistra che credono invece di stare dalla tua parte, pensano che pur con tutto il rispetto per i tuoi anni di galera queste sono vecchie questioni. E che questa faccenda del volontariato è frutto un po’ del volerti attaccare a qualcosa e un po’ della visione parziale a cui ti costringe il carcere.

E’ vero lo sono, vecchie questioni di qualche migliaio di anni, se vogliamo. Il problema è il modo e l’intensità con cui si vivono, il trovare la via per fare i passi verso il loro superamento.

Come disse lo storico francese Michelet, innamoratosi di una donna e che per suo tramite ha amato la causa degli oppressi, in “Le donne della rivoluzione”:

“Non ci sono cose nuove da scoprire, L’avvento di un’idea non è tanto la prima apparizione della sua formula quanto la sua definitiva incubazione, quando, accolta nel potente calore dell’amore, sboccia fecondata dalla forza del cuore. Di idee e sistemi abbondiamo. Quale ci salverà? Più d’uno può farlo. Dipende dalle circostanze… L’importante, il difficile, è che trovi un nucleo di buona volontà di calore di slancio e di sacrificio cosciente che rende viva la possibilità.”

Vengo da una famiglia e da un ambiente operaio comunista, con loro ho conosciuto i sentimenti di solidarietà, la dignità e il rispetto della persona. Ma anche come questi alti sentimenti possono essere usati quando invece che alla coscienza si fa appello al fideismo, alla delega, alle rigidità ideologiche. E come da questo nasca la sfiducia in se stessi e negli altri che porta alla rassegnazione e non fa più riconoscere ciò che già è stato possibile.

E’ proprio nel riconoscere nell’altro parte di te che prende forza la fiducia in se stessi, nelle proprie possibilità, da cui nella storia umana vengono i passi avanti di un modo diverso di vivere, quelli che si riconoscono facilmente vedendoli in ciò che ha liberato del destino degli ultimi.

Il divorzio, la chiusura dei manicomi, l’aborto, vengono da quel sentimento che ti fa sentire parte di un destino comune, di quel “il privato è politico” che tendeva a unire il dire e il fare. Da quelle case aperte dove trovare un letto in cui fare l’amore per chi non l’aveva perché sarebbe potuto capitare a te, e te lo trovavi magari occupato quando volevi andare a dormire. Dove trovava rifugio la ragazza incinta cacciata di casa. Dove litigavi furiosamente con un’amica handicappata grave, rischiando persino di non essere sensibile alle sue difficoltà tanto la sentivi uguale a te.

Oggi questa nostra scelta di obiezione di coscienza rifiutando di uscire attraverso il premio individuale, vive ancora nella solitudine. Anche chi ci è vicino pur rispettandola, si sente così sfiduciato da chiederci di rinunciare più che sostenerci e darci forza. Ma lo stesso riesco a non viverla come una scelta disperata. Il rapporto con il mio compagno – ciò che abbiamo vissuto insieme, mi ha fatto riconoscere in lui la mia stessa sensibilità, mi ha fatto sentire i miei limiti non come una vergogna di cui difendermi ma come la gioia di trovare nel rapporto con l’altro il loro superamento – è ciò che mi dà forza e dimostra costantemente che questa strada è possibile.

Non importa se, come mi è stato detto, condensata in così poche parole questa può essere presa come una patetica romanticheria, c’è sempre chi può capire di cosa parlo.

In quanto alla visione parziale indotta dal carcere, sarà vero anche questo, ma è uno spaccato dove tutto è più netto, dove puoi vedere a nudo la più grande abiezione come la più straordinaria resistenza umana.

Qualche tempo fa è arrivata in carcere una ragazza ventenne che si drogava da quando aveva tredici anni, viveva imbottita di psicofarmaci sempre inebetita da sembrare uno zombie. Ha voluto sapere da quanto ero in carcere e perché; saputo che avevo l’ergastolo per essere stata una “terrorista”, mi ha stupita due volte, perché sapeva che per noi si parlava di indulto, e poi perché guardandomi mi ha detto: ma tu non ci credi molto vero?

Era vero, la sua intelligenza e sensibilità erano ancora lì dentro di lei sepolte dalle droghe che le hanno rubato la vita. Un miracolo straziante, che dice che l’umanità che nonostante tutto sopravviveva in lei meritava la lotta per un futuro in cui altri ragazzi non vengano derubati dalla chance che a lei è stata negata.

Nel carcere riconosci subito il senso e la potenzialità delle cose dal fatto che stimola la resistenza o facilita l’abiezione. E’ un luogo “privilegiato” di sperimentazione.

In questi anni di carcere la solitudine sarebbe stata totale se non fosse stato per i nostri vecchi, e dei volontari. A loro devo la mia sopravvivenza fisica e in parte morale. Diversamente dalla legge penitenziaria e da gran parte della politica di sinistra, quei volontari non hanno subordinato il rapporto con me a “come la pensassi”.

Considero questa un’alta lezione sui rapporti fra le persone basati sul rispetto e la solidarietà; non come esaltazione retorica di un’esperienza personale ma significativa nella sua essenza. Il meccanismo carcerario di distruzione delle persone per essere inceppato non ha avuto bisogno di aspettare che fosse pronto un movimento di tante persone, basta anche una.

Questo è di più che qualcosa a cui attaccarsi – anche se, sia ben chiaro, preferisco sempre essere fra quelli che si attaccano a qualcosa piuttosto che a niente. – E’ una possibilità di uscire concretamente subito dalla rivendicazione che perpetua il bisogno di autorità, con una pratica che rafforza l’autonomia degli esseri umani, che da subito rompe la catena di infinite complicità che sta alla base del sistema di dominio e gli consente di sopravvivere.

E nemmeno faccio l’esempio del carcere solo perché qui sto. Ma perché è il cardine del sistema sociale dell’ubbidienza e della punizione.

Ho incontrato qualche tempo fa un ragazzo di vent’anni che, diversamente da tanti altri, ha avuto la fortuna di avere un padre che l’ha educato alla responsabilità di sé. E’ venuto a trovarci in carcere per aiutarci in un lavoro per disabili che facciamo come volontari. Quando gli ho chiesto se il carcere gli aveva fatto impressione mi ha risposto di no, che assomigliava alla sua scuola. Mi ha allargato il cuore; anche se in modo inconsapevole, istintivamente ha colto la matrice comune:

l’origine del carcere è nell’addestramento all’obbedienza e nella punizione. Scuola e carcere hanno lo stesso “architetto”, e se lui l’ha visto potrò mai io contribuire a nasconderlo invece che a combatterlo?

Spero di no, quale che sarà il mio destino. Non crediate che abbia la vocazione del martire; al contrario, sta nel mio desiderio di vita il non voler rinunciare ad uscire dal carcere intera, anima e corpo; so anche che con questo difendo un patrimonio di libertà che riguarda tutti. E’ per questo che posso dire senza paura di apparire patetica che vorrei non morire in carcere, che vorrei poter stare a lungo con il mio compagno senza il controllo delle guardie, che vorrei abbracciare i miei vecchi e sostenerli nella loro vecchiaia, dopo che loro senza risparmio ci hanno sostenuti e vissuto con noi tutti questi anni senza mai chiederci una sola volta di fare compromessi con la nostra coscienza per uscire, pur vivendo nel timore di morire senza averci potuti rivedere fuori.

Ma perché questo possa esser possibile, la battaglia per l’indulto deve essere l’apertura alla strada dell’abolizione dell’ergastolo, quel fine pena mai di cui dicevo all’inizio, una vergogna che grava sulla coscienza di tutti, per portarlo a una pena temporale a livelli europei. Arrivare almeno a dire che 15 anni di carcere dovrebbero bastare qualunque cosa uno abbia commesso. Per potersi permettere di ricominciare a pensare ad un mondo dove la vendetta sociale del carcere non sia più necessaria.

Gli estremisti del tutto subito che non toglieranno un giorno di galera a nessuno, e quelli del temporeggiamento in attesa di tempi migliori, mi ricordano un vecchio compagno operaio. Vecchio perché era vecchio e compagno perché ancora lottava accanto a me ragazzina con un rispetto tale che ho osato chiedergli consiglio. Andavo a riunioni e assemblee e non mi districavo fra tante parole, mi sembrava che tutti avessero ragione e gli ho chiesto come potevo fare ad orientarmi. Mi ha risposto:

“Quando uno vuole andare a sud si incammina in quella direzione, e anche se non ci arriverà, poco o tanto avrà fatto un pezzo di strada che lo porta più vicino alla meta. Quelli che ti spiegano che per andare a sud bisogna qualche volta andare un po’ a nord, o quelli che il tratto di strada non è mai abbastanza per sprecarsi, lasciali perdere: qualunque argomento usino ti fregheranno”.

Come diceva una canzone di oltre vent’anni fa: “cinque anatre volavano a sud, solo una arrivava, ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare”.

Un abbraccio.

Nadia

Carcere di Opera – Milano maggio 1997

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Sogni.

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Senza servi ne padroni, ma ognuno con quello che può dare e secondo le sue necessità.
Una vita comune, dove la prima cosa è l’uomo dove si vive nel rispetto degli altri e di ciò che ci circonda,senza sopraffare nessuno.
Dove nessuno ha il potere e ce l’hanno tutti.
Dove non esiste più differenza di stato sociale, dove tutto è di tutti..dove non esistano più confini fisici e morali.
Dove la giustizia è giustizia morale e non di parte.
Dove chi “sbaglia” paga con l’inserimento sociale e non chiuso in un buco costretto a subire qualcosa di
più aberrante di ciò che ha commesso.

Ma la storia è lunga.

Bert Roug

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QUEL “PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO” RIMASTO IN CANNA.

LA SOVVERSIONE DEL 77 L’AUTONOMIA OPERAIA

Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato

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Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto movimento del 77 è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.

Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.

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La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Rosso – di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Senza tregua e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.

L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.

Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…

C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.

Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.

Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!

Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.
Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.

Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.

Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!

Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.

Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.

Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere: et voilà!, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.

Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo I giornali a processo: il caso 7 aprile. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.

Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.
Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?

A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.
Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.

Paolo Pozzi ex redattore di ROSSO.

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