28 Marzo-Piazza della dignità contro le grandi opere

PROGETTO DEGAGE

LupiDimettiti_WEBPochi giorni fa l’arresto e gli avvisi di garanzia che hanno colpito alcuni massimi dirigenti del ministero delle infrastrutture, con tanto di intercettazioni e particolari che hanno dimostrato le responsabilità politiche del Ministro LUPI nella spartizione di ingenti somme di denaro, garantita ad una cricca di potenti amici. Ora, un ministro che da sempre per partito preso ha difeso solo e soltanto gli interessi dei potenti arrivando a lanciare una vera e propria guerra contro in poveri, non c’è più, si è dimesso. La preoccupazione e la rabbia tuttavia non scemano, anzi crescono di fronte alla possibilità che tutto, come sempre, venga insabbiato, risolto con qualche volto nuovo e fresco da mettere davanti al paese, con qualche poliziotto o magistrato a cui conferire altri superpoteri.

Milioni e milioni di euro, infatti, sono stati e sono tutt’ora distribuiti negli appalti per “le Grandi Opere ed i Grandi Eventi”. Cementificazioni ed interventi…

View original post 633 altre parole

NOSTRA PATRIA È IL MONDO INTERO! Boicottiamo la guerra di repressione contro i migranti. Diffondiamo il volantino contro l’«Operazione Amberlight»

LA STORIA PERDUTA

AMBERSta per iniziare un’altra guerra di repressione contro i migranti: l’«Operazione Amberlight». Con il pretesto di raccogliere più informazioni sulle rotte migratorie, anche questa operazione delle polizie di tutta Europa (come la precedente «Mos Maiorum» del 2014 e come tutte quelle che si sono susseguite negli anni nella più totale indifferenza di maggior parte della popolazione)  è finalizzata ad arrestare più persone possibile senza documenti in regola.

Anche questa volta, tutto si svolgerà in grande segretezza, gli stati, che ovviamente non hanno interesse a pubblicizzarne lo svolgimento, non rilasciano informazioni approfondite sulle modalità con le quali sarà condotta l’operazione, nè sulle sue conseguenze.

L’unica certezza è che ci sarà  un’operazione militare che brutalizzerà decine di esistenze e che è nostro dovere combatterla subito con tutti i mezzi possibili combattere il silenzio e l’indifferenza complici del fascismo in divisa e del razzismo istituzionale

Siamo cittadini di un mondo che non riconosce frontiere, non accettiamo il termine “illegale” e consideriamo stranieri ed invasori solo gli sgherri del potere.

QUI  TROVATE…

View original post 297 altre parole

FAUSTO E IAIO VIVONO E LOTTANO INSIEME A NOI.

image

L’esecuzione
Milano, 18 marzo 1978. Tardo pomeriggio. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, diciannove anni, sono due amici  inseparabili: due ragazzi impegnati a sinistra,frequentano il centro sociale Leoncavallo. Negli ultimi mesi fanno parte di un gruppo di giovani che lavorano ad un dossier sullo spaccio di eroina a Milano. Non sono militanti di partiti politici. Spesso di sabato si recano a casa di Fausto dove la madre Danila prepara la cena. L’appuntamento è alle 19,30 alla Crota piemunteisa di via Leoncavallo, proprio davanti al centro sociale. Fausto raggiunge il locale intorno alle 19. Nella sala biliardo sono presenti tre giovani mai visti prima. Lo confermano alcuni testimoni. Lorenzo arriva alle 19,35, in ritardo di pochi minuti. Alle 19,45, Fausto e Lorenzo escono dal locale, attraversano la strada e a piedi si incamminano lungo via Lambrate. Il tragitto è breve, trecento metri. I due ragazzi si trovano ora in piazza San Materno, svoltano a sinistra in via Casoretto. Altri ottanta metri e sono davanti al chiosco dei giornali. L’edicolante li sente commentare i titoli dei quotidiani del pomeriggio, La Notte e Il Corriere dinformazione, con gli articoli relativi alle indagini sul sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e luccisione dei cinque uomini di scorta, fatti avvenuti soltanto due giorni prima (16 marzo1978), a Roma, in via Fani. Fausto e Lorenzo stanno percorrendo il tratto di strada tra via Casoretto e via Mancinelli. Sono le 19,58. Tre persone sono ferme davanti al portone dell’Anderson School. Fausto e Lorenzo vengono attirati da qualcosa o da qualcuno in via Mancinelli. Il campanile della chiesa del Casoretto batte le 20. Il loro cammino si ferma, per sempre. Otto proiettili Winchester, calibro 7,65, vengono sparati da un killer professionista. Una esecuzione. I corpi si accasciano a terra. Il primo a cadere è Fausto. Il proiettile lo colpisce alladdome; gli altri tre in rapida successione all’emitorace sinistro, al braccio destro e alla regione lombare sinistra. Fausto compie una torsione su se stesso. Il quinto proiettile lo raggiunge di striscio bucando gli indumenti. Poi tocca a Lorenzo. Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede, mentre tenta una fuga impossibile. Vicine ai killer si trovano Marisa Biffi e le sue due figlie minori Alessandra e Cinzia Frontini. Dice la signora Biffi: “Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede e si trovano a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane è leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma da fuoco. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che è piegato su se stesso cade in terra. Solo allora comprendo che è successa una cosa pazzesca e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia. Scorgo la fisionomia di un ragazzo steso per terra in una pozza di sangue. Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla via Leoncavallo, cè davanti a me, a un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra. Posso senz’altro affermare che quello che cade per primo è Lorenzo Iannucci mentre quello già steso a terra è Fausto Tinelli. Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna parola, neppure uninvocazione di aiuto. Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari. Noto che il giovane con limpermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano. Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e che entrambe le mani stanno dentro il sacchetto. Il giovane sta sparando verso Iannucci. Non ho visto altri sacchetti nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore. Secondo me allo Iannucci spara una sola persona. Forse i colpi sono attutiti da unarma dotata di silenziatore. Ripeto: ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di plastica e che lassassino vi tenga le mani dentro. Le braccia del giovane comunque sono distese in avanti”. Marisa Biffi riconosce dunque due killer. Il primo è alto circa un metro e settanta, snello, capelli castano scuri, indossa un impermeabile chiaro. Il secondo è simile al primo come corporatura, porta un giubbotto color cammello. Alessandra e Cinzia Frontini osservano il delitto dalla stessa visuale della madre Marisa Biffi. Le tre testimonianze sono sovrapponibili. Spunta il quarto teste. Natale Di Francesco, invalido civile, nota tre giovani in fuga all’incrocio tra via Mancinelli e via Leoncavallo, a pochi metri dal centro sociale. Due assassini sono di corporatura normale, alti un metro e settanta, capelli scuri e lisci. Sul luogo del duplice delitto non vengono rinvenuti bossoli, né proiettili. Due calibro 7,65 sono ritrovati tra gli indumenti di Fausto e  Lorenzo. Accanto al corpo senza vita di Iaio, i killer lasciano un berretto di lana di colore blu intriso di sangue. Sarà distrutto nel 1988 dallUfficio Corpi di Reato delTribunale di Milano. Intorno alle 20,10 in piazza Durante, la polizia ritrova una pistola calibro 9, lanciata da una persona a bordo di una motocicletta di grossa cilindrata. E pochi minuti dopo, in iazza Aspromonte, Pierre Manuel Orbeson e Magda Margutti notano due giovani a bordo di una Kawasaki color verde chiaro. La coppia osserva attentamente la scena: il passeggero scende dalla moto, zoglie dalla targa una sorta di copertura legata con un elastico ed entra in una vicina pizzeria. Pierre Manuel Orbeson memorizza il numero della targa (MI 538738) e lo passa al giornalista Antonio Belloni.  La moto è intestata a Gaetano Russo, pregiudicato per rapina e furti, e Antonio Ausilio, incriminato per vari reati, tra cui tentato omicidio. Sul loro conto, nessun ulteriore accertamento viene svolto dalla polizia giudiziaria.
http:// http://www.faustoeiaio.it/18-marzo-1978/lesecuzione/

image

Compagno Graber

DAX UNO DI NOI

image

16 marzo 2015
Scacciare le lacrime – la notte nera di Dax

Ripubblico qui un racconto uscito in occasione del decennale dell’omicidio per mano fascista di Davide “Dax” Cesare consapevoli che i meccanismi della memoria collettiva sono importantissimi. Oggi è infatti il 16 Marzo, 12° anniversario della morte di Dax e del massacro dell’ospedale San Paolo.

image

Scacciare le lacrime

Siamo a casa, a cena – arriva una telefonata da via brioschi – hanno accoltellato un compagno – stai calmo, al telefono diciamo stai calmo, facci avere notizie – fine della telefonata, un po’ di gelo – che si fa? – andare non ha senso, ormai là non c’è nulla da fare, solo polizia – ma chi ha ricevuto la telefonata non sta nella pelle anche se non dice nulla – ok, andiamo – due macchine – arriviamo in via brioschi davanti al tipota – un po’ di compagni – c’è ancora una pozza di sangue per terra – mi avvicino a guardarla e capisco come finirà non solo dalla quantità di sangue – tantissimo, veramente tanto – ma perché ci sono delle parti più dense – non riesco a pensare ad altro: carne – parte del corpo – l’hanno sventrato – scambiamo due parole con chi era lì prima di noi – quelle necessarie a capire l’accaduto – dax, ale e fabietto sono in ospedale – nella mia testa si apre il file delle immagini… chi è dax… non riesco a collegare nome e faccia… o forse sì… ho capito – ambulanze ancora in zona, sbirri anche – passa il p., tanti anni che non ci si vede – ai tempi degli studenti per un po’ girava con noi – nazionale di football americano, era una garanzia in qualunque momento di tensione – scambio due parole – vive là, ha visto la fine della scena – ha visto un particolare… – ha visto gettare le lame – ma non ci sono già più, le avranno prese gli sbirri – passa qualche minuto, i compagni dicono che vogliono andare al s. paolo – andiamo anche noi – passiamo a prendere la manu che abita qua dietro – quindi una macchina un pelo avanti, l’altra a pochi minuti di distanza – siamo quasi arrivati, squilla il mio telefono – ci stanno caricando dentro l’ospedale, correte! – come cazzo è possibile, non ci posso credere – arriviamo, matteo parcheggia tipo film poliziesco e non riesco a non sorridere a questo pensiero – circa cinquanta metri tra noi e l’ingresso del viale del pronto soccorso – si vedono persone – o meglio, non persone, carabinieri – si muovono – qualcuno corre – c’è agitazione – si sentono urla – alcune sono degli sbirri, altre non è chiaro – ci avviciniamo a passo spedito – fermi! dove cazzo andate!? – non facciamo in tempo a rispondere – vedo said in mezzo a tre quattro sbirri che lo manganellano – con la coda dell’occhio vedo matteo per terra, i carabinieri che lo prendono a calci – io sono ancora in piedi e davanti a me un canazzo chiattunello che spinge e grida – ho un secondo di indecisione: posso fare in tempo ad avventarmi su uno dei carabinieri che prendono a calci matteo – un paio di colpi forse se mi muovo veloce riesco a darli – altrettanto veloce il pensiero: a che pro? – matteo è preso, ne ha addosso cinque e sta prendendo un sacco di botte – said è preso, uguale – io sono preso – nei decimi di secondo che penso tutto ciò la spinta da davanti mi arriva non più sul petto ma in faccia – da dietro un braccio mi gira attorno al collo e inizia a stringere – altre due mani mi afferrano un braccio e una gamba continua a cercare di farmi lo sgambetto – non devo finire per terra – se finisco per terra ciao – è la fine – non devo agitarmi – più mi muovo e più ne prendo – devo tenere le braccia lungo il corpo – più sono adese al corpo e meno penseranno che mi sto muovendo/voglio colpirli – che poi cazzo se vorrei colpirli! – altre poche frazioni di secondo in cui scorrono questi pensieri – nel frattempo sento un colpo sulla gamba, da dietro – volto la testa – un carabiniere piccolo, biondino – la sua faccia è lo stereotipo dell’imbarellato – se non è sotto effetto di cocaina lui allora non lo è mai stato nessuno – ha in mano un manganello rigido di quelli estraibili in ferro – mi guarda con un ghigno del cazzo e continua a ripetere – chi è stato? chi è stato? – mentre nasconde malamente l’estraibile dietro la schiena – pensa ‘sto poveretto – si diverte – pensa di essere spiritoso – o di dimostrare furbizia – o di essere uno grosso – che incute paura – mamma mia – è allucinante, devo sforzarmi per non ridergli in faccia – non c’è niente da ridere ma non posso evitare di pensarlo – vengo sbattuto contro una volante e tenuto fermo – dopo un attimo viene sbattuto affianco a me matteo – ci ammanettano – ci mettono in macchina – una pantera degli sbirri – fuori dall’ospedale – e ci mollano lì – matteo ha un taglio in testa – ma anche male da qualche altra parte che non ricordo – forse alla schiena – io solo alla gamba, non mi sono fatto un cazzo – dico a matteo di non chiudere gli occhi – le prime frasi veloci, visto che siamo da soli – sono convinto che ci porteranno via – per cui velocemente ci accordiamo – nomina l’avvocato – eravamo a cena da me – chi ha telefonato non lo sappiamo – e via di questo passo – lo ammetto, sono preoccupato da due cose – penso che prenderemo tante botte, e c’è poco da fare – ho paura per matteo – saprà come comportarsi? – cosa dire – cosa no – come muoversi – matteo come se lo sentisse – da ammanettato con un’acrobazia riesce a tirar fuori il cellulare e a telefonare – io mi chino su di lui e parlo – lucido e razionale – e lui, freddo ed impassibile, mi sgancia pure la battuta sarcastica: guarda che me la so cavare… – poi la macchina verrà spostata dentro nel vialetto – sbirri che ci passano affianco – il bagagliaio di una pantera che si apre e viene messa dentro una mazza da baseball – un canazzo che dice col cazzo che vado lì di nuovo se non ci fanno caricare ‘ste merde porco dio – e mentre finisce la frase un altro che prende la rincorsa al grido dai ammazziamoli ‘sti comunisti di merda – vedo gente sotto i portoni dei palazzi che guarda – poi corrono anche loro – scappano – alcuni poliziotti li inseguono col manganello alzato – dentro non sento niente – alla gamba non sento niente – scorre adrenalina purissima – me la ricordo ‘sta sensazione – come quando ci spararono a bergamo, anni fa, per ora tutto è azione, anche dentro la macchina – ammanettati – tutto ancora azione – furore – sensi tesi e allerta – occhi che girano a 360 gradi e pensieri velocissimi perché devono essere così, poi veniamo tirati fuori dalla macchina – tolte le manette – il tempo rallenta – i documenti – la digos che passa vicino e abbassa lo sguardo – lo sanno anche loro la merda che hanno fatto – e la testa non gli rimane dritta – un poliziotto che piagnucola – e no, basta, adesso non darete la colpa a noi – si rivolge ad un dirigente – e mi sembrano all’asilo, la maestra col bimbo – che schifo – il tempo rallenta – i compagni ci guardano da dietro il cancello – non vedo said – l’hanno preso, ma dov’è? – e la manu? – E’ arrivata un po’ di gente – attraversiamo il cancello e siamo in mezzo ai fratelli – ora la parte più difficile – mantenersi lucido – scacciare le lacrime – fare quello che c’è da fare – ora la parte più difficile – mantenersi lucido – lucido cazzo lucido – parlare – dire le cose che vanno dette – non tutto – le cose essenziali – lucido – scacciare le lacrime…

via http://milanoinmovimento.com/racconti/scacciare-le-lacrime-la-notte-nera-di-dax

Compagno Graber

FALCE E MARTELLO,SIMBOLO DI CLASSE E DI GIUSTIZIA.

image

Quanta paura fa la falce e martello? Una paura tale da attirarsi attorno ire, congiure e persino leggi che ne impediscano l’esistenza. Eppure è solo un simbolo, di classe si ma pur sempre un simbolo. In alcuni casi la stessa paura viene provata dai uomini di partito che, in quel simbolo, ci sono stati, vissuti e fatto fortune, personali e collettive e che, adesso, individuano il nemico nel partito che mantiene quei simboli.
Ma maggior nemico di un partito non è il simbolo, quanto il giudizio politico che si dà su di esso, nel nostro caso sul comunismo e sulla sua storia. Un giudizio che si riassume icasticamente nella controversia dei simboli. La tendenza di questi ultimi anni è di criticare quella storia e quell’idea (e fin qui nulla di male, anzi: la critica è un valore fondante dell’ideologia comunista), se non di dichiararne la morte o di abiurarla.
Nel migliore dei casi si è sentito il bisogno di rivederla o di superarla in una prospettiva più “moderna”, nell’epoca della globalizzazione e dell’Europa delle banche.
Si è intrapresa la strada delle “ampie convergenze” e, seppur annoverando nelle proprie fila, assieme a tanti altri, anche ex comunisti o ex militanti in partiti di estrema sinistra, nel più dei casi si è rivelata il rifiuto di qualsiasi “marchio” ideologico.
Io sono convinto che l’ideologia comunista non va gettata alle ortiche, né “rielaborata”, ma semmai verificata e adattata secondo quanto la Storia ha fin qui dimostrato.
Un simbolo politico esprime anche la storia di un’idea: e la storia del Comunismo marxista è ancor oggi, nella società moderna, un pilastro che non può essere distrutto senza minare la stabilità dell’intera costruzione. E’ la storia della liberazione da tante oppressioni; ed anche quando ha limitato alcune libertà “borghesi” ha consentito a società feudali di “saltare” secoli di tormentata – e non meno cruenta – evoluzione in pochi decenni.
In Italia quel simbolo rappresenta il maggior contributo alla lotta antifascista e partigiana, i morti e la speranza di un’Italia migliore; il valore del lavoro e della sua liberazione dallo sfruttamento.
E la determinazione a difenderlo anche con la forza, se necessario, contro tutte le aggressioni che si registrano – oggi più di prima – a livello planetario. Il lavoro di chi ha solo le proprie mani (e/o le risorse che risiedono nella propria persona, come la cultura e l’intelligenza) e strumenti semplici ed essenziali (come una falce o un martello) per vivere e progredire.
Quel tipo di lavoro (ed ancor più le società più arretrate che da quel tipo di lavoro ricavano il principale contributo economico) è sempre più sfruttato dopo la caduta del muro di Berlino, e non è un caso. Mentre ieri l’equilibrio del terrore costringeva chi gestisce, in Occidente, il potere che nasce dall’accumulazione del capitale, a dimostrare che lo sfruttamento del lavoro non era poi così disumano, oggi che (apparentemente) è finita ogni competizione fra Est ed Ovest, sono caduti tutti i veli. Il Capitalismo ha scatenato contro i lavoratori le più selvagge forme di liberismo, per non dire di schiavismo, ha istituzionalizzato il precariato, vari tipi di discriminazione e le più sfrenate forme di profitto. Ha lanciato in tutte le aree della vita economica il verbo delle concentrazioni; ha santificato la guerra e la distruzione di chi tenta di difendere la propria identità culturale.
Le necessità della produzione e dello sfruttamento del lavoro hanno ormai bisogno di omologare tutte le culture sotto l’unica ideologia ammessa: quella del capitale.
L’unica alternativa politica a quell’ideologia è rimasta l’idea rappresentata da quei simboli: che i servi dei padroni propongono (ma è solo una stupida provocazione) di criminalizzare in termini di codice penale.
Ecco perchè falce e martello non devono scomparire, perchè quel simbolo – e soprattutto la sua storia – servono ad ancorare la discussione politica dell’oggi a valori universali, senza i quali è impossibile frenare la deriva verso un relativismo etico- politico che fa il gioco del Capitalismo e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quel simbolo rappresenta la continuità ideale di una lotta che oggi, lungi dal cessare, si fa sempre più dura. In quel simbolo tutti i comunisti si identificano e si affratellano. Oggi e sempre.

image

Compagno Graber

Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Insorgenze

Prosegue con la terza puntata la nostra rassegna dei falsi misteri del rapimento Moro (leggi qui la 1a e 2a puntata). Oggi raccontiamo come ha preso forma la leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978. Trentaquattro testimoni hanno assistito alle varie fasi dell’azione, solo uno di loro, Alessandro Marini, disse nel 1993, a quindici anni di distanza dai fatti, di aver intravisto una figura sospetta. Subito smentito dal diretto interessato che era un abitante della zona

Paolo Persichetti
Il Garantista 6 marzo 2015

Via Fani dal basso copiaNell’immaginario riprodotto dalle narrazioni dietrologiche la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze.
Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel…

View original post 1.367 altre parole

Compagna Luna

image

La tensione narrativa di un intenso dialogo interiore si alterna in questo libro con la cronaca di chi ha assistito e partecipato attivamente agli avvenimenti degli “anni di piombo”. Così alle domande tormentose di una donna che interroga se stessa si alternano quelle, altrettanto dolorose, di chi rilegge e ripensa anni di ideali e speranze che hanno lasciato nel cuore un respiro amaro e trattenuto – ma teso verso la vita, come chi cammini nell’aria fresca della notte alla luce di uno spicchio di luna. Un dolore antico è messo in parola, fino a infrangere un codice che vuole i perdenti condannati a viverlo nella paura e a mostrarlo come colpa. Perché questa è la narrazione di eventi eccezionali vissuti da una persona per nulla straordinaria: e questo è forse il solo, scandaloso interrogativo che il libro solleva.

In copertina: foto di Sara Valentini.

“Sì, certo. La politica con le sue necessità e gli infiniti rimandi. Poi il carcere e la sublimazione di ogni desiderio, fino a star male da cani per l’odore improvviso nella piega di un braccio — e sei animale, albero, brezza”

Barbara Balzerani (Colleferro, Roma, 1949), di famiglia operaia, aderisce dapprima al movimento studentesco romano e successivamente a Potere operaio. Dopo lo scioglimento di questa organizzazione entra a far parte delle Brigate rosse. Nel 1978 passa alla clandestinità, fino al suo arresto avvenuto nel 1985. Nel corso del processo denominato “Moro ter” aderisce alla “Battaglia di libertà”, che sancisce unilateralmente la fine dell’esperienza brigatista, nel tentativo di innescare una riflessione critica su questo pezzo di storia al di fuori della logica della dissociazione e del pentitismo. Condannata all’ergastolo, già laureata in filosofia, si laurea in antropologia in carcere . Attualmente è in regime di “lavori all’esterno” presso una cooperativa che si occupa di informatica.

Barbara Balzerani Compagna luna

Feltrinelli

© Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano Prima edizione in “Serie Bianca” maggio 1998

Barbara Balzerani Compagna luna

…Faccio la prova del dolore. Come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria. Prima che moriamo, può darsi che muoia il dolore. Se così fosse, questo sarebbe da raccontare, ma a chi? Qui nessuno, se non quelli che moriranno con me, parla la mia lingua…

Christa Wolf, Cassandra

Tutto è cominciato per caso. Provare a buttare fuori dal groviglio penoso del muto parlare fra me e me, fissando e ordinando nella materialità dei segni. Operazione di lenimento, tanta l’angoscia per l’eco ridondante della filastrocca sinistra che scandisce la ripetitività del mio ripercorrere. Tanta l’insopportabilità di un assordante silenzio in cui è interdetta la memoria e la libera parola ma non ogni sconnesso vaniloquio.

Questa non è la storia delle Brigate rosse. Non potrei essere io a farla. È solo una parte di quanto ho vissuto e di come. È il risultato dei miei interrogativi più urgenti. È la richiesta di aiuto per provare a scioglierli. È la speranza che si possa infine farla quella storia, fuori dalle contingenze dell’amministrazione del presente.

Queste non sono dunque pagine rivolte a chi fa della politica un esercizio di formule buone per aggirarsi nei luoghi dove è bandito ogni spirito critico. Dove già è tutto detto e tutto è stato sciolto nella Verità di riti ufficiali in cui raramente alberga la fatica dell’interrogarsi e l’impegno personale con il vero.

Non a chi si scandalizza che oltre alla sopravvivenza mi sia concessa anche la vita, cioè la parola.

Non a chi traduce ogni ragionamento in polemica di schieramenti pregiudiziali.

Non a chi sa già tutto.

Non agli innocenti, ai vincitori e alle anime belle.

Non agli imbonitori dalla carriera assicurata.

Non solo agli amici, non ai nemici.

Non ai collezionisti di curiosità di costume.

Ma a tutte le altre e gli altri. Che pure non conosco, che non mi conoscono ma che, come me, sanno del disagio di un mondo di rappresentazioni che sempre meno significano la memoria e l’esperienza di ciascuno.

Queste pagine non hanno un obiettivo politico da rivendicare. Non vogliono sollecitare né scoraggiare decisioni, atti e prese di posizione di chi detiene in suo potere il destino, di chi sconta con la galera la parte avuta nello scontro sociale degli anni settanta e l’ultima parola obliterante sui come e sui perché. Non è questa la stagione per simili tentativi. E poi i politici hanno ben altro da pensare che non risolvere questioni che non portano voti né consensi massmediatici. Mentre portano tutto il disturbo della rimessa in forse di impazienti archiviazioni e attribuzioni di responsabilità a senso unico.

Il tanto decantato rinnovamento della politica evidentemente si riferisce ad altro e passa veloce proprio lì dove andrebbe maggiormente cercata la chiave per provare ad uscire dall’attuale opacità di tutto e del suo contrario. E non è detto che l’unica strada sia quella delle scorciatoie tranquillizzanti che deviano puntualmente nei vicoli ciechi dei quattro cantoni tra ora guardie e ora ladri.

Queste pagine non vogliono offendere nessuno, soprattutto quanti se ne sentiranno offesi.

Se ci fossero ancora, mi piacerebbe le leggessero soprattutto mia madre e mio padre.

Maria

La poesia della disciplina e dell’ordine è poesia di un ordine che si sfalda, di una difesa che viene travolta, […] ed è poesia della resistenza all’irruzione che continuamente travolge la vita. L’animula vagula blandula s’inoltra nel buio e si affida alla virtù cardinale della fortezza per non lasciarsi sopraffare dalla paura e dalla morte, per reggere alla necessità della Storia – sia essa intesa come travagliata storia della salvezza o come insensata rovina – e non perdere il filo delle cose, anche se, nello sbandamento della battaglia, quel filo si aggroviglia e si spezza.

Claudio Magris, Microcosmi

Per quanto mi sforzi proprio non ricordo. Non ricordo un solo momento dei miei primissimi anni. Non sarà perché allora e finché non sei tornata a casa, non una volta ho sentito le tue amorevolezze di madre? Per me, cresciuta felicemente per strada, eri quella da evitare al tuo rientro serale dalla fabbrica. Quella del rituale bagno del sabato in cui sempre ti incattivivi per la mia poca collaborazione, specie al momento di rinfilarmi i calzini sulla pelle ancora umida. L’estranea che non capivo perché pretendesse di esercitare una qualche autorità su di me e che ogni volta mi chiedevo chi fosse, nella indeterminatezza con cui sapevo di essere una dei suoi figli.

Mi capita tra le mani una vecchia foto e, di colpo, ritrovo la bambina che sono stata. L’espressione è immusonita, lo sguardo sfugge l’obiettivo, non sembra contenta di essere immortalata. Chissà? forse nella sua testa echeggia ancora l’antico timore del furto dell’anima legato a quello della propria immagine. Segni premonitori di quante altre volte avrebbe, anni dopo, patito per la sua faccia stampata sulle pagine di giornalacci da quattro soldi: Eccola, l’assassina dagli occhi di ghiaccio, top della serietà professionale di spacciatori di prototipi di mostri senz’anima.

No, quella bambina non poteva neanche lontanamente immaginare cosa sarebbe stata la sua vita. Provo ad andare a ricercarla e a interrogare il senso come di tragedia incombente su quella sua figuretta che la faceva un groviglio di insicurezze e determinazione a battersi per il poco veramente suo.

Le avevano insegnato non tanto la ricerca dell’amore altrui, quanto, nell’accettazione delle regole imposte, dell’altrui rispetto. E, nella vaghezza con cui cercava di fare suo tale codice di comportamento, si nutriva della consapevolezza che nulla sarebbe stato facile, che la vita sarebbe stata dura (ah, quelle spine nel letto maritale), che sempre e comunque le sarebbe stato presentato il conto.

Su quel viso infantile c’era la morte di ogni innocenza.

Su quel corpicino come racchiuso a difesa, il peso di responsabilità troppo gravose e, quasi tutte, oscure e misteriose. Paura e un vago senso di colpa, inculcati a sostegno del monito materno a indicare l’unica via di scampo: Stai al posto tuo. Non dare motivo a nessuno di doverti guardare una seconda volta. E a parti completamente invertite, non si può certo dire che non le sia stato prezioso, soprattutto negli anni della lunga clandestinità. A volte la vita sembra percorrere lunghissimi giri per poi tornare al punto di partenza. E, se niente accade solo perché lo si vuole, proprio niente succede per caso.

La prima enorme fatica, quella di abbandonare il mondo dei primi anni.

I prati e la grande libertà di giornate a sfidare i limiti della realtà nelle più immaginifiche esplorazioni. È l’avventura quotidiana a sopperire generosamente alla mancanza di favole, giocattoli e presenze. Troppo lavoro e troppi pochi soldi per adulti induriti dalla fatica e da una vita ingenerosa. E così meglio evitare che sorrisi e dolcezze corrompessero e infiacchissero i più piccoli inducendoli a pensare di potersi concedere di tali lussi. Ma ne poteva fare a meno. A compensare, un instancabile ripercorrere su e giù gli spazi di quel piccolo immenso mondo che regalava l’appagamento di reinvenzioni e scoperte continue, di insospettabili tesori e opportunità, fino a che sosteneva la fantasia. Ogni giorno da capo. Bastava tenere d’occhio che non si producessero danni irrimediabili alla punta delle scarpe, tutto il resto con i soli limiti delle proprie capacità di pensarlo e osare farlo. Prima di tutto il piacere che dà, a quell’età, vivere da protagonisti trame dai mille terrori e pericoli… orridi spaventosi da aggirare… per raggiungere il bosco proibito… con dentro la casetta misteriosa… della vecchina maligna che governa l’incantesimo… che solo l’atto di coraggio estremo scioglie… E tutto l’orrore dell’anima incarnato e buttato fuori di sé. Con la perseveranza e la serietà di un’opera che non è mai completa e il tempo che scade e bisogna fare in fretta e bene. E i grandi, immemori complici di quei malefici, che non capiscono e tentano di imporre altre mille sciocche occupazioni, quelle che proprio non servono a niente in quel crinale tra la vita e la morte.

Quando è finita la stagione in cui poco potevano persino la ruvidezza delle rare carezze di una madre sempre troppo stanca e l’avvelenamento del quotidiano allarme per il magro bilancio familiare? Quando è finita l’innocenza e cominciata la consapevolezza di limiti e doveri? quando quella dell’errore e della colpa?

L’uscita, con la scuola, dalla stretta cerchia domestica le apriva il mondo degli adulti, quello in cui vigono le differenze e in cui alla conoscenza si paga lo scotto del giudizio e della competizione. In un gioco truccato, la manifesta disparità di opportunità di partenza stabiliva i ruoli, finché risultassero alla fine tutti coperti e complementari tra loro: maschi e femmine, padroni e operai, ricchi e poveri, belli e brutti, eruditi e ignoranti.

Una nuova mappa tutta da imparare, per muoversi in un territorio feroce e impietoso, palestra di una vita a venire in cui, per volere di una sorte matrigna, le sarebbero toccate più croci che delizie.

E non erano tanto le privazioni materiali a pesarle. Si era conformata in fretta a non scambiare per buono tutto quello che luccica; e vedeva quanta fatica per quel poco concesso.

E poi da mangiare c’era sempre, e un sapiente riciclaggio garantiva ogni volta il cambio di stagione.

Ma i conti proprio non tornavano, se ad esigere di più era quella stima di sé che non trovava più di che alimentarsi in un mondo di relazioni in cui nulla poteva e doveva cambiare.

Tutto quello che c era da sapere, fissato in un codice semplificato che esigeva l’annichilimento di ogni volontà desiderante. Imparare a non contare nulla, a non poter cambiare nulla, a non esserci e a mostrarsi sempre nel decoro della propria autolimitazione. E da questo trarre la soddisfazione di saper fare bene la propria parte ed esigerne il riconoscimento.

La felicità? no, quella proprio no. Invenzione dei potenti per trarre in inganno. Aspirazione persino di dubbia moralità.

E, soprattutto, non dimenticare mai che, dal primo angelo caduto in poi, chiunque avesse provato a ribellarsi si era tirato addosso solo sciagure, per sé e per i suoi simili, come quegli sciagurati che si erano fatti licenziare negli anni cinquanta e che avevano rovinato intere famiglie…

Nella deformante visione di un mondo inamovibile, immodificabile, conformato alla misura dell’ingiustizia e della illibertà, neanche il conforto della promessa del regno dei Cieli per gli ultimi. Macché! Tutto molto terreno e verificabile ogni giorno. Il solco invalicabile che divideva i destini di chi tutto poteva e chi non poteva nulla, portava i segni visibili di differenze sociali materializzate fino alla volgarità e all’insulto dell’ostentazione, proprio della miseria di una sottocultura di provincia e dell’arroganza di una classe padronale che sembrava uscire dalle pagine di Dickens.

Il giorno di santa Barbara, patrona del paese-fabbrica, ^li operai ricevevano la busta con la tredicesima dalle mani di tale Donna Mimosa, mamma della dinastia dei reggenti. La regalia veniva graziosamente concessa e il rituale prevedeva anche un baciamano. Quegli uomini, non certo avvezzi a tanta buona creanza, erano costretti ad un accenno di inchino. Ah, sì. C’erano anche biscotti secchi e vermouth e borse di studio per i figli meritevoli, futuri baciatori di mano. Credo avesse cominciato allora a ritrovarsi a bocca aperta (e chi la conosce sa che non è un modo di dire) ogni volta che l’incredulità l’avrebbe assalita, tanta la potenza simbolica con cui quell’orrendo cerimoniale aveva colpito la sua percezione del reale.

E dunque, perché avrebbe dovuto sorridere quella bambina della foto?

Come poteva mostrare leggerezza nei modi se stava cominciando a capire la fatica di dover tenere a bada l’irrequietezza e il piacere di misurarsi con i limiti fantastici di un mondo che, solo fino a ieri, le erano sembrati esistere solo perché lei potesse sfidarli e superarli? Di colpo, e sempre di più via via che entrava nell’adolescenza, quel mondo raggelava le sue sembianze, nella stessa misura con cui resisteva ai soprassalti della sua volontà resa impotente.

Come fermare la corsa e tornare a perdersi tra l’erba e le cicale? Perché diventare grande se persino il vagheggiare delle promesse dell’amore aveva perso in tutta fretta ogni lusinga nella consuetudine di volti di donne infelici, induriti dalla disillusione? …Stai al posto tuo, sottintendendo quanto fosse già abbastanza dura così. Difficile capire perché sua madre, che pur doveva amarla in qualche modo, l’avesse messa al mondo e non l’avesse pietosamente annegata come un gattino al primo vagito.

Guardava il suo corpo crescere e trasformarsi e non sapeva come nascondere quei primissimi segni di una femminilità da cui sapeva solo che avrebbe dovuto difendersi.

Provare allora a protrarre i giochi infantili. Uno, due, tre… campana. E dove andare a nascondersi per la vergogna del pannetto intriso di sangue mestruale maldestramente collocato e lasciato cadere rovinosamente a terra all’ennesimo salto? …Adesso devi stare attenta. Stattene a casa tua invece di andartene in giro come una vagabonda tutto il giorno.

Asserzione di quelle che non ammettevano repliche; e non rimaneva che ricacciare in gola le tante domande.

Ma come convincere quella donna che non stava simulando, quando sembrava così convinta che ogni sua simile nascesse con la consapevolezza maliziosa di “certe cose”? Come aveva fatto, cosa le avevano fatto per non sentire il desiderio di rassicurare quella sua figlia terrorizzata, di coccolarla e convincerla che finché ci fosse stata lei al suo fianco, non avrebbe dovuto temere nessuna biblica maledizione?

Perché non c era ombra di complicità nelle sue parole e la lasciava sola a scontare quella che doveva essere una sua inconsapevole colpa?

Perché riproduceva lo stesso rituale iniziatico che aveva raggelato anche la sua adolescenza? Perché?

Tutti i segni della tragedia presenti. E, a compensazione, neanche lo scenario della Porta dei Leoni, nello squallore di una quotidianità che certo non avrebbe trovato nessun cantore a renderne grande il dramma.

Puoi sentirmi? Puoi capire quanto mi manchi adesso che avremmo tutte e due le parole per ripercorrere e sanare? Riprendere lì dove le nostre schermaglie si sono interrotte e tu, di fronte all’ostinazione della tua ultima figlia, avevi trovato il modo di autorizzarla ad andare per strade che ti spaventavano almeno quanto ti seducevano.

Adesso avremmo potuto persino riderci su e prenderci la più grande delle rivincite, scambiandoci il sapore della libertà di cui siamo state capaci e godere dell’orgoglio di essere nate donne.

Avremmo fatto finalmente quel viaggio a Venezia che ti avevo promesso e non mantenuto. Tu, veneta, non ci sei mai stata perché il treno che t’ha portata quaggiù non prevedeva fermate turistiche.

Mi avresti dischiuso i recessi della tua infelicità di donna che tanto ha giocato nel mio modo di essere.

Avremmo sciolto l’implicito di dove il tuo desiderio è trapassato nella mia impaziente sete di riscatto e restituito a ciascuna il suo. E avremmo potuto nominare quale il tuo mandato e quale il mio guadagno per averti portato con me.

Avremmo pianto, avremmo riso e celebrato con l’ennesima sfida a tresette la nostra alleanza. In fine adulta ed emancipata dal gravame dei ruoli.

Mi hai aspettata. Quando t’ho rivista nella sala-colloqui di un carcere non hai recriminato. Non hai pianto né speculato sul tuo dolore. Non hai cercato responsabilità altrui su cui scaricare le mie. Sapevi che me le sarei prese tutte. Me l’avevi insegnato tu che così si fa.

Ti sei preoccupata che non sentissi freddo.

Poi, sapendomi al sicuro dall’irreparabile che hai temuto per anni di sentire ad ogni telegiornale, hai smesso di apporti alla stanchezza e al male.

Puoi capire quanto mi manchi? E quanto già mi mancavi mentre prendevo il tuo come mio primo nome di battaglia?

…Come vuoi chiamarti?

Maria.

Naturalmente.

Roma

È passato. Come continuare a vivere?… Quello che non ho avuto, posso dimenticarlo; quello che mi è accaduto non posso dimenticarlo; Dio protegga chiunque da capire che cosa intendo.

Hannah Arendt, Rahel Varnhagen

“Bellina sta ragazzina, peccato che è senza naso!”

Come se io, la titolare del difettoso attributo, neanche esistessi, le due donne approfittavano dell’incontro per scambiarsi qualche lamentazione su quella disgrazia di prole che era capitata loro in sorte. Dalla loro aria di disapprovazione e di reciproca commiserazione capivo che anche quella volta dovevo averla fatta grossa. E pensare che se quell’intrigante non glielo avesse fatto notare, mia madre forse non se ne sarebbe accorta che non ero stata neanche capace di farmi crescere il naso. Dovevo stare più attenta. Imparare meglio a non mostrarmi e, nel caso, a farlo solo con il lato buono della mia faccia.

La rivedo cresciuta. Ancora pochi gli anni ma già non più capace di strappare all’ordinario la leggerezza infantile di segreti rifugi interiori. Dacché le aveva imposto, fino a farglieli introiettare, i suoi principi di realtà, il mondo le resisteva e non si faceva più neutralizzare in quelle trame in cui aveva conosciuto il potere di piegare ogni quotidiana presenza all’affermazione della sua onnipotente unicità. Il tarlo aveva scavato e penetrato, fino a farle perdere ogni sapere di perdute armonie. Quelle che, come gli improvvisi bagliori nei cieli d’estate, placano nell’incanto del non più volere ogni angoscia di finitezza. A quelle figlie del più gratificante, autoreferenziale disordine, era subentrata la coscienza di un mondo non più a misura del suo sguardo, in un rosario di imperiosi rendiconti, da cui non avrebbe più imparato a difendersi. A darsi pace per ogni suo giudizio in contrasto con quello degli altri. Per quei suoi giudizi sempre così in contrasto.

Adesso, a dilagare nei suoi occhi ansiosi, i brutti segni di un grumo di orgoglio ferito e gli scacchi al suo senso di giustizia personale fuori misura.

Nell’osservanza della regola di non doversi mai ritrovare a chiedere e a saper fare da sola, aveva finito per consegnare la ricerca dell’amore di sé allo sguardo di approvazione altrui, fino a farne la misura di relazione con il mondo e di dissimulazione dei tratti più suoi. A consumarla, le insicurezze, le debolezze, la fame nascosta d’amore, stretta nell’ambivalenza del desiderio di sorreggersi e non darne a vedere; di essere tenuta e non affidarsi mai. E quella sua parte più recalcitrante al come si deve, pur se ormai silenziosa, in uno sdoppiamento mai completamente compiuto.

Alla fine della scuola aveva bruciato ogni margine di tolleranza. Era ad un punto morto. L’irrequietezza e la rabbia invece di aprirle nuovi spazi di libertà l’avevano fatta sprofondare ancora di più nella scontatezza delle regole del gioco. La scoperta peggiore era stata ritrovarsi imbrigliata in un ruolo che la omologava, anche se al negativo, alla stessa ipocrita mentalità bigotta che aveva mosso i suoi prevedibili eccessi trasgressivi. Vecchia puttana! quelli li aveva già inventati tutti e, con cinica indifferenza, sapeva renderli persino funzionali ai suoi perversi riti di riconferma.

Quanto impegno distruttivo ci avesse messo e quanto il prezzo pagato per tanto esporsi, non contavano nulla. Alla fine assaggiava la peggiore delle sconfitte. Tutto già previsto in quel gioco vecchio quanto il mondo che aveva finito per accomunarla alle controfigure da niente di provinciali eroi per noia, sempre pronti a ridurre ogni cosa a moda da indossare e dismettere, secondo la stagione.

Cambiare tutto perché nulla cambi… e si ritrovava tramortita e incredula di fronte a tanta capacità di resistenza di quel mondo stagnante che aveva creduto di mandare a pezzi con le sue ingenue provocazioni.

Dei cento fiori che stavano cambiando il mondo e i modi vecchi di pensarlo, non ne aveva visto sbocciare neanche uno nelle improvvisazioni di quella povera compagnia di funamboli a cui si accompagnava.

Nessuna rivoluzione, nessun amore per la libertà e per la messa in gioco di sé su quella strada.

Tutto qua? Tutto qua.

Mentre sembrava non riuscisse più a trovare vie d’uscita per sottrarre la sua esistenza e il suo futuro a un’angustia di orizzonte che la prendeva alla gola, ecco arrivare gli echi stralunati di fatti da non credere.

L’università occupata, gli scontri con la polizia, valle Giulia, gli studenti che non scappano più.

Era il 1968.

Viveva a meno di un’ora di treno da quei fatti ma la distanza le sembrava siderale, come sempre quando non sono i chilometri a farla.

In tutta evidenza non avrebbe potuto accontentarsi di sentirseli raccontare. Doveva andare lì ed esserci.

Forse non era ancora tutto perduto.

Com’è che accade che qualcuno vede e sente mentre tutti intorno sembrano ciechi e sordi e possono attraversare senza avvertire che quello che succede li riguarda come nient’altro al mondo?

Anni di rabbia, di rifiuto impotente, di non accettazione: poi accade. E come un dono dal cielo all’improvviso ci si può ritrovare in sintonia con avvenimenti che riempiono le cronache.

Esisteva dunque un’alternativa tra la rinuncia e la rovina. Di colpo, non si sentiva più né sola né sbagliata. Si trattava di cogliere l’occasione fortunata e accettare la sfida, senza risparmio né riserve. Per lei, per quello che aveva vissuto e le era stato inculcato, significava una radicalità di scelte che non le avrebbero consentito un ritorno. Pur se confusamente sapeva che avrebbe tagliato i ponti con un’esistenza che, seppur intollerabile, era pur sempre l’unica che conosceva e anche l’unica accettabile tra la sua gente.

Anche se l’avesse voluto, e non lo voleva, non le era consentito alcun compromesso.

Doveva andarsene per non tornare.

Poi, molto dopo, sono tornata e ho scoperto quanto impegno avessi messo in quello strappo: nulla e nessuno che potesse restituirmi il legame con i tanti anni vissuti lì.

Facce e luoghi anonimi, cancellati dalla memoria affettiva, resi impotenti a farmi ancora da ostacolo nel cuore e nella mente. Come un’isola, solo le sorelle, i fratelli, le loro famiglie. Come un ritorno felice ad un’origine innocente, da cui non mi ero mai staccata del tutto e a cui avevo continuato a somigliare fortemente.

E dunque era partita.

No, quella non era una partenza. Non c’è partenza senza conto di un ritorno, senza nostalgia, senza doni nella valigia.

Evitando di voltarsi, fuggiva da quel luogo maledetto in cui era riuscita solo a verificare l’inclemenza del già preavvertito, compresa la ruvidezza di quei suoi primi amori che avrebbero dovuto toglierle ogni desiderio a venire.

Strappare, strappare da sé ogni legame, azzerare nella testa ogni ammonizione ricevuta, fare in mille pezzi ogni ricordo e rinascere per smentire e provare che tutto poteva essere diverso. Niente altro era più importante che riuscire a liberarsi dallo stupore per un male che aggrediva alle spalle e reclamava il saldo di un debito che non ricordava di aver mai contratto.

L’immagine della vecchia foto sfumava e attenuava i suoi grigiori… Vedrai, vedrai, piccola mia. L’incantesimo è là e chiede solo di essere spezzato. E tutta la magia nella forza dei tuoi desideri che si faranno beffa dell’inganno di un’attesa da cui non è mai previsto risveglio.

Cos’era che la spingeva a tanto?

Il rancore per l’umiliazione di un padre licenziato da un giorno all’altro perché colpevole di essersi ammalato di lavoro; il suono sinistro delle sirene della fabbrica a scandire ogni tempo di vita e, spesso, anche quello di morte; la miseria di un paese troppo diviso in due, fin nelle sue mappe toponomastiche, per farsi comunità.

Sì, era questo. Come anche lo sconcerto per quanto chiunque, anche appena meno escluso di lei, fosse in grado di offenderla, costringendola, fin nelle piccolezze, a saggiare ancora indecifrabili segni delle differenze sociali. O come la detestabilità dell’oppressione patriarcale che forse era stata la questione su cui più aveva battuto la testa.

Ma la sua era ancora una rivolta priva del linguaggio della politica. Era l’ostinazione a non volere credere che davvero fosse tutto già dato e che quella specie di morte dell’anima fosse il tributo necessario per non farsi troppo male.

Era il rifiuto di dover fare sua la misura della illibertà come condizione desiderabile, in cambio della certezza che l’ingranaggio avrebbe continuato a funzionare e a dispensare anche a lei il poco che le spettava.

Com’è che a volte il meccanismo tramandato si inceppa? e qualcuno dice no, io no.

La faccia incredula di suo padre che si chiedeva da dove fosse spuntata fuori e perché con lei non funzionassero né le minacce né le lusinghe.

Povero …e ricordati che possiamo andare a testa alta perché nessuno di noi è mai finito sui giornali. La frase la dice lunga su di lui e sui giornali. Smentito anche su questo e chissà quante volte si sarà chiesto dove avesse sbagliato così tanto da doversi ricordare ogni volta che, per buona parte, una delle sue enunciazioni preferite fosse ormai diventata impronunciabile.

T’ho rivisto in quel cimitero dove non mettevo piede da più di ventanni. Non eri più venuto a trovarmi in carcere e avevi smesso di credere che un giorno sarei stata io a poterlo fare. Ed io l’ho potuto solo quando tu già non avevi più occhi per guardarmi e continuare a pormi la stessa muta domanda: perché? dove ho mancato con te?

Ancora pochi passi per raggiungerti, ma indugio. Mi guardo attorno e sulle facce stravolte dalla pena dei più giovani di casa leggo la gravità della loro perdita. Io non c’ero negli anni in cui sei stato nonno. Come hai fatto a conquistarli tanto? anche loro con la seduzione del tuo fascinoso affabulare le storie vere che hai vissuto? le stesse che non mi sono mai stancata di riascoltare e che, benché di ognuna ne conoscessi il corso, non hanno mai perduto l’incanto della meraviglia? E che tu non hai mai smesso di raccontarmi, come fossero le rare occasioni in cui sapevi di non aver perso su di me il potere della tua parola.

Ti ricordi? Ero la tua preferita, come sempre per te l’ultima nata, finché non ci ha divisi la tua pretesa che restassi bambina e il tuo essere il manchevole marito di mia madre.

Negli ultimi colloqui in carcere ti era presa una specie di ansia. Volevi spiegarmi, giustificarti, per un danno che aveva già da tempo dispiegato tutti i suoi effetti. Certo non immaginavi fino a che punto ti avevo combattuto dentro di me, perché con le tue crudeli vacuità maschili non mi impedissi di credere possibile altro. Volevi ti perdonassi, che credessi anch’io, come piaceva credere a te, che l’avevi sempre amata, anche nell’offesa. Per la prima volta finalmente sembravi aver accettato che fossi cresciuta. Così tanto da poterti mostrare a me nelle tue pochezze di maschio. E dunque non ignoravi quali impronte quei vostri livori mi avevano lasciato addosso.

Guardandoti, con tutto l’amore e la distanza insieme, sorridevo con indulgenza, come si fa con i bambini. Come sempre scioccamente illusa di saper difendere la mia felicità di donna da mani come le tue.

Poi non t’ho più rivisto, fino al giorno del tuo funerale.

Mi sono chinata a baciarti, ma non eri più tu; e ancora sento quel gelo sulle labbra che, vigliaccamente, contende il ricordo della morbidezza dei tuoi tratti.

No, neanche i segni della dolorosa sconfitta sulla faccia del suo amatissimo padre sarebbero riusciti a fermarla. E lei, dicendo di partire, era fuggita, portandosi dietro solo quella bambina che era stata, a cui aveva giurato che non avrebbe avuto altro pensiero che liberarla dalla paura, fino a farsene rivivere dentro l’innocenza. Andava a verificare se avesse potuto ancora decidere, scegliere e desiderare, armata di entusiasmo e disperazione come si trattasse dell’ultima trincea.

Non aveva ancora vent’anni, e le capitava proprio allora.

La percezione esaltante di poter partecipare a qualcosa di straordinario, dominato da ragioni partigiane che, oltre ogni frontiera pensabile, accomunavano i destini di chiunque fosse in rivolta contro l’esistente. Qualunque faccia esso mostrasse. Che spadroneggiasse in fabbrica o con un esercito d’occupazione. Che corrompesse l’anima e le menti nell’opera di mercificazione più grandiosa fino ad allora conosciuta.

Roma. Le assemblee, i cortei, la politica fuori e contro i Palazzi, i compagni, i testi sacri, i “Quaderni rossi”. E le interminabili discussioni su come si costruiva il mondo nuovo e il “noi nuovo”.

E le notti passate a naso in su a riempirsi gli occhi e il cuore di terrazze e cornicioni e cupole e marmi. Quei vicoli e le scalette e le piazze, non erano semplici luoghi fisici. La loro bellezza stava soprattutto nel senso di padronanza di quel viverli insieme, nello scenario che offrivano agli incontri, ad un mondo di relazioni, di significati forti in cui la politica era il parametro con cui guardare e interpretare ogni cosa. In quei luoghi si sapeva sempre perché doversi alzare la mattina dopo e per fare cosa.

Ci sono tornata quasi in pellegrinaggio al primo permesso dal carcere e, seduta ai piedi di Giordano Bruno fra turisti e panini e fotografie, ho consumato fino in fondo la sciocca illusione che mi sarebbero stati un giorno da rifugio per sanare almeno in parte l’estraneità e lo spaesamento che mi attendevano. Anche loro non erano più gli stessi senza più il segno distintivo che li faceva parte integrante di quella rivoluzione. E proprio lì ho scoperto, dopo l’incantesimo del tempo fermo della galera, che la mia giovinezza è davvero passata e che niente si può rivivere se non nella memoria.

Imparare la militanza. Alzarsi ogni mattina all’alba. Operai e studenti uniti nella lotta. Accidenti a loro che oltretutto le fabbriche (come le carceri) le fanno tanto in periferia, che la mattina è ancora buio e persino a Roma trovi la nebbia. I primi approcci con operai che non si fidavano affatto di quegli strani studenti che dicevano di lottare contro i loro stessi privilegi.

Tutto da inventare, passando per l’infelice domanda del giovane compagno al primo operaio avvicinato all’uscita dei cancelli:

.. Tu stai alla catena?”

“…E che so’, un cane?!”

Ma i tempi erano quelli giusti, e il ’69 operaio apriva l’esaltante stagione dell’autonomia politica di una classe che scioglieva i vincoli dalle vecchie rappresentanze e costruiva inedite alleanze con i senza tessere, i senza mestiere, i senza storia. Saltavano i meccanismi delle deleghe e del decisionismo dei vertici e, soprattutto, di quella politica così lontana dai luoghi e dalle forme in cui si imparava a organizzarsi, a lottare, e si scopriva che era persino possibile vincere, sfruttando il vantaggio dell’iniziativa.

Molto si è detto su quel movimento e sui suoi esiti. Ogni parte politica ha rivendicato a sé accertata paternità, edulcorandone sapientemente i tratti, arrogandosene meriti e vittorie e attribuendo agli altri errori, orrori e sconfitte. Su tutte, una riflessione forse sarebbe ancora utile per l’oggi e non un inservibile “se” con cui, si dice, la storia non si riesce proprio a fare.

E allora forse non è del tutto ozioso tentare di affrontarla.

Per capire.

Per capire il perché della pervicace anomalia che soffoca la cultura politica di questo paese nell’ossessione consociativa della governabilità a tutti i costi; la stessa che impedisce il governo dei conflitti e degli stessi mali sociali e ne tratta sempre come se ogni volta fosse in questione la difesa in armi dell’ultimo avamposto della convivenza civile.

Con rarissime e impotenti eccezioni, nessuna parte politica ha saputo distinguersi nella capacità di fare proprie quelle domande sociali di cambiamento e trovare risposte all’altezza della mediazione politica necessaria.

Fatti i dovuti distinguo, la stessa fisionomia da convitato di pietra dietro la celere mandata contro cortei e scioperi; dietro l’arroganza miope delle decisioni separate di partiti e sindacati; dietro la distanza dei Palazzi dalla nuova politica e dalla vita sociale; dietro le parole di un papa a pesare sul destino di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate rosse.

La stessa cultura politica che non accetta nessuna familiarità con la diversificazione delle soluzioni possibili e che oscilla tra omologazione e pluralismo indifferente, nell’ossessione di negare le ragioni e la potenza trasformatrice dei conflitti.

Come sarebbe andata se…? È veramente oziosa la domanda? O piuttosto è ancora un credito di riflessione che si può esigere per sfuggire alla morte del senso, del rimaneggiare politico della storia per interessi troppo contingenti?

Colpo di stato

La mancanza di Tutto, mi impedì

di sentire la mancanza delle cose minori.

Fosse stato lo scardinarsi di un mondo

o l’estinguersi del sole, nulla era così importante da farmi alzare il capo,

dal lavoro,

per curiosità.

Emily Dickinson, Silenzi

In fondo al corridoio, sotto alla finestra, per la ricorrenza dei morti comparivano i santini dei parenti scomparsi. Specie la sera, quando su quelle facce sconosciute si rifletteva la luce tremolante dei lumini votivi, l’immagine era di quelle da accapponare la pelle.

Chi sono?… sequela di nomi senza nessuna evocazione di ricordo per me, ancora troppo piccola per aver conosciuto la morte da vicino.

E questo, che metti in mezzo a zio Giovanni e nonna Olga, chi è? un grand’uomo, mi rispondevi. Punto.

Sarà perché quell’angolo di casa solo un mese dopo sarebbe stato lo scenario del presepe per una ben altra festa, sarà per quelle brutte facce listate a lutto; ma ogni anno, non vedevo l’ora che venisse smantellata quella terrificante messa in scena carica di inquietanti misteri.

Temevo quelle presenze e soprattutto quel signore lì in mezzo, che oltre ad essere morto e aver lasciato quella brutta fotografia, aveva anche il torto di pretendere il mio sguardo dolente senza neanche l’attenuante di essere uno di famiglia. E non bastava ad acquietarmi il fatto che doveva essere stata una persona buona visto che tu, padre mite, gli tributavi i segni di una profonda riconoscenza. Dopo, molto dopo, ho scoperto che era Benito Mussolini, ai tuoi occhi meritevole di un’onesta amministrazione del paese, la stessa che poi riconoscerai anche alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro.

Chi te lo avrebbe detto che solo pochi anni dopo, oggi, il tuo sarebbe stato considerato non un debole pensiero ma il segno culturale distintivo del rassicurante revisionismo riconciliatore di questa omologata epoca postuma?

Su quelle tue bizzarrie abbiamo continuato a discutere e litigare. E tu non desistevi dall’intento di convincermi, credendo che scherzassi quando ti dicevo che quell’uomo non avrebbe mai potuto piacermi perché, prima ancora che per essere stato un dittatore, lo ricordavo come uno dei mostri che avevano popolato i miei incubi infantili.

A lei era toccato il presidio della Rai.

Stavolta l’allarme sembrava cosa seria: Stanotte tutti quelli dei partiti di sinistra dormono fuori casa…

Colpo di stato.

No, loro non si sarebbero fatti prendere e avrebbero organizzato la resistenza armata. Per prima cosa bisognava verificare quanto c’era di vero. E questo era ancora facile. Avrebbero dovuto vedere i carri armati arrivare nei pressi dei Palazzi del potere. Bastava essere lì e controllare se succedeva.

Ci ritroviamo domattina e… occhi aperti!

Primi anni settanta e per la sua generazione questo non era un film. A pensarci adesso non è facile ricordare dove trovassero tanta incosciente fermezza nel giocarsi la vita. Non erano che gruppetti di giovani compagni, insofferenti dei tentennamenti di una sinistra extraparlamentare messa alle corde, con nient’altro che la determinazione a cercare nuove strade per continuare quella rivoluzione che aveva consumato in fretta l’innocenza dei primi entusiasmi, di fronte al volto livido di un potere assassino e stragista e di una sinistra istituzionale che perfezionava la sua paranoide sindrome rinunciataria da accerchiamento.

Quello che è stupefacente oggi è che allora poteva sembrare normale che tutto questo accadesse, tanto che a raccontarlo adesso si rischia il fantastico, come le guerre invisibili del colonnello Buendia. Eppure succedeva.

Com’è che invece si parla di un paese in crescita, pacifico e operoso, per niente attraversato da tensioni straordinarie, se non fosse stato per chi, nell’ombra, tramava, spalleggiato oggettivamente da un movimento estremista e suicida?

Com’è che non si dice che le bombe e la violenza della reazione padronale e della politica ridotta a strumento di potere impedivano di credere all’efficacia, all’affidabilità e persino all’innocenza delle logore mediazioni dei partiti?

Com’è che non si chiama alla sua responsabilità chi concepiva quel conflitto sociale inconciliabile con i tatticismi e le alleanze dei vertici? e a quella di chi ha sparato il primo colpo, ipotecando gli anni a venire?

La notte è passata e quel che si temeva non è avvenuto. Un senso di sollievo ma anche un disagio che mi fa sentire come fuori quadro. Il pericolo scampato e la nostra azione da commando mi pesano addosso in tutta la loro sproporzione, adesso che velocemente cambia la scena davanti al solito cappuccino e cornetto, come ogni mattina. Adesso che so che stasera saremo ancora lì, in piazza, a tirare tardi.

E ogni dubbio di sconsideratezza diventa incontenibile quando, tornando nella casa convenuta, mi imbatto nella moglie di uno del nostro gruppo di aspiranti cospiratori. Lei, molto meno eroicamente, sta tornando dal suo turno di lavoro di notte. Bisogna spiegare a quella donna il senso dell’improvvisato bivacco in cui abbiamo trasformato la sua casa. Ci provo: “Sai, notizie gravissime… dobbiamo organizzarci… resistere…”. Lei mi guarda stravolta dalla stanchezza e molto poco partecipe di quello che deve giudicare una specie di gioco per mentecatti sfaccendati – e con un “Sì, sì, certo…” mi chiude in faccia con risolutezza la porta della sua camera da letto facendomi riapparire davanti agli occhi quella temutissima espressione, tra l’irritato e il compassionevole, che metteva su mia madre quando mi invitava a smettere di sognare, che in casa c’era tanto da fare.

Ma cosa avrebbero fatto se quella missione notturna avesse avuto l’esito temuto?

Insieme all’orrore, all’incertezza e alla paura, le attraversava la mente anche uno sgradevole senso di inadeguatezza. Come di preoccupazione per i margini di vivibilità che ancora si permetteva mentre, sempre più spesso, prefigurava con i suoi compagni gli scenari di una guerra che si dicevano pronti a combattere.

Sarebbero stati davvero in grado di affrontarla? Come coniugare una simile prospettiva con una quotidianità ancora piena di futuro e attraversata dalla ricerca del gioco, del piacere, della spensieratezza? Anche quella mattina, non l’abbandonava l’allarmante sensazione di non essersi ancora chiusa tutte le porte dietro.

Come se fosse possibile farlo prima di sentircisi davvero costretti.

Doveva, come sempre, tenere a bada il mostro che la allertava con segnali di incombente sciagura per ogni suo strappo alle regole. Veniva da una storia personale in cui non le era stata insegnata nessuna benevolenza per chi si perdeva dietro l’illusione suicida di cambiare il mondo, e dove era sconosciuta l’indulgenza per il ribellismo giovanile poi divenuto di moda.

Niente era dovuto e tutto andava guadagnato. Nella sua famiglia, i più grandi avevano cominciato ad andare in fabbrica ancora ragazzi; e solo sudarsi il pane dava identità e diritto di parola. Cose negate a chi mangiava a sbafo sulla fatica altrui – come, più o meno sottinteso, alle donne, per natura deboli e inaffidabili, portatrici di ogni disordine e mollezza. Nessuna facile ragione dunque, per la sua insofferenza. Di ogni sua intemperanza avrebbe dovuto rendere conto, e non doveva aspettarsi da nessuno quello che poteva darsi solo da sé. Soprattutto quella libertà che andava vagheggiando. Doveva contare sulle sue forze e, con tutta la spavalderia di chi, irridendo ogni regola condivisa, osa andare a vedere in un gioco truccato, doveva attraversare ogni volta senza reticenze e infingimenti i margini della sua risolutezza.

E se non voleva finire per fracassarsela, doveva farsi diventare la testa ancora più dura dei muri contro cui continuava ad andare a picchiare. Questo lo aveva imparato da tempo, fidando di poterla fare franca solo a patto di usare la massima determinazione e andare fino in fondo, perché lo scontro era di quelli che non prevedevano prigionieri.

E dunque fare e rifare il quadro di quanto ancora, a ogni nuovo strappo, metteva in gioco le sue forze, senza concedersi nessuna scappatoia.

Ma quali poi le scelte possibili? Quali le alternative?

Tornare a casa per sfuggire al terrore? risolversi a credere che l’unica rivoluzione pensabile non fosse davvero altro che la “democrazia progressiva” di Botteghe Oscure? quella che non portava al comunismo e, in verità, neanche al socialismo ma prometteva, in cambio di un sostanziale arretramento di posizioni, un riparo dalle mai sopite tentazioni della destra fascista?

Come se perdurasse l’incantesimo del dopoguerra, come se nulla fosse accaduto in quel risveglio di coscienze e di lotte. Se nel ’45 c’era la vi flotta ad impedire, adesso c’erano gli stragisti golpisti. In mezzo un movimento variegato da riportare alla ragionevolezza di una resa più o meno onorevole, da costringere nel nuovo “patto sociale dei produttori”; oppure da battere, delegittimare e badare che non continuasse a fare danni.

Altro non c’era.

Ma veramente non poteva esserci altro? E di chi la responsabilità per tanta angustia di prospettive politiche?

In una simile limitatezza di orizzonte e assenza di mediazioni politiche, la cosa più facile era stata trovarsi a rivestire i panni dell’estremista. Buffo. Lei che estremista non si è mai sentita. Ma quale lo spazio per una politica che avesse un senso, in quelle dinamiche di aggregazione che gli apparati di una sinistra strabica neanche conoscevano più, visto che con tanta determinazione si disfacevano anche di pezzi di sé dalla improbabile vocazione barricadera? per non dire del loro prudente stare a guardare persino nella battaglia referendaria sul divorzio.

Ma intanto i tempi incalzavano e non lasciavano più margini a tante domande. Dai centomila nello stadio di Santiago del Cile, come una frustata in pieno viso, la scossa decisiva al fragile quadro di posizioni.

E ciascuno dovette decidere.

Lì, in mano ai macellai, c’erano i corpi e le idee di libertà di compagni che appartenevano anche a loro. Quella era una tragedia che travolgeva tutti.

Ognuno ne fece la sua lettura.

Molti, e lei con loro, con gli occhi velati e l’anima tra i denti, giurarono che mai più si sarebbero fatti trovare senza fucile. Quel massacro distruggeva ogni residuo di credibilità nell’esistenza di una via pacifica per cambiamenti sostanziali di governo. Il tempo delle rivoluzioni violente non era affatto finito e resistere dopo diventava una trappola mortale.

Occorreva anticipare il nemico, conquistare una mentalità offensiva e sfruttare tutto il potenziale di un movimento ancora non disarmato dalle lusinghe tattiche di alchimie politiche di nessuna credibilità.

Pressata in mezzo ad una folla di compagni, subito “dopo”, celebravo tanto lutto nell’atmosfera eccitata e innaturale dei momenti estremi, quelli in cui tutto può succedere e niente è più al suo posto.

Un misto di paura, rabbia, dolore, che saliva in bocca, col sapore denso dei momenti di massimo coinvolgimento emotivo.

Sentivo le voci, gli slogan, le bestemmie, le minacce. L’abbraccio e la coralità del momento. Che fortuna in simili ore il calore di ritrovarsi in tanti, a farsi coraggio.

Ma la mia mente vagava e non ero lì completamente. Pensavo a domani, a quanto poteva essere diverso, senza riuscire a prefigurarmi i contorni di quello che avrei dovuto imparare a fare.

Stringevo distratta la mano del mio compagno, finché non mi accorsi dei suoi singhiozzi. Grande e grosso com’era, piangeva come un bambino per le notizie che continuavano ad arrivare e che si dilungavano sui particolari della belva nemica che celebrava il suo rituale di sangue.

Le sue lacrime mi scossero, costringendomi a tornare al momento estremo che vivevamo.

E sentii che eravamo perduti.

Seppur ancora confusamente, percepivo che non ci saremmo sottratti a scelte a cui ci sentivamo obbligati. Scelte non più rimandabili e a cui avremmo dovuto conformarci, fino a fare violenza su noi stessi e imparare la durezza… “Noi che avremmo voluto essere gentili, a noi non fu concessa gentilezza…” non aveva detto pressappoco così il compagno poeta?

No, non ci avrebbero permesso alcuna azione politica se non li costringevamo a farlo, e niente ci faceva intravedere una strada che non fosse quella di uno scontro diretto, sanguinoso, indifferente al sacrificio dei nostri giovani anni.

Il punto non è se ci fosse o no, in quegli anni, discussione sulla scelta delle armi – e non solo discussione. Nessuno potrebbe negarlo senza arrossire. E anche sui numeri non si può giocare alla quota minima consentita. Quel movimento, anticapitalista e antistatuale, esisteva, ed esisteva tanto da essere il problema politico attorno al quale si intrecciavano le strategie dei partiti per superare una situazione per loro incontrollabile.

Il punto vero è quali fossero le alternative che non ne prevedessero la morte, ma la via d’accesso alla legittimità di esistenza, per quanto conflittuale e di non facile percorso. E perché nessuno ne ha trovate, lasciando quello scontro sociale senza apprezzabili vie d’uscita.

Il giudice Sossi

Davanti alla legge sta un guardiano. A questo guardiano si presenta un uomo venuto dalla campagna e chiede di poter accedere alla legge. Ma il guardiano sostiene che per adesso non gli può consentire alcun accesso. L’uomo riflette, poi domanda se potrà entrarvi più tardi. “Può darsi,” replica il guardiano, “adesso comunque no.”

Franz Kafka, I racconti

Quel pomeriggio là c’eravamo anche noi. Per altri motivi, ma eravamo proprio là dove si doveva svolgere quella manifestazione davanti all’ambasciata. Noi, aspiranti brigatisti, studiavamo un obiettivo da colpire mentre quegli altri, non più i tanti di una volta, protestavano contro qualche feroce staterello a nuova dittatura di diretta emanazione yankee. Ci ignoravamo a vicenda, pur muovendoci a pochi metri di distanza. Per noi, maldestri megalomani, il pomeriggio finì con un’assurda discussione alla ricerca del colpevole della leggerezza che aveva portato lì ad appostarsi tutta quella polizia. Per loro, con un altro compagno ammazzato, in quella che era ormai diventata una guerra a senso unico. Loro tutti quei poliziotti forse neanche li avevano visti, se non quando se li erano trovati alle spalle a rispondere con le armi alle molotov lanciate dal gruppetto di testa: un simbolico portone bruciacchiato e la vita di un giovane comunista. Comparazione insensata, soprattutto per chi, come me, aveva già deciso altre strade per opporsi.

Eppure come una specie di rimorso per quel compagno sconosciuto morto ammazzato a due passi da me. Chissà? se fossi stata meno occupata a districarmi negli impacci delle mie nuove vesti guerriere, forse mi sarei accorta di tutto e avrei potuto avvisarlo che lo stavano aspettando, e magari coprirgli la ritirata.

Domenica d aprile. In una casa di borgata, una singolare compagnia di “fiancheggiatori” si accapigliava sulla sorte che le Brigate rosse avrebbero dovuto riservare al giudice Sossi. L’animata discussione avveniva in modi niente affatto riservati, come se la questione riguardasse chiunque si fosse trovato a passare su quel ballatoio di ringhiera, chiamato a decidere su qualcosa che aveva strettamente a che fare con la sua vita, con la maggiore o minore libertà di cui avrebbe potuto godere.

Quelle persone, come a rispondere alla convocazione del “tribunale del popolo”, erano lì a giudicare l’odiato prigioniero, anche se un brigatista in carne ed ossa non lo avevano mai visto e ne possedevano un’immagine eroica e lontana. Il fatto certo era però che andavano delegando a quei compagni tutto quello che pensavano andasse fatto, sulla stessa strada che poi molti avrebbero percorso in quella sorta di esteso consenso alle organizzazioni armate che oggi solo i più onesti sono disposti ad ammettere.

Le Brigate rosse c’erano già da qualche anno con le loro azioni contro i capi delle fabbriche del Nord, e animavano il diffuso dibattito attorno alle forme che doveva prendere la lotta armata, con la forza indiscutibile del loro esistere e del successo delle loro iniziative. Lì a dimostrare che era ancora possibile lottare efficacemente e, per tutti quelli che avevano ormai percorso ogni strada percorribile sul terreno dell’opposizione legale, rappresentavano la via d’uscita alla strettoia di dover ormai mettere in conto l’inaccettabile eventualità di uno scontro armato persino per andare a occupare una casa.

Se dovevano armarsi non poteva essere per difendere un simile terreno minimale. Ma quale difesa possibile lì dove una volta bastava essere in tanti e saper “tenere la piazza”?

Dovevano sottrarsi a quello scontro impari e riprendere in mano l’iniziativa, modificando le regole del gioco per non retrocedere fino all’ultima trincea, sfiancati da una reazione che decapitava il movimento ai vertici e lo terrorizzava alla base.

Ma armarsi non voleva affatto dire la lineare recrudescenza delle forme di lotta fino ad allora praticate. Tra quelle e la lotta armata non c’era una escalation, come di febbre che sale. C’era un salto che modificava tutto e non veniva da sé, per accondiscendente tendenza spontanea, come si trattasse di un fattore genetico insito nella natura di una generazione di violenti.

C’era, prima di tutto, un’idea di trasformazione sociale radicale e una ricerca degli strumenti politici che la rendessero praticabile sulla base di una valutazione delle forze in campo, dei comportamenti dell’una come dell’altra parte, delle prospettive dello scontro e dei rapporti di forza. Di qui la “naturalezza”, tra lo sfaccendare attorno al pranzo domenicale, dell’accendersi di discussioni come quella, che coinvolgevano molti più dei tanti che, sulle prime linee di quello scontro, si sentivano aggrediti e che stavano cercando proprio la strada per rompere l’accerchiamento e sottrarsi al terreno imposto dal nemico.

E dunque il giudice Sossi.

Era l’incarnazione stessa del potere. Sembrava avere una forza immensa, intangibile.

Nel processo contro i compagni della “xxn ottobre”, nei panni dell’accusa, aveva magistralmente rappresentato la ferocia, l’arroganza e l’ottusità di una borghesia che difendeva se stessa dal suo peggior nemico, colpendolo con una durezza esemplare nel momento stesso in cui ne distruggeva l’identità politica.

Che quello fosse stato un processo tutto politico, anzi di guerra, con un esito più legato alla Ragion di stato che a quella giudiziaria, era, prima ancora che evidente, volutamente evidente. Si voleva dare un messaggio inequivocabile a chiunque si fosse lasciato tentare a seguire la stessa strada di quei compagni, anticipando e forzando, con una dimostrazione di potenza e determinazione spropositata rispetto agli avvenimenti, il livello dello scontro e il ruolo, niente affatto indipendente, che certa magistratura avrebbe sempre più perfezionato.

Quel giudice adesso era in mano alle Brigate rosse. Si era voluto processare la rivoluzione e adesso, come già era avvenuto dentro a delle “gabbie” di tribunale, si ribaltavano i ruoli.

Chi giudicava chi?

A livello simbolico l’inversione delle parti, nell’immaginario di ciascuno, era enorme, di quelle che mettono il mondo a testa in giù, sfatandone letture e interpretazioni. Di quelle che nessuno può ignorare e che costringono ognuno a prendere posizione.

E in quella animata discussione, era come se ognuno sentisse che la sorte del prigioniero riguardava le prospettive del suo stesso futuro politico e, immediatamente, le intime speranze di riscossa dei tanti che riuscivano a cogliere lo stretto legame fra le lotte che arretravano e quel tipo di processo a un gruppo di comunisti in armi.

Per questo era possibile, in quella domenica d’aprile, che fosse coinvolto, in una specie di giudizio per interposta persona, quell’intero ballatoio, frequentato anche da molto poco probabili aspiranti guerriglieri. Complici finestre e porte aperte ai primi tepori di quella straordinaria primavera.

Come finì?

È noto.

Fu trovato un punto di mediazione.

Le Brigate rosse trattarono.

Il giudice prigioniero fu rilasciato e, subito dopo, il procuratore Francesco Coco, che si era impegnato pubblicamente, con fare risoluto si rimangiò la parola.

Finì con i compagni in galera sepolti da condanne secolari, la lotta rivoluzionaria trattata alla stregua di fenomeno delinquenziale e uno scontro armato fortemente sbilanciato sul terreno militare.

Eppure quello scambio di prigionieri stava a rappresentare uno stato delle cose: in carcere c’erano dei militanti di un’organizzazione combattente, i primi dal dopoguerra, così come ce n’erano altri che combattevano all’esterno.

A torto o a ragione, quei comunisti si ritenevano l’avanguardia di un movimento di classe fortemente critico o completamente avverso alla politica dei partiti e credevano necessario e possibile ridiscutere la questione del potere.

Troppo semplice? Forse. Ma nulla toglie che questo accadeva, aveva origine e metteva radici in quel clima di scontro sociale e lì traeva le sue ragioni d’essere prima che tutti i suoi torti, mentre la politica dei Palazzi smentiva clamorosamente la sua funzione di arte della mediazione, non riuscendo a comprenderlo ed escludendolo dal suo campo d’azione.

In quegli avvenimenti la mia scelta di entrare nelle Brigate rosse. E cominciai a cercarle con tutta la consapevolezza che la fase delle azioni armate incruente fosse finita.

Potevo sottrarmi a quel punto? Dovevo capire che non esisteva spazio alcuno al di fuori del precipitare in un colpo su colpo ?

Certo.

Potevo ammettere la sconfitta e rinunciare. Potevo capire l’inganno simbolico di una rappresentazione astratta del potere, rompere lo specchio e andare a vedere. Rintracciare, tra le righe di grandi narrazioni troppo semplificate, la storia del paese dei Duali. Quella in cui si racconta di un mondo diviso in due opposti di cui i Buoni, secondo una Ragione ordinatrice, attribuivano la loro imperfezione agli impedimenti degli avversari e, secondo una Tradizione tiranna, agivano seguendo il lascito dei padri a concludere ciò che a quelli non era riuscito. E così, avanzando e ritirandosi ma sempre alla stessa distanza dal campo opposto, giustificavano i loro insuccessi con l’esistenza del nemico.

Il gioco poteva finire solo con la riduzione a sé dell’altra parte. Da questa sfida mortale derivava la conquista di quel genere di identità che per distinguersi ha soprattutto bisogno di collocarsi al di qua di una autoreferenziale linea di confine da cui padroneggiare l’esclusione dell’altro.

Ogni volta daccapo, passando da fughe a offensive per arrivare a fondare quel nuovo ordine sociale che, solo dopo, li avrebbe fatti capaci di ridefinire compiutamente se stessi e il mondo.

Finché, a spezzare l’incantesimo, una voragine separò il paese in due, e nell’una come nell’altra parte si ritrovarono tutti gli eguali.

Furono costretti a guardarsi e, prima che l’atto di cannibalismo estremo li liquidasse tutti, i Buoni infine si avvidero di quanto lunga fosse la strada per sapere tutto quanto ancora c’era da sapere.

No, lei non conosceva questo modo di raccontarla. E poi bisogna ricordare che si trattava dei primi anni settanta. Di quando ancora c erano i muri, la vecchia Dc, il Pci e nel senso comune era immediatamente comprensibile la storicità presente dell’alternativa irriducibile tra capitalismo e socialismo.

Di quando, a migliaia, si cantava nei cortei di violenza e di rivolta.

Di quando i ragazzini albanesi ancora non venivano a prostituirsi qui da noi. Sarajevo era bellissima e le sue donne non sapevano dell’orrore che avrebbero conosciuto.

Di quando i carri armati non avevano ancora marciato contro gli studenti a piazza Tien An Men e la “convivenza pacifica” preparava i fasti del più colossale riarmo a memoria d’uomo. Mentre il “bene in sé della produzione”, travolgendo relazioni industriali inservibili nel dominio dell’impresa multinazionale, si attrezzava ad esuberare sempre più operai straparlando di un lavoro più pulito e sicuro – che oggi fa quattro morti al giorno fra i pochi fortunati che si spartiscono un simile bene.

Si era alle porte di una fase rivoluzionaria? Domanda truccata, visto che viene rivolta sempre alle rivoluzioni fallite.

Più precisamente si era ancora dentro, alla fine ma dentro al secolo delle rivoluzioni, che dal ’17 sovietico in poi aveva diviso il mondo in due concezioni contrapposte della politica, dell’economia, dei rapporti sociali, della finalità dell’esistenza umana.

Paradigmi politici ottocenteschi, si ama dire oggi. Con più di una ragione. E sarebbe saggio andare a vedere, procedendo per scarti e differenze e non per totali abiure o riproposizioni.

Ma oggi chiunque può dire tutto e il suo contrario: tanta vacuità ha assunto lo sguardo sulla realtà che qualsiasi fatto resiste all’attenzione per lo spazio del suo consumo emotivo. E poi via.

Ma quelli erano altri tempi. Tempi di legittimazione della violenza come levatrice della storia. Tempi di grandi certezze e di una caparbietà di intenti come solo a volte capita; e per molti non era affatto agevole pensare che quel tetto che neanche i “fazzoletti rossi” alla Fiat sarebbero riusciti a sfondare, fosse il limite invalicabile dell’impossibile trasformazione rivoluzionaria.

Perché le regole del gioco di quello scontro non si facevano più in fabbrica, tanto che quelle lotte straordinarie neanche riuscivano a pesare sulle decisioni contrattuali, figurarsi su tutto il resto. Si doveva attaccare, lo stato, il potere, la Democrazia cristiana, per poter essere parte decisiva sul come si usciva da quello scontro e in che direzione. Fuori di questo non c’era nulla se non assistere alla lenta agonia di quel risveglio di protagonismo sociale che impediva da anni la normalizzazione della vita del paese.

Ma che c’entravano le Brigate rosse con la tradizione rivoluzionaria comunista? chiedono autorevoli maitres à penser, quasi sempre dalla carriera assicurata e che hanno il successo come unica misura di valore. I più benevoli accusandole di nessuna ortodossia – come se qualche rivoluzione ne avesse rispettata una. Tutti gli altri per una sorta di conventio ad escludendum dell’appartenenza stessa dei brigatisti alla politica o alle file comuniste o al genere umano, secondo i casi. Una specie di cortocircuito a impedire ogni ragionamento.

Ma delle domande rimangono, anche alla luce dell’attuale messa in liquidazione di un patto sociale durato cinquantanni.

Non si può mai sapere.

Femminismo? No, grazie!

Il femminismo attribuiva al dominio patriarcale le miserie delle nostre madri, e in questo modo ci autorizzava a soffermarci sulle miserie delle nostre madri. Per cui, in buona sostanza (di ordine simbolico) il femminismo non faceva niente di diverso da quello che fa il patriarcato.

Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre

“Prima gli uomini!…” sentenziava mia madre riferendosi ai piatti da riempire. Difficile, ogni volta, non temere di rimanere senza nulla da mangiare. Così, tanto per abituarci, noi femmine, ad aspettare e non pretendere.

Sta andando a raggiungere i compagni per una riunione clandestina.

Roma, come spesso accade, è attraversata da un corteo.

Gira armata e con documenti falsi e proprio non le andrebbe di mettersi a discutere con un plotone di celerini.

Si ferma per capire la situazione e, con un senso di sollievo, realizza che si tratta di un corteo di donne. Difficile possa essere una situazione pericolosa, almeno finché le squadre speciali di un ministro della Guerra non sono riuscite a rendere possibile anche questo.

Dovrebbe proseguire – non deve far aspettare gli altri. Dovrebbe, ma indugia.

Le voci, l’allegria, il linguaggio e gli atteggiamenti di sfida, stranamente le legano le gambe e l’attraggono come un richiamo.

Sarà per quegli abbigliamenti colorati che lei ha dovuto abbandonare per più anonimi grigetti e marroncini. Sarà perché lo strappo con le tante da cui si è separata ancora brucia. Sarà perché i cortei le sono sempre piaciuti.

Sarà quel che sia: sta di fatto che quel giorno le pesa non poco non poter essere una di quelle donne.

A fatica riprende il suo cammino secondo una destinazione diversa da quella del corteo, a simboleggiare ben altre diversità.

Si gira un’ultima volta a guardarle. Sono ormai lontane, e non solo fisicamente. Sa che comunque non avrebbero granché da dirsi ma, con rabbia, sente che il lutto di quella separazione non è stato elaborato a sufficienza e ancora fa male. Con rabbia, perché certi distacchi li ha patiti come tradimenti e con stupefatta incredulità.

Come è stato possibile che tante compagne abbiano potuto abbandonare la politica rivoluzionaria per un movimento interclassista, elitario e di vecchia impronta emancipazionista? Il rifiuto della “politica degli uomini”, l’autocoscienza, la parità le sembravano, insieme, una fuga verso lidi più tranquilli e, per paradosso, l’insensato riconoscimento di una superiorità maschile da eguagliare. E persino insopportabile le era quel fondo di vittimismo querulo con cui le sue simili battagliavano per il loro riscatto e si separavano nell’agio di troppo semplificate affinità.

Ancora più insopportabile il corrispettivo atteggiamento maschile. I “femministi”, con tutta l’ipocrita accondiscendenza con cui giocavano a dimostrare l’infinita apertura mentale di chi era persino disposto a rinunciare a una signoria totalizzante per concedere, in perfetta complementarità, l’altra metà dello stesso cielo. Altra, rispetto alla loro, di implicito riferimento… cavalcando la tigre e aspettando sulla riva del fiume, visto l’attuale silenzio maschile che la dice lunga sulla profondità del loro ripensarsi non più come misura universale di valore.

In anni in cui, in disperante simmetria con certa povertà maschile, le più risolute definivano il loro compagno “quello che dorme con me”, a lei accadeva di non condividere per nulla il contagio di quella specie di epidemia.

Lei che era arrivata alla politica partendo da una prima rivolta contro la illibertà del suo essere donna, non riusciva a riconoscere come suo il percorso di quelle donne e per loro non sentiva alcun debito di gratitudine, diffidando fortemente che avrebbero saputo indicarle una strada.

Quanto fosse stato reciproco e rancoroso il distacco, lo avrebbe scoperto subito dopo il suo arresto grazie a una polemica scoppiata tra una brava giornalista che, colpita dalla pubblicità sui particolari della sua vita quotidiana, della sua casa, delle sue cose, si chiedeva chi lei fosse al di là del semplicistico stereotipo massmediatico, e una femminista piuttosto indignata, che considerava persino offensiva una tale curiosità. Per questa non c’era infatti nulla da capire. Tutto era già compreso nelle scelte violente che avevano scavato un baratro tra lei, la terrorista, e il resto del genere femminile.

Alle donne il compito di ricucire e porre rimedi alla furia distruttrice degli uomini. Alle donne la cultura di vita e l’estraneità a quella di morte. Alle donne l’interesse alla loro liberazione e non al farsi strumento della politica degli uomini.

Era dunque tutta sbagliata, volutamente sbagliata, e meritava una adeguata punizione: l’ostracismo da parte delle donne da lei abbandonate e danneggiate.

Intelligenza, rifiuto delle semplificazioni, sofferto interrogarsi dell’una.

Intolleranza e presunzione fanatica di chi non conosce mai dubbi, dell’altra.

Lei in mezzo, con nessuna facoltà di replica, senza poter né accogliere l’invito a spiegare, né rintuzzare il pungente e fastidioso ostracismo.

In tutta evidenza il suo essere comunista era entrato in rotta di collisione con l’espressione femminista dell’essere donna. Giunte allo stesso bivio, mentre lei proseguiva sulla vecchia strada, la gran parte rompeva con gli schemi della politica sociale e con ogni “specifico femminile” tradizionale.

Le nuove donne non volevano più saperne di sacrificare i loro spazi di libertà “qui ed ora” per una rivoluzione che rimandava a dopo la loro liberazione. Per una rivoluzione che, dopo, le aveva sempre rimandate a casa.

Come dar loro torto ?

Il riduzionismo all’uno-neutro universale nel simbolismo delle relazioni umane, e certa specularità rispetto al nemico da combattere, hanno reso un pessimo servizio soprattutto alle donne, fin nella percezione dell’immutabilità di ruolo sociale agli occhi dei loro stessi compagni di lotta.

Come per una beffa tragica, la guerrigliera algerina con l’esplosivo nella borsa della spesa che riusciva a superare i posti di blocco perché agli occhi dei parà era solo una donna inoffensiva alle prese con il suo daffare domestico, dopo si è ritrovata di nuovo schiacciata nello stereotipo che tanto aveva contribuito al successo di quella rivoluzione di uomini e di donne. Il guadagno, solo nella crescita della sua coscienza, nella consapevolezza che quella rivoluzione non era stata abbastanza radicale da cambiare anche i soggetti che l’avevano agita.

Mi tornano alla mente le donne con cui, nei primi anni settanta, ho condiviso quelle lotte, che quasi sempre erano anche momenti di socializzazione, quando non di festa. Specie nelle occupazioni, dove il vivere insieme rompeva con la staticità del quotidiano di ciascuna e si poteva coltivare l’illusione che niente sarebbe tornato come prima.

Quando arrivava il momento in cui tutto si concludeva, il primo bilancio che quelle donne facevano comprendeva sempre il dover fare i conti con l’imminente perdita di quel momento di sospensione del loro isolamento nelle quattro mura domestiche. E questo poco e male compariva nel giudizio politico circa il successo o meno della lotta appena conclusa, perché non toccava allo stesso modo tutti e tutte, nonostante molto si dicesse circa il portare la rivoluzione fin dentro la testa e il cuore di ognuno.

Come dar loro torto? rivivendo il disagio per il compiacimento del Che a proposito di compagne di lotta insostituibili cuoche, infermiere e consolatrici, o per la bigotta misoginia della nostrana tradizione comunista che si è tanto poco misurata con la contraddizione interna di una cultura politica coniugata al maschile che ancora concepisce l’essere donna una debolezza e ricorre a tutele, quote e competenze ministeriali sessuate.

Eppure sentivo che il mio legame più forte e la mia riconoscenza erano per quelle donne comuniste che, prima di me, avevano condiviso e sofferto la politica rivoluzionaria con gli uomini, più che per queste loro figlie che ne rompevano la tradizione. E tanto più forte il legame quanta l’insofferenza per quel loro essere state spesso seconde, prima di tutto rispetto ai loro stessi compagni.

Come dar loro torto? ripensando alla strumentalizzazione machista del carisma politico di molti capi e capetti del movimento, utile anche ad attirare, più degli altri, lo sguardo delle compagne. Atteggiamenti odiosi, illibertari, vecchi, che l’avevano confermata nell’idea che solo necessità prioritarie potevano imporre il rimando a dopo di certe questioni, quando condizioni più favorevoli avrebbero permesso di affrontare anche il nemico interno. Al momento bastava scegliere ed evitare, mantenendo costantemente sotto tiro il quartier generale. E fare fuoco all’occorrenza, camere da letto comprese.

Ma come dar loro ragione?

Che razza di rivoluzione era quella se sapeva tanto di ripiego per le disillusioni di un antagonismo alla deriva? che veniva blandita anche da illuminate voci borghesi per la sua inoffensività e non violenza? che non distingueva al suo interno se non per genere? che si limitava all’allargamento dei diritti civili della persona? che, quando guardava a sinistra, non aveva nulla da dire se non chiedere di contare di più al suo interno?

A meno che non si volesse credere allo svolgimento di due mondi divisi e paralleli, bisognava scegliere, cogliendo l’occasione dell’unica politica che offriva qualche chance in più. Per fare se non altro più in fretta. E non lasciare agli uomini l’esclusiva competenza dei luoghi pubblici in cui si decideva anche dei ruoli sociali di ciascuna, presente o assente che fosse.

Queste le convinzioni mentre si rivestiva di grigiolino, si tagliava i lunghi capelli e quasi in lacrime si separava dall’ormai inservibile ultimo paio di zoccoli. Quasi nuovi.

E fu così che, comprimendo per il momento ogni cosa irrisolta, andò incontro alla sua nuova vita, in un’esperienza che ha scarsi corrispettivi con quella delle rivoluzionarie di professione dalle cui testimonianze era stata affascinata almeno quanto contrariata.

I suoi infatti non erano più i tempi delle donne-staffetta o portaordini. Di militanti e dirigenti comuniste che avevano attraversato l’esperienza della clandestinità e dell’esilio non dismettendo i panni di madri e di mogli.

I suoi erano tempi in cui le donne sparavano come gli uomini, in una guerra che non prevedeva territori liberati, né mariti, né figli, segnata da ciascuna con i tratti distintivi del proprio vissuto e quindi con non identiche motivazioni.

Lì ha incontrato donne che giocavano la loro femminilità in deformante competizione con uno stereotipo maschile in armi. Le peggiori.

Altre che riuscivano anche a trovare tempo ed energia perché tutti mangiassero e si coprissero a sufficienza. A sempiterna presenza di colei che ne fa le veci.

Altre che avevano più carisma e autorevolezza dei loro corrispettivi al maschile.

Lì ha vissuto il conflitto tra i sessi, e patito comportamenti e mentalità censurabili. Ma non ha visto, quasi mai, agire il segno di una presunta debolezza femminile, quel segno che rende schiave dell’ossessione di una diversità concepita come incompletezza da sanare o di un’asfissiante tutela liberticida.

Animata dalla ingenua speranza che anche quella potesse essere una strada, da giorni, nella stanzetta di un carcere, cercavo di contrastare la ricostruzione dietrologica di quell’inquirente che cercava da me la rassicurante conferma di quanto si andava dicendo sulla torbidezza della nostra storia. Lui infatti sembrava convinto che non tutto sarebbe stato chiarito perché, ad esempio, riteneva impossibile che, quel fatidico 16 marzo, le Brigate rosse avessero potuto affidarmi un compito militare troppo importante per essere messo nelle inaffidabili mani di una donna. E che quindi sicuramente ci doveva essere qualcun altro, ovviamente un uomo, nella cui identità nascosta c’era la risposta al mistero del chi-c’è-dietro? e tanta la sua incredulità che non trovava nulla di strano nel venirlo a dire proprio a me. Buffo. Come spiegargli che su quella strada non sarebbe arrivato a capire nulla? Come avvisarlo che, se si fosse mai trovato davanti a una donna armata, molto meglio per lui sarebbe stato non pensare di averla fatta franca?

Il magistrato continuava a inanellare le solite trame oscure e io, nel tentativo di superarne il tedio, andavo lontano con la mente fino a ritrovare la faccia seriosa di quel compagno brigatista che, in carne ed ossa e pistola sotto la giacca, era venuto per il mio “esame di ammissione”.

Senza nessun cavalleresco giro di parole, quello non smetteva più di avvertirmi che mi stavo mettendo in una faccenda dove avrei avuto, se la fortuna mi concedeva di non morire ammazzata prima, solo la certezza di una lunga carcerazione. Che avrei dovuto imparare in fretta a non pensare a nessuno e a nessuna cosa come se fosse possibile ipotecare il loro continuare ad esserci anche solo l’indomani. Che in ogni momento potevo trovarmi a dover lasciare tutto e ricominciare da un’altra parte, anche da sola. Che ogni volta che avrei salutato qualcuno, poteva essere l’inizio di una lunghissima separazione.

Che io fossi una donna non sembrava interessarlo, almeno per quanto andava dicendomi sulle Brigate rosse e sulla capacità dei brigatisti di imparare a saper fare tutto quanto necessario, chiunque si fosse trovato a doverlo fare.

Avevo passato le notti successive a occhi sgranati nel tentativo di raffigurarmi in una tale prospettiva, e neanche lontanamente mi veniva da pensare che quella specie di extraterrestri di cui mi accingevo a condividere la sorte sarebbero diventati per me anche una famiglia. Il mio mondo di affetti e di amori, mai vissuti nel segno della caducità di tutte le relazioni destinate ad essere condizionate da un tempo fugace. Forse a compensazione forzosa di una vita altrimenti insopportabile, direbbe più d’uno. Ma forse anche per altro. Forse, stupefacentemente ancora non paga, solo tra quei compagni avrei ritrovato l’austero modo dello stare al mondo della mia gente e quel particolare senso etico della militanza politica che mi avrebbe riconciliata con me stessa dopo anni in cui avevo patito per leadership elitarie e per certo estremista giocare alla rivoluzione, di cui non mi ero mai completamente fidata.

Tra quei compagni, quasi sempre, avrei visto imporsi la legge non del maggior potere ma della maggiore autorevolezza. Coniugarsi la più grande responsabilità con l’assenza di qualunque privilegio.

Con loro avrei imparato cosa significhi veramente non aver niente di proprio, e superare piccole e grandi meschinità nel dare e ricevere, come accade quando persino la propria incolumità fisica riposa nell’affidamento reciproco. Avrei vissuto rapporti di una intensità particolare, come accade quando l’altro è qualcosa di molto prezioso da preservare, godere e amare. Assaporato il gusto di uno scambio leale e trasparente basato sulla fiducia e nessun tornaconto, se non quello del guadagno reciproco tra persone ricche solo dell’esistenza dell’altro. E conosciuto il segno indelebile di una radicalità di scelte di vita di uomini e di donne, una radicalità che più che in ogni altra esperienza politica da me vissuta prima riusciva ad attenuare discriminazioni e subordinazioni, anche sessiste.

No, non è retorica nostalgica. Non è un modello per nessuno quello che solo in pochi e in condizioni eccezionali può essere attraversato e dove ce tutto il bene ma anche tutto il danno di ogni vissuto incomparabile. Che mi ha lasciato persino il dubbio di aver sognato, di fronte al deserto attuale di tanti affetti, travolti dalle macerie di una sconfìtta che non ha risparmiato nessuna animosità tra chi è rimasto, ognuno preso nell’illusione di poter sottrarre la propria immagine da quella fallimentare dei suoi compagni di un tempo.

Ma che soprattutto mi ha lasciato su corpo e mente i segni del lungo esercizio di sublimazione – come sempre accade in ogni esistenza segnata dall’eccesso – e dei suoi scacchi, ogni volta che i richiami della vita materiale si facevano più forti dei rimandi delle idee.

Come raccontarmi adesso? tanto lo smarrimento per non essermi accorta quanto quel linguaggio politico avesse perso ogni capacità di comunicare, persino tra di noi. Tanta la solitudine di non riuscire a ripensarmi, bella o brutta che sia, altro da quanto da quelle vicende mi è venuto, così intraducibile a un impietoso senso comune.

Adesso che tutto è andato e io sono rimasta, imperdonabile, come non temere di riuscire ad andare avanti solo nascondendomi dietro alla diversità di chi non si aspetta nulla e forse non crede neanche possibile l’altrui comprensione?

Ancora sul confine e non ancora così vecchia per trovare una qualche rassegnazione alla scomparsa dell’unico mondo conosciuto. Io, una donna che ieri ha soffocato parte di sé per la sola libertà che è riuscita a pensare e oggi cerca altro alimento per farla vivere perché il tempo che passa – ripercorrendo senza posa il filo dell’amore per la libertà del suo essere donna – quando non sana, lascia solo rimpianti e infelicità.

Ma questo è già oggi. Il non ancora narrabile. Ho ancora troppo da fare perché dai frammenti dello specchio si possa ricomporre una mia interezza di immagine che si è frantumata nella ricerca smodata di altrui approvazioni e benevolenze. E adesso che il fine ha perso tante certezze, rimangono, più importanti, i come. Nell’echeggiare di un gran vuoto.

Aldo Moro

“Se uno ricorda,” disse “e ha un passato, allora può essere incolpato e punito. Se non ricorda niente, e quindi non ha il tempo come gli altri, allora è qualcosa di simile a un pazzo, così finisce in rieducazione e ha una possibilità.”

Peter Hoeg, I quasi adatti

Ancora quella monaca e le sue brutte mani. Da pesce. Bianche, paffute, come gonfie d’acqua. Mani senza abilità e senza forma.

Me ne tengo a distanza di sicurezza, temendone oltre misura ogni contatto e dissimulando la repulsione per quei loro movimenti da amebe mentre tirano giù da un grande barattolo di vetro il pezzo mancante della giuggiola di zucchero… e cinque! Accidenti a lei. Mai che si sbagliasse una volta e me ne desse in più delle poche lire che le metto davanti.

Ancora non ho scoperto che anche fra loro troverò persone tanto amabili e proprio non riesco a provare simpatia per queste donne vestite di nero che sembrano aver somatizzato nei rapidi passettini, negli obliqui sorrisi e nella compostezza di mani poggiate su strette ginocchia, la chiusura dei loro cuori ingenerosi. E quale meraviglia quando lo stesso atteggiamento l’ho poi rivisto, anni dopo, riflesso nel modo di mostrarsi di certi uomini del partito democristiano.

Da ragazzina le era capitato di vedere Aldo Moro in un paese-santuario in cui suo padre amava portare la famiglia in visita – in verità, più gastronomica che devozionale.

Nell’agitazione creata dalla sua presenza inaspettata a stento percepiva chi fosse, tra quelli che si fermavano a guardare, o indicavano, o tentavano di avvicinarlo. E le spiegazioni degli adulti le restituivano l’immagine abituale delle persone di potere: temibili, e da mantenere alla distanza in cui si tenevano. Persone appartenenti ad un altro mondo, di cui non era auspicabile un credito di benevolenza. E meno che mai un atto di ostilità.

L’immagine di quell’uomo le era rimasta stampata nella mente. Persino quando, dentro quell’altra chiesa, l’aveva rivisto da vicino.

Quella volta era andata lì intenzionalmente proprio per lui, per studiare i suoi movimenti e quelli degli uomini della sua scorta. Perché le Brigate rosse avevano deciso di rapirlo e, per suo tramite, processare la Democrazia cristiana.

Ma con fatica, quella mattina, fece quanto doveva. L’effetto simbolico di quanto stavano per compiere la turbava come se fosse più una dei tanti a cui quell’azione era rivolta, che una sua artefice.

Nonostante ne avessero tanto discusso le sembrava persino inverosimile che potessero osare tanto. Quell’uomo, inginocchiato a due passi da lei, era la stessa persona che tanti anni prima aveva visto come l’incarnazione di un potere che nessuno poteva pensare di mettere in discussione, senza precipitare nella propria distruzione.

Lo stesso che si era incaricato di ribadire in parlamento, in occasione di uno scandalo politico-affaristico più eclatante del solito, che il suo partito non si sarebbe lasciato processare impunemente. Messaggio esemplare, lanciato con la consueta compostezza dell’uomo, accompagnata però da una inequivocabile fermezza, quale la straordinaria situazione richiedeva e che ben dimostrava la pretesa d’impunità su cui quel sistema di potere si reggeva. (E invece, quanto meglio sarebbe stato per tutti se quel parlamento l’avesse fatto quel processo, restituendo funzioni proprie e credibilità a un’istituzione che poco e male teneva alle sorti di un paese malato di arrogante malgoverno!)

Ma così non è andata. È andata invece che a qualcuno – alle Brigate rosse – capitasse di pensare che fosse necessario e praticabile spezzare l’incantesimo e provare quello che un’opposizione suicida aveva fino ad allora ritenuto impossibile: una Democrazia cristiana messa alle corde per liberare dai vincoli di asfissianti tatticismi tutte le forze interessate a mandare a casa i mazzieri di un gioco tanto truccato.

A lei la chiesa, più che un luogo di culto, sembrava un fortino. Ma lei era solo una donna e, anche se l’unica giovane, poteva sembrare innocua in mezzo alle altre che a quell’ora seguivano la messa.

Sperando di non tradirsi, vista la sua scarsa frequentazione con il rituale, cercava di segnarsi a mente le posizioni e i movimenti di quegli uomini armati che erano vistosamente lì a vegliare sull’incolumità dell’uomo politico. E mentre si alzava e andava incontro al poliziotto sul portone, simulando mentalmente la possibilità di neutralizzarlo, dalla reazione pronta e vigile dell’uomo già si faceva un’idea di quello che sarebbe stato il portare a termine l’impresa.

E c’era anche che le loro erano azioni di guerra fatte in un tempo che di guerra non era. Quanto di più difficile da pensare, soprattutto perché volevano che a nessun altro capitasse di rimanervi coinvolto, neanche per sbaglio. La scelta delle armi era la loro, i nemici ben individuati e, nonostante non avessero dubbi sulla legittimità di ricorrere a quei mezzi estremi, erano convinti che la loro vita e quella del loro progetto politico messi insieme, non valessero niente di fronte a quella di un qualsiasi passante innocente. Da preservare perciò, a costo di correre qualche rischio in più.

Questo pensava mentre, uscendo, guardava sconsolata la piazza nella sua quotidianità mattutina, compreso il consueto andirivieni di madri e bambini verso la scuola vicina. Impossibile pensare a uno scontro a fuoco di quella portata in una situazione simile.

Con tutta evidenza erano ancora lontani dal capire come fare. Quello era l’unico punto in cui ripetutamente avevano visto sostare le due macchine del piccolo corteo presidenziale. Dopo, tutto si complicava, per il modificarsi degli itinerari e per la difficoltà di dover agire su un obiettivo mobile in mezzo al traffico cittadino.

Cercarono a raggio attorno a quell’unico punto, finché… in fondo a via Fani ad angolo con via Stresa c’è uno stop. Non possono andare velocissimi e si può tentare di fermarli all’incrocio.

Il 16 marzo erano pronti. All’abituale vita della strada, mancava solo il solito fioraio. Quella mattina non sarebbe stato lì per via delle gomme del suo pulmino squarciate la sera prima. Ultima incombenza di preparativi quanto mai laboriosi che era servita a salvargli la vita.

Tutto il resto di quella normalità irreale che raramente capita di conoscere e quasi mai con tanta acutezza.

Tutti ai loro posti e non sembrava ci fosse nulla di diverso dagli altri giorni.

Mi si asciuga la gola e comincio, con il cuore in tumulto, ad aspettare. So già che finché tutto non avrà inizio non riuscirò a ritrovare la piena padronanza dei miei nervi.

Passeranno di qua? Riuscirà la manovra studiata per bloccarli? E tutto il resto?…

Ci siamo. Vedo la nostra macchina scendere su via Fani con dietro le altre due. Mi preparo a prendere posto in mezzo all’incrocio e, al primo sparo, tiro fuori la mia arma. Devo bloccare il flusso delle macchine per tenere la strada libera alla nostra via di fuga e impedire qualsiasi intervento indesiderato. Guardo in un’altra direzione e perciò non vedo cosa sta succedendo a pochi passi da me.

Quello che sento è però abbastanza per immaginare.

No, non è abbastanza.

Il tempo è sospeso, incalcolabile.

Unico elemento dinamico nell’irrealtà ferma di quei momenti, l’assordante fragore delle armi. Non mi abituerò mai all’estraneità del loro sgradevole timbro meccanico.

Come se ogni volta mi sorprendesse.

Certo, è la politica a guidare il fucile, ma colpo dopo colpo ci lascio un pezzo di me.

Fatto. Ci siamo tutti? Tutti. Con in più il nostro prigioniero.

Lo rivedo per un attimo mentre gli altri lo caricano su un pulmino. Io prendo un’altra direzione. Da ultimo, il sorriso di saluto di un compagno che, in quell’inferno, sembra così contento di aver trovato il modo di regalarmelo.

Il più, almeno dal punto di vista militare, era fatto.

Per certi versi, avevano già vinto. Erano riusciti a portarsi via il presidente della Democrazia cristiana, nonostante i cinque uomini della scorta.

È questo il giorno della presentazione alle Camere del governo di “solidarietà nazionale” appoggiato dai comunisti, ultimo suo capolavoro politico nella tessitura di un sistema di alleanze che, mantenendo ferma la centralità del partito democristiano, ingabbiava senza rimedio le forze parlamentari di opposizione. E anche se la data e la scadenza fossero per loro quasi del tutto indifferenti, erano certi che indifferente non sarebbe stata la presenza delle Brigale rosse a scompaginare i disegni di normalizzazione di lutto quell’antipopolare artificio istituzionale.

A via Fani rimanevano cinque morti. Anche questo non sarebbe stato indifferente nel corso della battaglia politica che- li attendeva.

Nessuno poteva illudersi di chiudere una simile partita senza modifiche sostanziali del quadro di posizioni.

Adesso la parola alla politica.

Quanto si illudessero l’avrebbero scoperto nei cin-quantacinque giorni a venire, periodo di massima affermazione della scarsa attitudine degli inquilini dei Palazzi all’arte della mediazione politica.

Intanto, però, per lei quel 16 marzo doveva ancora finire.

C’erano delle armi da recuperare in una zona limitrofa a quella di via Fani. Ma c’era anche un vero e proprio coprifuoco. In giro, solo polizia e altoparlanti che chiamavano allo sciopero generale contro l’odioso attentato alla democrazia, ecc. ecc.

Non era ancora ricercata dalla polizia e poteva farlo con minori rischi di altri. Mentre si avviava, andata e ritorno attraverso un provvidenziale mercato, con un carrellino cigolante della spesa e l’aria della massaia più innocua, pensava a quanti stavano brindando e benedicendoli. Era sempre successo, figuriamoci stavolta.

Nonostante l’atmosfera poco rassicurante, si sentiva come protetta da tutti gli invisibili che già stavano dalla loro parte e che, insieme ai tantissimi altri che da quel momento avrebbero sciolto le ultime riserve, sarebbero stati infine pronti a ricacciare in gola a tutti i servi sciocchi del regime le loro menzogne, e a buttare in aria le loro gabbie.

Ma quanto riduzionismo nelle loro analisi – e quanto poco conoscevano il granitico fermogioco di forze politiche mai così bloccate nella loro inerzia.

Come in una famosa profezia fantapolitica, quelle forze avrebbero preferito rischiare una morte per consunzione e autocannibalismo piuttosto che piegarsi alla necessità di dare una qualche ragione agli avvenimenti in corso. Proprio loro, così avvezze ad ogni compromesso e ogni ripulitura di facciata di un impresentabile edificio istituzionale; così esperte a percorrere vie tortuose per nascondere l’inganno della loro inadeguatezza; proprio loro non avrebbero mosso un dito per cercare una qualche via d’uscita al ribaltarsi di prospettive politiche che quel 16 marzo aveva aperto.

Le Camere approvarono. Ma che c’era più da approvare?

Tutto era cambiato e facevano come se nulla fosse.

Certo, tra un segretario politico in lacrime, sedute spiritiche e leggi speciali, c’era da coprire l’imbarazzo delle lettere del prigioniero: …sindrome di Stoccolma, non è lui, è drogato, è costretto.

Qualunque accusa il prigioniero avesse mosso ai suoi amici e alleati, qualunque proposta di mediazione, nessuno avrebbe fatto una piega. Né desistito dall’andare avanti insieme, marciando tronfi su un cumulo di rovine. Da non credere.

Così un’intera classe politica si rese disponibile a fare a meno di uno dei suoi, tra i più capaci e di provata esperienza.

Non si può cedere al ricatto… proprio loro, che ne avevano fatto uno strumento di amministrazione controllata dell’esistente. Meglio prorogare il lungo sonno della ragione e buttarsi a capofitto nel pantano degli anni ottanta e nella resa dei conti giudiziaria dei novanta.

La “campagna di primavera” durò circa due mesi.

Le Brigate rosse tenevano il loro prigioniero e continuavano a colpire la Democrazia cristiana.

Il loro programma quella volta prevedeva azioni militari cadenzate con l’andamento del “processo” al presidente del partito-regime.

Potevano fermarsi in qualsiasi momento, ma non ci fu una parola né un atto politico da parte degli avversari che lo consentì.

Fino a che, per bocca del papa, la formulazione della richiesta della loro resa: Rilasciatelo, così, senza condizioni…

Quel messaggio pastorale, all’apparenza segnato da una mitezza estrema, piombò loro addosso con tutta la sua inequivocabile durezza di significato.

A loro, che dicevano di essere in guerra, che volevano la distruzione della Democrazia cristiana, chiedeva un atto di carità cristiana.

A loro che volevano il comunismo, proponeva in cambio la redenzione.

A loro che stavano assediando la roccaforte nemica, dettava l’ultima condizione.

Era uno scherzo? No, purtroppo no. Era l’esplicita dimostrazione di forza cieca di un nemico avviluppato nella rete dei suoi veti incrociati e paralizzanti.

Tutti uniti – e mai così deboli: come cementati l’uno all’altro dai loro ricatti reciproci. Statue di sale, neanche li avesse colpiti la maledizione biblica per tanto abbandono.

No, non erano riusciti a dividerli, a spaccarli tra di loro e al loro interno.

Non avevano affatto capito chi avessero di fronte.

Avevano ridotto e, insieme, ingigantito.

Li avevano fatti, a loro modo, persino migliori e più lungimiranti.

Avevano pensato che quegli uomini di potere fossero anche degli statisti.

Avevano creduto che, stavolta, sarebbero stati costretti a rispondere.

Mai tanto pilatesco silenzio.

Nella loro propaganda, le Brigate rosse non erano che l’espressione di qualsivoglia eterodirezione complottarda. Tutto meno che il frutto più esacerbato di contraddizioni politiche che potessero riguardarli.

Roboanti dichiarazioni retoriche e tutto il resto a marcire.

Era finita.

Andai a prendere della sabbia sul lungomare. Serviva per depistare le indagini perché l’avremmo fatta trovare addosso al corpo senza vita del prigioniero.

Nel viaggio di andata verso la spiaggia più vicina mi muovevo come un automa. Cosa stavo facendo? Ah sì, sotto le scarpe e nei risvolti dei pantaloni. Lo stomaco stretto e la voglia di essere in qualunque altro posto che non fosse quello.

Ormai solo un miracolo di estremo rinsavimento dei responsabili del partito democristiano poteva modificare la nostra decisione, e a mio modo avrei voluto saper pregare perché accadesse.

Nulla avvenne, e il 9 maggio Aldo Moro fu fatto ritrovare cadavere a mezza strada tra piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure. Curiosamente tanto contigue.

Una sorte benigna mi ha risparmiato quanto altri compagni hanno dovuto compiere. Quegli stessi che avevano avuto con il prigioniero una frequentazione personale per tanto tempo. Non posso perciò conoscerne per intero il dramma e non nascondo di essere grata ad un caso tanto benevolo. Perché nulla deve lasciare lacerazioni più profonde.

In quei cinquantacinque giorni, pur se con finalità diverse, anche Aldo Moro aveva condotto la battaglia contro il muro di omertà di amici e alleati.

Una nostra sconfitta sarebbe stata massimamente sua. E così è stato.

Ma quando abbiamo dovuto decidere, non per tutti si è tradotto in un atto di solo consenso. Da lontano, impersonale. Come la politica spesso consente.

Impossibile non interrogarsi su quella morte. Stavamo dilatando tanto le leggi della necessità fino a trasfigurarci nelle fattezze del mostro che combattevamo?

Quell’uccisione varcava il limite di tollerabilità anche per noi?

E la nostra responsabilità politica e morale, in quel caso, era maggiore che non in altri?

Ma non è forse vero che Aldo Moro avrebbe potuto morire insieme ai suoi uomini, due mesi prima? Lui ha almeno avuto l’opportunità di uscirne fuori vivo. Per i cinque poliziotti della scorta, di certo con minori responsabilità politiche delle sue, non avevamo previsto alcuna via di scampo.

Avremmo dovuto avere alla fine pietà per l’uomo?

O non piuttosto in questione è quella per noi stessi? per i nostri incubi e strappi penosi? Ma non dovrebbe, questa, essere nominata per quello che essa è, anche lì dove il peso si fa insostenibile e spinge a non distinguere più?

Potevano sottrarsi a quel punto? Sì, avrebbero potuto.

Se neanche quella battaglia aveva costretto i loro nemici a vedere che c era altro al di fuori dei loro Palazzi, niente avrebbe potuto. Perché niente di quello che sarebbero riusciti in seguito a fare avrebbe avuto la forza dirompente di quella.

Avrebbero dovuto, nel momento del loro massimo successo politico, dichiararsi sconfitti e rinunciare. Niente di meno sarebbe servito a qualcosa.

Dovevano e, soprattutto, potevano farlo?

L’amerikano

Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato.

Friedrich Dürrenmatt, Racconti

…”Quella volta, per presentimento, ho voluto cambiare direzione e ho fatto bene, perché mi hanno detto che di lì quel giorno sono passati quei brutti musi neri delle truppe alleate che facevano del male alle donne…”

Parlavi spesso di quella guerra che io non ho conosciuto: ma i tuoi racconti non si sono mai conquistati nella mia mente una qualche verosimiglianza. Come immaginare quelle giornate mentre con i tuoi quattro figli piccoli “sfollavi”per chilometri sui monti vicini per sfuggire i bombardamenti e la fame?

La tua guerra era stata un interminabile amministrare la continua paura che le tue creature si ammalassero, sentissero troppa fame, subissero violenze, che a te fosse impedito di accudirle.

…”E ricordati che a noi poveracci non ci pensa nessuno…” continuavi ad ammonire mentre ammucchiavi nel brutto contro-buffet anni cinquanta scorte di sale e zucchero, che non si può mai sapere… “Gli americani? Sì, brava gente. Sono venuti con la cioccolata, le gomme da masticare, i marocchini e quei bombardieri che, tanto per non sbagliarsi, a volte ci hanno anche sparato addosso. E meno male che stavano dalla parte nostra. Comunque quando se ne sono andati sono stata contenta, perché è meglio che ognuno stia a casa sua… ”

No ma, dammi retta, sono ancora qua. Hanno fatto solo finta. Non se ne sono mai andati.

Scende dal treno e si avvia in fretta. Le stazioni ferroviarie sono sempre più controllate e pericolose. Quasi non sta in piedi dalla stanchezza. L’occhio le cade su un titolo cubitale: Liberato il generale Dozier. I nuclei speciali… operazione da manuale… sembra ci siano cinque arresti…

Come suo solito, di fronte alle catastrofi, cerca di immaginare la soluzione più indolore.

I compagni devono essersi trovati in gravissime difficoltà e hanno rilasciato l’americano… E quegli arresti? Ci sarà una spiegazione. Non è possibile quello che sembra.

Si affretta verso casa e naturalmente scopre quello che già sa.

Il clamoroso sequestro era finito nel peggiore dei modi. Unica consolazione era che i suoi compagni erano tutti sani e salvi. Avevano certo trattato la resa ed evitato un bagno di sangue.

La mattanza di via Fracchia, con i suoi effetti devastanti da ultima spiaggia, era servita da dura lezione per non cadere nella trappola del colpo su colpo e per riprendere l’iniziativa autonomamente.

Magra consolazione. Ma quei compagni, anche se in galera, c’erano ancora tutti.

E adesso?

Si erano trascinati con gravi difficoltà politiche fino a concepire quell’attacco che avrebbe dovuto compensare su un fronte di lotta e di alleanze internazionali l’arretramento di posizioni del loro “fronte interno”.

A quasi tre anni dalla “campagna di primavera”, in tutta evidenza, di masse pronte ad armarsi neanche a parlarne. In verità loro non facevano altro, con bizantini distinguo a seconda degli accenti diversi dei diversi spezzoni in cui era naufragata la loro unità organizzativa.

Il fatto vero era che l’ingrossarsi delle loro fila era avvenuto parallelamente all’indebolirsi della loro proposta politica.

Erano fuori gioco, insieme alla capacità di lotta di un movimento ormai troppo resistenziale per dare ragione della presenza di una guerriglia che malcelava la sua crisi di progetto dietro una (a tratti spettacolare) capacità militare.

Che fare? Il “cuore dello stato”, organi più o meno periferici compresi, non capivano più dove e come pulsasse.

Solo gli industriali sembravano ormai capaci di fare politica, imponendo, senza trovare ostacoli significativi, un ordine produttivo e una divisione dei mercati che andavano perfezionando la strutturazione aziendale multinazionale.

Merci e mercato. Certo. Ma, insieme, era tutto un assetto societario che si preparava alYenrichez vous degli anni a venire, vero e proprio terreno di guerra competitiva e guerreggiata a tutto campo per il primato del privilegio di pochi. Dentro e fuori le frontiere nazionali.

A sostegno della nuova spartizione del mondo e dei mercati, un colossale riarmo degno di ben poco fantascientifiche guerre stellari. E il paese, a sovranità sempre più dubbia, teatro di colonizzazione militare dei soliti alleati americani.

La linea di guerra allo stato poteva passare per una più puntuale guerra alla guerra, guerra alla Nato? Dove? A Verona, per esempio, incarnata nell’attacco a quel generale a tre stelle di uno dei comandi del fronte nord-orientale.

Scorciatoia forse, ma come aspettare i tempi di una classe operaia intorpidita di fronte all’incombere di eventi di tale portata? Non era già successo che la coscienza rivoluzionaria si fosse assopita di fronte al mostro imperialista, impotente a fermare le peggiori catastrofi del secolo?

E d’altra parte, cosa ancora potevano tentare?

Avevano portato la guerriglia fin dentro i reparti delle fabbriche. Messo volantini con imputazioni da ergastolo in mano alla gente, in pieno giorno. Chiuso il simbolo delle carceri speciali. Sequestrato uno dei responsabili della fabbrica di cancro di Porto Marghera. Sabotato carriarmati dentro il recinto blindato dell’Oto Melara. E quant’altro ancora.

Continuavano ad esserci, con più militanti e una maggiore forza organizzativa, ma non riuscivano ad andare oltre la loro fisionomia iniziale, con un preoccupante divario tra la capacità di attrarre compagni e una sempre più spiccata autoreferenzialità dei loro astrusi programmi per masse rivoluzionarie inesistenti.

Avevano chiuso il cerchio: se si voleva lottare, anche su obiettivi minimi, non c’era che la lotta armata. E, ammesso che così fosse, come? Naturalmente con le Brigate rosse, visto che era l’unico modello organizzativo che conoscevano e sapevano far funzionare.

Il risultato era che non riuscivano più a incidere nell’ambito delle decisioni politiche generali e, di conseguenza, a frenare la deriva sempre più resistenziale della lotta operaia.

Hic Rodhus… e sia per l’americano a tre stelle.

Non ne sapevano molto. Anzi quasi niente. Era bastato il grado e il luogo per deciderne l’importanza.

Con una scusa banale, due finti idraulici erano riusciti a farsi aprire la porta di casa. Sorprendentemente, e per loro fortuna, l’americano non aveva messo in campo nessuna delle precauzioni che avrebbe dovuto. Evidentemente mai avrebbe immaginato che in una base così tradizionalmente ospitale come l’Italia, a qualcuno potesse venire in mente di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Se lo erano portato via e tutto era filato liscio come previsto.

Non conoscevano le tappe della sua carriera e il loro inglese era quello che era. Ma, tra le sue carte, la documentazione più esauriente dell’esemplare curriculum vitae del generale.

Tra le foto, l’eroe decorato faceva sfoggio di sé nei campi militari in Vietnam. Avevano dunque tra le mani il prototipo degli assassini yankee contro i quali mezzo mondo aveva gridato il suo odio.

Dirà, a conferma di una banalità del male sempre uguale a se stessa, che non capiva, che non aveva fatto che il suo dovere, che lui era un militare e un militare fa la guerra. E che… quelli come lui sapevano come farla… e l’avrebbero anche vinta se non ci fossero state tutte quelle sciagurate pressioni di una imbelle opinione pubblica internazionale che di tanto in tanto spingevano Washington a ordinare la sospensione dei bombardamenti… ma sì, quelli sulle zone di frontiera tra Nord e Sud… e così passavano i rifornimenti della guerriglia… certo che c’erano villaggi abitati… ma quella non era una vera guerra con tanto di fronte e trincee… il nemico era dappertutto… ma loro ce l’avrebbero fatta se avessero avuto carta bianca…

Non capiva. Neanche perché l’avessero poi persa quella guerra nonostante lo zelo di quelli come lui, freddi ragionieri del computo serale di quante tonnellate di morte riuscivano a sputare dai loro orribili elicotteri. E tutto per un poco di pulizia anticomunista nel cortile della grande casa occidentale, a cui la storia aveva affidato il compito di difendere l’unica civiltà pensabile.

Credo in Dio, in me stesso e nella cavalleria aerea: così recitava un suo appunto tra gli altri. Chissà se anche lui usava Wagner per perfezionare la liturgia del suo credo?

Durante tutta l’operazione, lei non lo vide mai – eppure è stato uno dei nemici che più ha odiato.

Sua moglie, dai teleschermi, gli si rivolgeva con uno stupefacente honey. Santa donna! Come faceva a sapere di tutte quelle sue simili nei villaggi dove suo marito aveva lasciato, indelebile, il segno, e continuare a rintracciare dolcezza in quell’uomo? Quale similitudine feroce legava l’ineffabile coppia, così unita nell’amore della mortifera pax a stelle e strisce?

Famiglia perfetta. Se solo non fosse stato per quel malaugurato vizio di volerne imporre l’esempio in casa d’altri. E con ogni mezzo, se avanzava dritto verso tanto scopo.

Ma quale meraviglia? Non sono mai esistiti mostri senza figli a carico.

Evidentemente neanche in America.

E adesso? Dopo il blitz dei torturatori incappucciati, ancora una volta Yordine regna a Berlino. Ma quante sconfitte ancora per assicurarsi la vittoria? e come riconoscere quelle irrimediabili da quelle necessarie?

Niente di più difficile da chiedersi mentre ogni giorno si deve fare il conto degli arresti, mentre tutto vacilla, sotto i colpi di un nemico cento volte più potente perché stavolta si avvale delle informazioni e della collaborazione investigativa di quei militanti arrestati che, da un giorno all’altro, cambiano fronte e si arruolano direttamente nell’Arma, con lo scopo dichiarato di distruggere quanto rimane di quello che fino a ieri dichiaravano che avrebbero difeso con la loro stessa vita.

Quel pidocchio sull’albero sano che era costato i compagni massacrati a via Fracchia, non era affatto così unico ed era stato tanto prolifico da far scoprire di colpo quanto infestata fosse la loro pianta rigogliosa. Se non fosse stato tragico ci sarebbe da sorridere sulla ridondanza di certe maldestre certezze, frutto più di spirito di autoconservazione che di lucidi ragionamenti.

Ma c’è poco da ironizzare. Solo chi c’è passato può capire la tragicità di far fronte ad un nemico che solo ieri è stato un fratello, una sorella.

Con cui si è diviso tutto e che ora tutto divide.

Tutto? Come non chiedersi quanta parte di se stessi ha lo stesso volto trasfigurato di un Caino?

Me lo sono chiesto. Con l’anima tra i denti in ore e ore passate nello strazio di saperli in mano a quelle belve.

Specie le compagne con il mio stesso corpo di donna. In balìa di un’emotività empatica che mi ottundeva la mente in un dolore diffuso, come se non avessi più un centimetro di pelle addosso.

E mentre trovavo il modo di lasciare l’unghia di un dito tra una porta o tramortirmi dal sotto in su dello stipite di una finestra, facevo finta di ragionare con gli altri.

In tutta evidenza la tortura stava producendo i suoi effetti e gli arresti si susseguivano a valanga. Si trattava di discettare su (presumibili o meno) debolezze dei singoli per cercare di mettere un qualche riparo.

Senso di nausea. Come sempre quando l’unico desiderio a rimanere è quello di abbandonarmi e non oppormi più. Raggomitolarmi e offrire all’avversità la gola esposta, sperando in un atto di pietà.

Di quella tragedia non pativo solo gli effetti devastanti d’ordine politico e materiale. Ancora di più il colpo lo subivo sul piano della mia stessa identità, in balìa di ogni dubbio. Come pensare in questo preciso momento quel compagno o quella? Come vermi schifosi… che siano maledetti con tutta la loro genìa… o come una parte indissolubile di me, in questo momento ancora più cara? E dell’orrida natura di quelli, quale parte, se c’era, potevo nascondere anch’io?

Terribile esercizio della mente, con le fattezze del mondo finite in un rutilante caleidoscopio in cui uno scatto minimo poteva cambiare tutto.

In mezzo alla bufera degli avvenimenti, scemava credibilità e fiducia dentro e intorno alle loro truppe allo sbando.

Una specie di impazzimento aveva colto soprattutto i militanti in carcere.

La maggior parte di loro straparlava e qualcun altro si chiudeva in un silenzio distante, come se di quello che stava accadendo non sentisse alcuna responsabilità.

E intanto montava l’allestimento del mercato di vinti e vincitori. Ancora una volta la partita si chiudeva a somma zero: si vinceva o si perdeva tutto. O si avevano tutte le ragioni o nessuna. Insomma senza via d’uscita.

Lo stato democratico aveva vinto e pretendeva nient’al-tro che ogni ragione. Detto fatto, i più si preparavano a fare fagotto per poi, spergiurando sull’inesistenza di motivazioni politiche della lotta armata, affrettarsi a riconquistare l’anima perduta in nome di quell’ideologia insensata e criminale.

Lo stato democratico sbandierava il suo trionfo. Per aver battuto il suo più acerrimo nemico e per averlo fatto con le sole armi della legalità, secondo un preciso mandato della volontà popolare.

E così è andata che in nome del popolo sovrano si è consumato l’ultimo atto di una tragedia che non ha eguali in fatto di fariseismo e cattiva coscienza. E che nessuno si illuda di esserne passato indenne, perché il danno prodotto è stato equamente ripartito anche fra chi ancora oggi pensa d’averla fatta franca e fa finta di ignorare quale prezzo ha dovuto pagare.

Se per quel residuo di brigatisti, infatti, poteva avere un senso trovarsi i fucili puntati addosso, qual era quello di chi ha subito il ricatto di non avere voce in quella guerra neanche dichiarata? Non di guerra si parlava infatti, perché loro non se ne giovassero in termini di riconoscimento politico. Più precisamente si trattava., di mobilitazione di massa contro il mostro terrorista, nemico del popolo prima ancora che delle istituzioni democratiche…

Ma è stata davvero tutta responsabilità di chi si era armato se si è accettato lo scippo violento della parola di quanti avrebbero dovuto opporsi, per esempio, a che soliti cittadini al di sopra di ogni sospetto potessero impunemente dire che a via Fracchia c’era stata una sparatoria? O che la tortura fosse una specie di referendum prò o contro la lotta armata – così come era rappresentato in parlamento dal capo dei Nocs, salvato in extremis da un processo per i suoi metodi di interrogatorio da uno dei partiti democratici dell’arco costituzionale?

O, soprattutto, che non esistessero vie percorribili diverse dal subire il ricatto dell’equidistanza? e quello dell’impunità del sistema politico? O che un difetto tanto vistoso di garantismo non poteva che condannare quella sinistra forcaiola alla perdita della sua stessa identità?

Solo apparentemente in questione c’era una guerra privata tra le Brigate rosse e lo stato. E lo stare a guardare dei più ha contribuito allo stravolgimento dello stesso senso comune. Fino a che l’incongruenza dell’opposizione sociale è diventata un segno di modernità; l’autonomizzarsi dell’economia dalla società una prassi di governo; la memoria crìtica un esercizio da mentalità residuale; la monetizzazione dell’abiura un valore, e ogni espressione di emarginazione l’oggetto di una cultura del sospetto.

E così è sfuggito il fatto che certo anacronismo di quei comunisti in armi forse rappresentava una linea di resistenza alla perfetta efficienza dell’attuale tecnocrazia delle povertà e delle corruttele e alla sua deriva nella disgregazione di ogni pensabile contratto sociale.

Nell’ipocrita contrapposizione “violenza sì o no”, sotto i colpi di una magistratura politica e di una politica giu-stizialista, si è giocata una partita i cui esiti sono ancora sotto gli occhi di tutti, a significare i tratti di una società talmente malata da giustificare gli eccessi apocalittici di quella fallimentare rivoluzione. Fino a che un variegato e traboccante carro dei vincitori ha chiuso ogni questione e si è fatto il buio sulla possibile intelligenza del senso politico dell’accadere, per procedere, a tentoni, di emergenza in emergenza.

Ma noi intanto continuavamo ad esserci. Braccati, isolati, allo sbando.

Con troppi militanti in galera a scontare pene infinite e con pene infinite da scontare, sempre ne fossimo usciti vivi.

Eravamo un gruppo clandestino a cui non era consentito chiudere qualche sede, magari un giornale, restituire le chiavi al padrone di casa e aspettare, a qualche altro indirizzo, tempi migliori. Di quella guerra, che non aveva quasi mai conosciuto il terreno del negoziato politico, avevamo introiettato la logica tutto-niente del vincere o morire. E, in mezzo, niente. Con un’eredità talmente pesante da farci rimanere zavorrati nell’angustia di un’alternativa troppo secca per permettere qualsiasi sfumatura che avesse avuto un senso.

E nessuno ne suggerì una diversa dal vendere cara la pelle.

Nemmeno chi, tra i nostri compagni in prigione, aveva perso qualsiasi fiducia e taceva. Meno che mai il nemico che continuava nel suo cecchinaggio ormai quotidiano.

Iniziammo, praticamente per strada e con la mano sul calcio delle pistole, a discutere sul da farsi. Dovevamo ritirarci, raccogliere le forze e resistere fino a capire se ancora esisteva un nostro futuro politico.

Giusto.

Peccato che non avevamo zone liberate in cui ritirarci. Peccato che l’unilateralità di una simile trovata non consentiva alcuna cessazione delle ostilità. Peccato che non avevamo proprio più niente da verificare se non l’indisponibilità a venderci e il non sapere come arrenderci senza doverlo fare.

Veramente troppo poco per una forza politica che aveva preteso di guidare un processo rivoluzionario.

Ero una dei pochi “vecchi” rimasti. Eppure non riuscivo a fare mia la convinzione che toccasse anche a me il compito di indicare e sostenere.

In quelle riunioni, tra i compagni che si sforzavano di trovare la soluzione coniugando insieme la ritirata cinese e il recupero di una più ortodossa “linea di massa”, non riuscivo ad esprimere che dubbi.

Come si dice, ero in minoranza. Su una mozione oltretutto non alternativa ma di sfiducia. Non vedevo alcuno spazio per una guerriglia sulla difensiva a così lungo termine. Non capivo che voleva dire quel “ritirarci tra le masse”. Quali? Se era vero che il nostro era stato un eccesso di autoreferenzialità, come credere fosse ancora possibile porvi rimedio solo perché adesso l’avevamo capito? Ed era poi veramente così semplice il bilancio di un’esperienza tanto particolare che non aveva avuto modelli per nascere, e non ne poteva avere neanche per non morire?

Che mi passava per la testa? Di tutto. Ma per prima cosa il sapere cosa erano state le Brigate rosse e il non avere alcuna voglia di ritrovameli in qualcosa di diverso.

In quell’atmosfera difficilissima per tutti da vivere, scontavo anche l’inevitabile disagio degli altri per le mie poche entusiastiche certezze.

Dalla mia avevo la lunga militanza che mi preservava dall’essere richiamata più drasticamente all’ordine, in un momento in cui non c’era spazio per le divagazioni e toccava alla fine decidere. Alla fine. Cioè subito.

I tradimenti, le divisioni, le prese di distanza, le calunnie degli ultras dell’offensiva ad ogni costo, avevano ferocemente colpito proprio lì dove era sempre albergato uno dei nostri punti di forza. E la nostra reciproca fiducia ne era uscita fortemente penalizzata. Tanto che nessuno sembrava disponibile a concedere il minimo spazio al dubbio, quasi fosse l’anticamera di ogni disfattismo.

Bisognava fare quadrato e non credere potessimo godere del lusso di perderci dietro a confusi ragionamenti. E i miei erano ragionamenti confusi, persino a me stessa, con nessuna possibilità di approfondimento in una situazione come quella. Disperante.

Un compagno cerca la mia mano. Anche lui di quelli “con le idee chiare”, ma più disposto a trovare tempo e modi per altro e tradurlo in un gesto: quella era ancora casa mia e non potrei comunque stare da qualche altra parte.

Per paradosso è toccato proprio a lei tradurre in pratica politica e organizzativa quel controverso bilancio. Gli altri, in pochi mesi, vengono tutti arrestati, alcuni uccisi. E ogni volta che sembrava proprio d’aver toccato il fondo, spuntavano fuori altri compagni disponibili a lottare ancora.

È stata lei, ancora per qualche anno, a dissuadere e convincere. A tenere a bada le derive più impensate, a ricucire insieme i pezzi, a cercare di coniugare, con un occhio alla sempre più fievole resistenza operaia e l’altro all’apparato guerrafondaio imperialista.

Tra le mani, nientemeno che l’eredità delle Brigate rosse. Si trattava di resistere, riconsegnarne intatto il patrimonio ideale e, se si doveva finire, farlo assieme con chi s’era iniziato. Non un dubbio sul suo destino personale.

Qua e là invece parecchi su quello dei nuovi compagni coinvolti a cui chiedeva di condividere la più temeraria delle scommesse. Che legittimità ne aveva? Responsabilità terribile di fronte alle tante incertezze e ai tremendi pericoli che loro correvano, tutti i giorni.

Subito dopo il suo arresto, viene portata in un’aula di tribunale.

Rivede i compagni. Relaziona quanto succede e uno le chiede conto della “ritirata strategica”, scelta che non aveva né condiviso né capito.

Non chiederlo a me, gli risponde sorridendo, non è che io ne sappia di più.

Umberto – Andrea

Negli alberi non posso più vedere alberi.

I rami non hanno le foglie, che offrono al vento.

I frutti sono dolci, ma senza amore.

Non riescono nemmeno a saziare.

Che avverrà mai?

Davanti ai miei occhi il bosco fugge,

davanti al mio orecchio gli uccelli serrano il becco,

per me nessun prato si fa giaciglio.

Sono sazia prima del tempo

eppure ho fame di esso.

Che avverrà mai?

Di notte sui monti arderanno i fuochi.

Devo dunque rimettermi in cammino, riaccostarmi a tutto?

In nessuna via riesco più a vedere una via.

Ingeborg Bachmann, Poesie

Quando ero ragazzina le uniche rappresentazioni teatrali che conoscevo erano i festeggiamenti dei santi. Aspettavo con ansia di poter curiosare tra gli adulti intenti nei preparativi e, dopo, di godere di quella sospensione dell’ordine consueto che permetteva persino inusuali sfrenatezze. Soprattutto amavo quelle processioni con le “infiorate” che, passato il santo, lasciavano per terra magnifici quadri dai mille colorì. Preziosa scenografia che si poteva distruggere impunemente, correndoci e scivolandoci sopra.

O, ancor più profanamente, mi piaceva quella specie di festa per la passata di pomodori da mettere in bottiglia per l’inverno. A meno di fare danni, anche qui saltava la ripetitività dei modi quotidiani e subentrava una più grande tolleranza. Con tutto il fascino di una specie di rito propiziatorio, a metà lavoro e a metà gioco, che teneva a bada le apprensioni e le attese dell’avvento della cattiva stagione. Come se, inanellati in una prevedibile ciclicità, fossero meglio sopportabili anche gli eventi più imprevisti e non tutto dovesse essere spiegato.

Poi è finita, e a quella specie di ottundimento è subentrata la lucidità del dolore. Quello del disincanto il più grande. Sempre, ogni volta da capo, mi ha sorpresa impreparata. Tutte le volte che il mio mondo è andato in pezzi e mi sono trovata senza più nulla, neanche le parole per dirlo. E tutte le volte ho maledetto la modernità delle solitu-dirti che lascia ciascuno incapace di riconoscere e celebrare con sacralità i momenti in cui la vita si torce e diviene. Perché abbiamo abbandonato per un’esteriorità di segni mercantili i vecchi riti di passaggio? E perché non abbiamo saputo inventarne di nuovi?

1982. L’anno della disfatta. Il cumulo di errori e di debolezza politica trova il punto di coagulo. Divisioni interne, battaglie perdute, arresti in massa, compagni torturati. E, ad inequivocabile segnale della gravità della crisi politica, l’infamia dei traditori. Fratelli di ieri che denunciano gli altri e di questi si fanno giudici e cacciatori.

Niente sembra resistere al contraccolpo. Né l’allestimento logistico, né i criteri di sicurezza, né la linea politica, né la fiducia in loro stessi.

Un fogliaccio della sera esce puntuale da mesi con il suo bollettino di guerra quotidiano. Basta passare davanti a un’edicola, sbirciare la prima pagina e si può sapere quanti sono i compagni arrestati e se c’è altro di ancora più grave.

Come quella sera di maggio: “Ferito a morte Umberto Catabiani. Brigatista ricercato, bloccato dopo una sparatoria a Viareggio e una caccia all’uomo nell’entroterra”.

Mi si blocca il cervello. Rifiuto di capire. Mi metto a cavillare con le parole.

“Ferito a morte” vuol dire che è ancora vivo. Altrimenti avrebbero scritto che è già morto. Non è così? Ditemi che è così. Perché non me lo dite?

Era stato ammazzato. Aveva tentato, già ferito, di allontanarsi dal luogo del primo scontro a fuoco e raggiungere un rifugio sicuro facendo chilometri a piedi attraverso un territorio che conosceva da sempre.

Doveva aver anche passato un corso d’acqua perché era bagnato quando l’ultimo colpo ha fermato la sua fuga. Solo, braccato, ferito.

Ma a spezzarmi in due, il fatto che fosse anche bagnato.

Avrà certo sentito freddo in quelle ore tremende. L’avrà sentito, pur nella determinazione ad affrontare da solo quella battaglia tanto impari.

Su tutto, l’estrema generosità di un atto come il suo. Generosità e lealtà verso i suoi compagni nel rispetto del patto che avevamo stretto per sottrarci ai possibili esiti della tortura. Perché al supplizio della carne non si sommasse anche il peso della messa a repentaglio della sicurezza se non della vita degli altri.

Eravamo arrivati in ritardo e debolissimi di fronte all’orrore che ormai si consumava ad ogni arresto, con l’unica consapevolezza che contro gli elettrodi sui genitali non fosse sufficiente la sola coscienza politica, che del resto quelli come Umberto avevano da vendere.

E così eravamo arrivati insieme a decidere che la galera non fosse più il male minore, almeno non per tutti. Insieme ad analizzare la nostra debolezza politica, gli errori, i tradimenti, la certezza stessa di un futuro politico e, anche, il che fare perché nessuno fosse più solo con se stesso a decidere se rischiare di morire o cadere vivo nelle mani dei torturatori.

Ma in quelle ore di maggio, quando lui ha dovuto scegliere e agire e morire, non eravamo insieme.

E adesso lui non c’è più e io sono qui a scriverne, per cieca fortuna.

A me è andata diversamente. Per me c’è ancora cielo e sole a riscaldare un’esistenza inconciliata su cui grava, incancellabile, anche quel suo freddo estremo.

Insieme ad altri, scrisse il volantino per la sua morte.

Su quei fogli poco trasparivano la sua faccia aperta e il suo sorriso, i suoi modi decisi come i profili dei suoi amati monti, quel suo venir fuori dalla forte eredità tramandata di una terra generosa di tradizioni comuniste che lo facevano, così giovane, come appartenente ad un’altra generazione.

Non certa sua buffa intolleranza con cui un giorno lo vide liquidare con poche brusche parole un compagno che voleva discutere delle ragioni di Bakunin.

Non il modo intrigante con cui argomentava la bellezza delle cime marmoree delle sue parti che, certo, il proletariato vittorioso avrebbe saputo lasciare lì come erano, decretando l’abolizione di tutte le produzioni faticose e nocive e, a pensarci bene, niente affatto indispensabili.

Non la sua riservatezza personale e il suo scarso indulgere a quanto dovevano mancargli luoghi e affetti che aveva lasciato.

Non la sua capacità, come i vecchi militanti, di adattarsi nelle difficili condizioni della clandestinità, in anni che avrebbero scoraggiato chiunque.

Non la semplicità con cui distingueva, nelle contingenze come nelle grandi valutazioni, cosa veniva prima.

Non il mio dolore e la mia compassione per quanto gli era toccato vivere, che pure in quelle ore mi facevano vacillare ogni certezza che avrei potuto continuare a fare alcunché anche se lui era morto da solo e al freddo.

No. Su quei fogli c’era altro e le parole tutte politiche. Le uniche emozioni affidate alla fraseologia di una tradizione comunista che ha sempre onorato i suoi caduti restituendo senso umano, storico, alla inconcepibile definitività della morte: asciugarsi gli occhi e raccogliere il fucile di chi non muore mai invano, se riesce a dare alla vita un valore tanto alto da essere disposto a morirne.

Troverei altre parole oggi?

Cosa mi attraversava la mente alla vigilia del mio ingresso nelle Brigate rosse? Era capitato subito che dovessi riflettere su quanto sarebbe mutata la mia vita. Era Natale e il primo brigatista clandestino da me conosciuto stava passando le feste da solo, non potendo condividere con noi luoghi, compagnie e orari notturni.

Non con noi, non con la sua famiglia, non con la sua compagna.

Difficile brindisi quel capodanno, con il doppio sentimento di estraneità a quei riti consumati e di pensoso sgomento per il cambiamento che incombeva.

Anche per me si avvicinava il tempo di mettere da parte, fino a conservarli solo nell’amorevolezza del ricordo, affetti, amicizie, vissuto e prospettive di futuro.

Ma su tutto, il misurarsi con la morte, la propria, quella dei compagni e quella da dare.

E l’ultima come la scelta più difficile da elaborare.

La politica, le sue leggi e finalità, come grande mediatrice a tacitare ogni dubbio. Toccava anche a me, per scelte e contingenze, assolvere compiti il cui peso sentivo non sarebbe ricaduto tutto sulle mie spalle, tanta la certezza che ad autorizzarmi fosse un mandato di necessità storica che imponeva l’ultimo atto violento per eliminarne ogni causa.

Tanta la certezza che un uomo lo si può ammazzare in tanti modi e che di questi solo alcuni sono riconosciuti crimini, per convenzione e circostanze mutabili della storia.

Tanta la certezza che, sul piano dell’intelligibilità degli avvenimenti che determinano il presente, non tutte le morti hanno lo stesso peso.

Io, che non avrei più dormito se avessi procurato questo male estremo per tornaconto personale o per scelleratezza, ero in pace con quanto sceglievo di fare e farmi, perché a volte capita che si possa superare l’orrore della morte ma non quello di una vita arresa a un povero presente.

Ma c’è un altro piano. Quello dei propri incubi e lacerazioni profonde. Quello in cui i conti non fanno mai cifra tonda e ritornano come segni indelebili, non sanabili, in ogni esistenza attraversata da passioni fuori misura.

È il piano delle proprie responsabilità, che rimane come prezzo da pagare a se stessi, che è sempre quello più alto. Compreso il sapere di essere percepiti come carnefici, da chi è rimasto ed è stato travolto da una guerra che pensava non lo riguardasse. Ma queste responsabilità, si può pretendere di alleggerirle? magari facendone oggetto di pubblico riscatto, come se fosse possibile che a qualcuno sia dato disfare quello che ha fatto e onesto che qualcun altro possa pretenderlo. No. Non è così. Paradossalmente l’esibizione dei propri dolorosi tormenti, quando non direttamente indirizzata a vantaggiosi scambi sul mercato delle indulgenze, mi torna come fastidiosa riproposizione di un alto senso di sé che, a parti rovesciate, pretende il centro della scena facendo scempio della riservatezza e del silenzio dovuti all’irreparabilità del danno estremo da ciascuno subito.

Altro sarebbe lo sforzo di comprensione che non esistono forze cieche e demoniache a gravare sui destini di ciascuno ma che tutto, quasi tutto, è frutto di un comprensibile, umano, storico operare che può dare senso e ragione anche al dolore estremo dei lutti. Che pure permane, inconsolabile.

No. Neanche oggi avrei parole diverse da quelle.

Per i miei nemici di allora e per chi non può trovare modo di farsi una ragione della loro morte. Per i loro figli, mogli, madri a cui non posso rivolgermi, per l’inadeguatezza di ogni espressione e perché la reciprocità dello sguardo rimane impossibile finché a dolore si oppone altro dolore e a ragione altra ragione.

Per Umberto, e altre e altri. Che sono morti combattendo per il comunismo. Che non sono morti invano.

Nessuna riflessione a posteriori, nessun riconoscimento di errore, nessuna disillusione di chi è rimasto, può violentare le ragioni del loro sacrificio, deformandole fino a fargli perdere ogni senso. Sarebbe come ammazzarli una seconda volta, stavolta per mano nostra e persino nel lascito di essere ricordati per quello che sono stati.

L’epilogo

Viene, la depressione, forse da grandi dolori, forse da più sottili concause, sempre – penso – dall’intollerabile divario fra lo sperato e il vissuto. Ma quando si installa, la sua voce ripete che nulla ha da essere atteso più, anzi nulla può essere davvero pensato più, perché una società, come del resto un uomo, non si pensa se non per cambiare. Se no, neppure si vede, diventa indecifrabile a se stesso, come un burattino disarticolato.

Rossana Rossanda, Un viaggio inutile

I have a dream… Come vivere senza?

Fare la rivoluzione per cambiare il mondo non mi ha reso felice. Durante, per la crudezza di viverla. Dopo, per la difficoltà di rielaborarla. Devo aver sbagliato sogno e allora provo a curiosare tra quelli degli altri. Dove sono quelli degli sconfìtti? Ce ne dovrebbero essere tanti ma non ne vedo. Provo a chiamare ma non ho voce udibile e non capisco quella altrui. Dove sono tutti gli scampati dinosauri che, insofferenti, ancora dovrebbero battere a terra la coda pesante? Possibile siano tutti estinti? o non sarà che per non accettarsi invisibili adesso sognino tutti di nascosto, ognuno per suo conto?

Andava avanti e con la mente girava attorno al lascito di Rosa Luxemburg dopo la disfatta della settimana spartachista: …Ma la rivoluzione è l’unica forma di “guerra” -anche questa è una sua particolare legge di vita – in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di “sconfitte”!… “L’ordine regna a Berlino!” Stupidi sbirri! Il vostro “ordine” è costruito sulla sabbia. La rivoluzione già da domani “di nuovo si rizzerà in alto con fracasso” e a vostro terrore annuncerà con clangore di trombe: io ero, io sono, io sarò!…

Com’è che si capisce quando non di singola battaglia perduta si tratta?

Quand’è che si deve decidere che è finita? Come si distingue un atto dovuto di responsabilità dal solo sospetto che possa trattarsi di stanchezza, diserzione e tradimento?

Ora è facile dire. Niente facile in quegli ultimi terribili anni. Con l’unico agio di costatare, giorno dopo giorno, quanto nemico fosse diventato l’usuale territorio.

Come quel giorno, quando con un altro compagno dei “vecchi” è ferma ad aspettare l’autobus.

C’è di che innervosirsi. Ogni minuto che passa li espone di più al pericolo di essere intercettati da quelle efficientissime pattuglie miste, a metà sbirri e a metà traditori in servizio permanente effettivo. Anni e anni in cui anche i più ricercati erano passati e ripassati, invisibili, sotto gli occhi di ogni genere di poliziotti, anche di quelli che sapevano essere lì per cercare proprio loro, e adesso miracolosamente, dacché a qualcuno gli si è sciolta la lingua e intenerito il cuore, arresti su arresti per riconoscimenti fortuiti in mezzo alla strada.

Mentre il suo compagno continua a bofonchiare la litania quotidiana contro i trasporti pubblici …e tanto lo so che prima o poi mi beccheranno per questi stupidi autobus che non passano mai…, con la coda dell’occhio finalmente si accorge che stanno fermi esattamente davanti alla bacheca di un quotidiano con le loro foto in prima pagina e titolate ad onore dell’autorità indiscussa proprio di loro due, ultimi capi brigatisti ricercati.

Difficile non piegarsi in due dal gran ridere.

Non sapendo se più per tutto il tempo che sono rimasti in bella mostra davanti alle loro foto segnaletiche o per la beffa dell’altisonante commento giornalistico.

E chi mai avrebbe dovuto metterli in discussione?

Erano rimasti in pochissimi. Le altre fazioni in cui si erano divisi, spazzate via. Pochi anche i compagni che continuavano a simpatizzare. Ancora meno quelli disposti a dare una mano.

Erano considerati, a seconda dei gusti, degli arresi, perché andavano dicendo di sconfitta, debolezza e ritirata, oppure dei contagiosi “morituri”, coi quali accompagnarsi anche solo per un tratto di strada poteva significare trovarsi in mezzo ad una sparatoria.

Strano modo di arrendersi e ritirarsi è stato il loro. Con più scontri a fuoco e perdite in pochi mesi che non in tutti gli anni precedenti.

In ogni caso, comunque venissero percepiti, il risultato era identico: resistere era un fatto esclusivamente loro.

Ma, soprattutto, a non metterli più in discussione erano i loro compagni in carcere. Molti neanche più compagni ma passati su ben altre sponde.

Altri, dopo aver contribuito con determinatezza a frantumarli, già da tempo avevano smesso di discutere con loro per, prima, continuare a farlo con maggiore pacatezza con la fazione del cuore – fidando di dimostrare, tramite questa, come sarebbe stato facile convincere le masse ad armarsi e …tana libera tutti. E poi, amareggiati per non aver trovato all’esterno chi avesse saputo tradurre in pratica il loro pensiero, con le varie conventicole dei delusi. Nei passeggi delle carceri speciali.

Alcuni tacevano, super partes, imperscrutabili e misteriosi, neanche mancassero da così tanto tempo da non capire cosa stava succedendo e perché. Pochi i rimasti a condividere la loro sorte, ma non ancora abbastanza per resistere tutti e ancora per molto alla tentazione di giocare all’ennesima spaccatura.

E ce ne sono state davvero per ogni gusto e stile, fino ai più disinvolti eclettismi.

Il fatto è che i prigionieri erano sempre stati la loro immagine pubblica, con quel tanto di eroico e carismatico con cui, specie nei momenti di stanca della guerriglia, era impossibile competere. Avevano infatti una forza contrattuale immensa che non si sono mai trattenuti dall’usare, spesso muovendosi come corporazione con loro, all’esterno, a fare da controparte, fino al ricatto della delegittimazione.

Il fatto è che il carcere è duro e separa. Non vincola alla verifica dei propri desideri con una realtà più grande ed enormemente più articolata nei soggetti e nelle dinamiche. Di qui certa “fretta” dei prigionieri nei momenti di forza della guerriglia. Di qui il mercanteggiare sulla propria identità quando le prospettive di vittoria si sono fatte più che dubbie e si è vanificato persino ogni residuo di propria autorappresentazione.

Ma tutti quelli che hanno abiurato dalle galere sono tanto diversi da chi ha preso ogni distanza dalle ragioni di non negoziabilità di un intero movimento che voleva fare la rivoluzione? O sono stati solo più ricattati, più visibili e più radicali?

Più realisti del re nell’attribuire ogni ragione all’avversario, non hanno potuto conservare nessuna parvenza di autonomia critica e sono finiti a fare da megafono proprio alla povertà di pensiero di chi ha perseguito con scelleratezza il disegno di ricacciare nel ghetto del torbido, dell’impolitico e dell’inconfessabile chiunque si era posto fuori e contro la politica istituzionale. Tanto da essere giocati come l’elemento più dirompente di una ben più pervasiva campagna di dissuasione e di discredito. Quella che ha fatto terra bruciata di ogni tradizione e memoria, lasciando un vuoto proprio lì dove la possibilità di critica e azione politica nel presente si sarebbe potuta legare a ciò che l’ha prodotto.

E questo, per gli ultimi brigatisti rimasti in libertà, è stato l’ostacolo più insidioso a che si potessero creare le condizioni per un gesto di chiusura unilaterale dell’esperienza armata fuori dalla pregiudiziale dissoluzione di ogni sua ragione.

Ma questo, se pure forse decisivo, non spiega tutto.

Anche altro ha spinto qualcuno a continuare a combattere.

Anni ottanta. Quelli in cui l’esito dei sussulti degli anni precedenti aveva sconvolto le fattezze del mondo, seppellendo in tutta fretta ogni speranza di rinascita sotto il rovinare di muri in cumuli di macerie e inaugurando una fase di transizione all’insegna della ferocia e del disincanto di ogni utopia. Con l’unica regola traducibile in uno strappo astioso di ogni legame col passato, in un’affannosa resa dei conti a contendere il tempo per ogni pensata riflessione.

E il “nuovo” che non riusciva ad avere il sapore di una festa di liberazione dai vincoli limitanti di ieri, ma chiudeva ciascuno nell’angoscia solitaria di una comunicazione sociale interrotta.

Su tutto, i falsi miti del successo individuale dei più adatti, spettacolarizzati dalle rovinose semplificazioni di opinion makers e dal veloce consumo emotivo di un reale deprivato della realtà.

Bandito il valore dell’esperienza personale e della tradizione tramandata, nel “nuovo” ci si muoveva a tentoni, baldanzosi figli di nessuno, badando a non inciampare nei vetusti valori della passione partigiana per le vicende di un mondo che, finalmente, tornava ad essere uno. Almeno quello che ce la faceva a stare a galla.

Tutto il resto neanche esisteva più, non doveva, altrimenti sballavano i conti e le misure della “nuova” tecnocrazia dei numeri. Quella che è riuscita a dare ragione alla manifesta pochezza di un progresso degradante e affamatore, che rapina dovunque e divide solo tra pochi.

Ma i conti dovevano tornare. Quali? Quelli per cui, bandita ogni pensabile alternativa, se proprio non quadrano si forza il gioco e si eliminano le sedie, gli sgabelli e anche i posti in piedi ai commensali di troppo. Basta fare un rigo su qualche cifra riottosa e si può, oplà, ridurre la società dei beneficiari. Ai due terzi, per esempio. Ed è un bel risparmio se ad essere contato è l’intero pianeta, pieno zeppo di esuberi, mai stati o non più concorrenziali nel “nuovo” mercato in cui tutto si può trovare eccetto il lascito di una sua qualche ragione sociale, incommensurabile con i bilanci della grande azienda multinazionale. Dove non appaiono i costi politici, sociali e direttamente quelli in vite umane, di nuova e vecchia emarginazione che non ha più un nemico di classe a cui contendere differenze di valori e di aspirazioni, ma solo cifre, calcoli, numeri, in tutta la loro opinabile impersonale neutralità.

Anni ottanta. Per i curiosi paradossi della storia, mentre il mercato capitalistico, rimasto infine senza alternative, svelava tutti i suoi insuperabili limiti, solo dei residuali antiprogressisti potevano continuare a pensare che fosse un meccanismo sbagliato.

Sbagliati erano tutti quelli che non riuscivano a starci dentro, sgomitando, e ad emergere, a competere, a rientrare nel novero dei posti riservati. Tutti per una razza scelta. Di giovani, bianchi, alti, sani, vincenti e griffati.

Ma perché ognuno si convincesse o rassegnasse a stare al grande gioco delle quantità, è stato necessario stroncare fino in fondo la resistenza del “vecchio” mondo, quello in cui la politica stava ancora nel segno del conflitto di interessi contrapposti e la mediazione non conosceva ancora fino in fondo l’imbroglio delle concertazioni separate dei vertici. Quel mondo che sapeva quanto potere di contrattazione e di visibilità perdeva, perdendo quei tre soldi di contingenza e che infine, nella più grande mistificazione, non potè fare altro che perdere. Mentre la produzione di armi si consolidava come il volano principale dell’economia e i bombardieri Usa, sibilando su teste rampanti e distratte, portavano la morte fin dentro le case del malefico assoluto di turno, uccidendone persino i figli piccoli.

Un mondo tutto da reinterpretare nella caduta della fede in quelle sue sorti risultate alla fine niente affatto magnifiche né progressive. Ma, ancora una volta, la velocità di germinazione di cambiamenti inusitati non ha corrisposto ai tempi di adeguamento degli strumenti di valutazione, e chi non ha creduto fosse quella la fine della storia, ha continuato a guardare con gli unici occhi che aveva, nell’attesa inconfessata che tutto si placasse e tornasse noto.

Come è stato anche per me, in quei lunghi, terribili ultimi anni.

Fine pena mai

“Lui è cattivo,” dice. “Il bambino non lo fa più. Tu non devi farlo più.” Gli punta il dito contro il petto, lo costringe a guardarla, lo tocca, deve capire che “il bambino” e lui sono una sola persona, da tanto e sempre cerca di farglielo arrivare, un lavoro che ormai non le costa nemmeno più, così almeno le sembra. Gli mette uno straccio in mano, lui le abbandona le dita e gliele lascia muovere guardando altrove, non c’è, è preso da quello che ha dentro e tutto il resto non lo tocca.

Clara Sereni, Manicomio primavera

“Cosa sarebbe successo se, in quegli anni, ci fossimo incontrate sul pianerottolo della stessa casa? Avremmo riconosciuto una qualche nostra somiglianza?” mi chiedi in una lettera, cara amica in vena di indagare l’imprevedibile dei tanti giri che avrebbe potuto fare la tua esistenza.

Mi viene da pensare che se tu avessi avuto bisogno di due foglie di basilico per il sugo, non avrei avuto difficoltà ad accontentarti. Difficile per me non averne di fresco dentro un bicchiere pieno d’acqua. Strani segni di “normalità” per una come me che ha vissuto per anni in posti da altri definiti covi, continuando a non darsene a vedere.

La giornata è quasi estiva. Il sole le è sempre stato amico ed esce di casa con spirito leggero.

Dovrebbe stare piegata in due per la mole di problemi di tutti i tipi che ormai accompagnano le sue giornate. Ma ce il sole e lungo lo squallido stradone persino uno spelacchiato giardinetto con un pupo biondo che corre e ride.

È un attimo: “Stai ferma. Non muoverti…” e con la coda dell’occhio riconosce lo sgradevole oggetto che qualcuno le preme sulla tempia. È l’arma che ha in dotazione la polizia.

Non ha mai capito qual è il cattivo funzionamento dei suoi circuiti cerebrali che, nelle situazioni più critiche, cominciano a fare complicate circonvoluzioni pur di non arrendersi all’evidenza. Come anche quella volta che, pur sapendo, si è chiesta se per caso non stesse per essere rapinata. Eh sì perché, nonostante l’innamoramento a prima vista per il biondo razzolante fra l’erba, avrebbe ben dovuto notare qualcosa e vederli prima che le piombassero addosso.

Addirittura, subito dietro di lei, c’è una macchina.

Come è stato possibile? Ha usato la solita precauzione di camminare dal lato della strada che le avrebbe dovuto consentire di vedere qualsiasi veicolo venirle incontro, e questi se li ritrova alle spalle.

Ma quali macchine avrebbe poi dovuto vedere? in un traffico bloccato a monte e a valle, e “loro” disseminati in giro nelle vesti più innocue e usuali.

C’è caduta come una principiante.

La prima cosa da fare è rassicurare il suo più prossimo interlocutore, visto che continua a tenerle l’arma puntata alla testa e sembra che abbia più paura di lei.

La seconda, tentare di segnalare quanto sta succedendo per cercare di avvisare e limitare i danni.

Comincia ad urlare a più non posso il proprio nome. A chi? La strada adesso la vede bene in tutto il suo deserto pullulante di sbirri travestiti da passanti.

Le strappano tutto lo strappabile di dosso e poi la scaraventano in macchina. Ordini concitati di frugarla bene e scovare altri eventuali trucchi, dopo aver scoperto la sua povera borsa tagliata su un autobus da quel disgraziato scippatore del suo portafoglio e riadattata per un uso più congruo dell’arma che si porta sempre dietro.

Mi ritrovo dentro una caserma, circondata da ragazzoni esagitati che sembrano tutti aver vinto il fatidico terno al lotto. Mi fanno sedere e tengo la testa bassa per espormi il meno possibile ai loro sguardi e far finta di avere altro da pensare che stare ad ascoltare i loro sghignazzi con cui vogliono farmi intendere di averci presi tutti. Mi distraggo e con gli occhi all’altezza di innumerevoli mani che mi si agitano davanti, noto che tutti hanno dei vistosi bracciali d’oro ai polsi. Come avevo fatto, nei giorni precedenti, a non accorgermi delle loro presenze, visto che corrispondono esattamente al prototipo classico, a metà tra malavitosi di borgata e agenti di polizia in borghese? Come avevo fatto? Semplice. Da troppo tempo ormai le misure di sicurezza si erano conformate alle sole regole del possibile, quelle che, da un certo momento in poi, hanno impedito qualsiasi diversità di scelta e non hanno permesso neanche la conservazione dell’esistente.

Eppure, a quel punto, perché continuavo a sperare che fosse finita solo per me?

Comincia così. Dopo qualche ora ripartono. A Roma, i suoi accompagnatori non si dirigono verso la destinazione prevista e le si torce lo stomaco.

Cosa le succederà?

Le passa tutta la vita davanti in un turbinio di ragionamenti prò e contro. È da tanto ormai che non usano più certi sistemi persuasivi – ma come si fa a dirlo?

Si fermano. Quasi non osa guardare e quando vede lo stemma con la fiamma le torna il sangue nelle vene. Non possono usare una caserma ufficiale per certe porcherie.

È così. Certo non è l’Hilton, ma d’altra parte non c’è mai stata all’Hilton e viene trattata persino con riguardo, per quanto la situazione consente.

Contro ogni previsione, riesce persino a dormire. Dopo aver giurato, e mantenuto per circa tre minuti, che mai si sarebbe poggiata su quel lurido pagliericcio. Dorme, come sempre le riesce di fare quando la situazione le diventa insostenibile. E in questo momento, insostenibile le è, soprattutto, il pensiero degli altri fuori e di cosa può essere successo.

Come non esistesse, sembra non curarsi di sé e di quanto le capita.

A sera la portano a Rebibbia. Viene accolta da una piccola folla di guardiane che si accalcano in un bugigattolo per la perquisizione. Non ha che pochi indumenti addosso e vogliono che si tolga anche quelli.

È difficile capire cosa cerchino, oltre che sottoporla a quell’umiliante prova di iniziazione.

Il giorno dopo, un magistrato fuori di sé per la sua scarsa impressionabilità le comunica che la dichiara in arresto per omicidio. Per poco non gli scoppia a ridere in faccia. Veramente uno strano modo di nominare le cose.

È ancora carica e osserva più che osservarsi.

Viene trasferita al Nord per uno dei tanti processi in corso.

Rivede dei compagni dopo anni. Di altri le arrivano notizie. Per qualche minuto riesce persino a riabbracciare, dopo tanto tempo, qualcuno di casa sua.

Tra flash che scattano a raffica e facce anonime morbosamente curiose di vedere finalmente il mostro in carne ed ossa, assorbe con ritmo sostenuto un buon numero di emozioni forti, senza la benché minima capacità di elaborarle.

Poi, all’improvviso, tutto si ferma.

È di nuovo a Rebibbia per quello che sarà un lungo isolamento e, di colpo, realizza, nell’attimo stesso in cui le chiudono con un tonfo sinistro il blindato della cella alle spalle, di essere alla fine della corsa. Ha davanti l’ergastolo. Quello che sul suo foglio di detenzione suona con un ineffabile: fine pena mai.

E cos’altro, altrimenti? Deve esserci nella mia vita un segno fatale coniugato con i sempre, i mai, i tutto, i niente.

Come se, fuori dall’eccesso delle passioni assolute, non riesca a trovare motivi per muovermi.

Per decidere da che parte stare.

Per come stare da quella parte.

Per innamorarmi di un uomo.

E dunque la galera. Materia scivolosa se non tra chi ne conosce direttamente le torsioni di corpo e anima. E quindi, quasi sempre, racconto impossibile e infecondo.

Gli anni passano senza lasciare tracce significative. Si aspetta sempre qualcosa, in un tempo che non è mai presente. Che a volte corre e scivola via e, quasi sempre, rimane irrimediabilmente fermo. In ogni caso non si fa appartenere come è sempre quando la vita è vissuta altrove.

Dopo vani tentativi di ricavare un senso dall’inutilità delle sue deprivazioni, si ritrova, un pomeriggio, ad assistere alla proiezione di un film. È la storia di un giovane neuropsichiatra infantile e del suo grande cocomero.

L’impatto emotivo è fortissimo. I legami con la difficoltà a vivere dei suoi ragazzini terribili di tanti anni fa, sono ancora carne e sangue.

Ce li ha ancora tutti davanti, come quel primo giorno in cui decidere di non richiudersi in fretta la porta alle spalle alla loro vista, è stato tutt’uno con il non aver più potuto guardare da un’altra parte.

Era stata assunta in una “scuola speciale” per insegnare a dei bambini altrettanto “speciali” e, giorno dopo giorno, vedeva fallire ogni tentativo di mantenersi al suo posto e non farsi sopraffare dalla più completa empatia.

Molto poco professionalmente, non faceva altro che continuare a cercare se stessa nei loro occhi, lì dove entrare ha significato fare più di un giro all’inferno e lottare con il duplice istinto di mettere distanza e di affrontare insieme la faccia comune del mostro.

Fino a toccarsi reciprocamente l’anima.

Tra i tanti, c’era lui. Sui sei anni. Quadro clinico: sindrome autistica. Bellissimo e completamente chiuso nella sua fortezza irraggiungibile.

Rabbioso con gli altri almeno quanto con se stesso, sempre in fuga, sempre lanciando grida ossessive.

La mattina, la prima incombenza era di ripulirlo, visto che si faceva tutto addosso. Niente di più difficile. Una specie di anguilla scalciante e urlante, che opponeva una strenua resistenza al solo farsi toccare.

Ogni volta lo stesso penoso corpo a corpo.

Ma poi succedeva. Dopo lavato, come per magia, per alcuni secondi si abbandonava, si lasciava accarezzare, gli occhi gli si placavano e la guardava. La vedeva. O almeno così a lei piaceva pensare che fosse.

Durante la giornata, poi, provava a più riprese di ritrovare quell’intesa fugace, senza mai riuscirci. Lui tornava, non senza una certa determinazione, a tenerla a distanza, anzi, peggio, a non tenerla affatto, lasciandola a pietire un solo cenno di consapevolezza della sua esistenza in quel mondo di infantili affetti pietrificati.

Eppure quel bambino l’ha amato profondamente, come solo si può amare una parte di se stessi, quella più vicina al fondo, la più terribile, la più nascosta e, forse, la più autentica. Nei suoi occhi, in quei pochi istanti in cui permetteva al suo sguardo di liberarsi del vuoto, le sembrava di cogliere persino dell’ironia. Tanto esplicita doveva apparirgli la sua richiesta d’aiuto, di travaso di forza.

Proprio a lui! Ma chissà? Forse proprio lui, senza avercene nessuna signoria, sapeva meglio di tanti altri di forza e fragilità.

Sono ancora seduta al mio posto, nella sala-teatro del carcere. Il giovane medico sta dicendo ad una piccola paziente la sua gratitudine perché la sofferta ricerca di lei l’aveva costretto a continuare a cercare un valido motivo per alzarsi ogni mattina.

Come una stilettata mi travolge il non senso: che ci sto a fare qui?

Una rivoluzionaria di professione

In tutto ciò che è sociale c’è la forza. Solamente l’equilibrio annulla la forza. Se si è consapevoli delle ragioni dello squilibrio sociale, occorre fare ciò che è in proprio potere per aggiungere peso sul piatto troppo leggero. Anche se il peso fosse il male, forse maneggiandolo con questa intenzione non ci si macchia. Ma bisogna aver concepito l’equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia, questa “fuggitiva dal campo dei vincitori”.

Simone Weil, Quaderni

L’incapacità di scendere a patti. Prima ancora di chiedermi qual è il meglio per me, esaurirmi nella resistenza contro me stessa.

Mi scorrono davanti tutte, le donne della mia famiglia. Almeno tre generazioni. E riconosco i segni di una genealogia che fa la loro diversità tutta discendente da colei che ha messo in moto la sequenza. Quanto ancora, perché l’indicibile di una ritrovata alleanza possa essere messo in parola?

Chissà perché, fra le tante, le torna in mente quella sua faccia solare.

“Guardiana, perché non prova a mettersi una mano sulla divisa…?!”

Conosciuta in quella specie di fossa dei leoni del carcere di Voghera, con quella sua espressione bonaria e l’ironica intelligenza che le facevano reggere da anni una quotidianità difficile. E non solo per via delle allucinate divise inanimate. Ancora peggio per le dubbie prospettive e il cannibalismo tra le fila del loro esercito in rotta.

Il marito in altro carcere e colloqui neanche a parlarne, irriducibilità “oblige”. I figli che crescevano lontani, con sempre più difficoltà a vivere la condizione eccezionale di una famiglia polverizzata in cui lei, la madre, non si era limitata ad essere la moglie del brigatista, rendendo così irrimediabile il danno. Che rispondere alla loro domanda di normalità negata? al sotteso rimprovero per il protrarsi di un’assenza?

Dopo l’arrivo di una lettera o dopo un colloquio particolarmente difficile, sul suo viso si stampava tutto lo smarrimento per non riuscire proprio a farli tornare certi conti; e sì che ormai da anni aveva imparato a dosare la sua saggia concretezza tanto da riuscire a tenere a bada le false alternative che le si offrivano e in cui erano cadute molte altre.

E solo chi c’è stata, in quel carcere-laboratorio, può capire quanto potesse essere difficile trovare il punto d’equilibrio tra il sottrarsi alla logica di un insensato continuismo e non cedere sull’essenziale. In questo era ineguagliabile, come nel riuscire a mettere insieme la cura e l’allegria per un risotto da offrire alla compagna di pranzo con l’indisponibilità più ferma a fare mercato della sua identità, della sua storia, dei suoi compagni.

Tutto con la semplice inequivocabilità di cui solo alcune persone sono capaci.

Ma chi era? Sposata con figli, aveva un lavoro e una casa. Non rispondeva dunque a quel cliché di disperazione che tante anime belle hanno voluto cucire loro addosso. Era una “della porta accanto”, una delle tante che hanno fatto le Brigate rosse.

Aveva avuto opportunità di scelta e quella che aveva fatto non era affatto l’unica possibile. Le era dunque costata, ci aveva pensato bene, ne avrà discusso a fondo con il suo compagno, sapeva perfettamente quanto aveva da perdere. Poi aveva deciso e non era più tornata sulla decisione presa.

Cara! Che non disdegnava di usare il grembiule per sfaccendare nella sua ospitalissima cella-casa e che nessuna super strategia antiguerriglia dei super esperti del super carcere era riuscita a piegare all’arroganza delle povere ragioni dei vincitori.

Nelle stravolte ricostruzioni successive, figure come la sua stonano a tal punto che non trovano posto. Eppure sono state proprio quelle a fare la grandezza della storia brigatista, che nessuna delle tante altre miserie può riuscire a rendere meno unica.

Vae victis! E sia. Nella polvere e in catene. Poteva essere nel conto.

Ma come far fronte alla sottrazione di senso? alla negazione delle ragioni dei fatti?

Nella ossessiva reiterazione di formulette scacciafantasmi con cui si liquidano le Brigate rosse staccandole per lesa appartenenza al contesto di scontro sociale in cui sono nate e con cui sono morte, si assiste ad un fenomeno preoccupante di assenza di ogni filo di ragionamento.

L’argomento sembra sottrarsi alla logica per approdare alla pura emotività, con tutti i nervi messi allo scoperto.

L’analisi del fenomeno indugia tra psicoanalisi criminale, ricerche dietrologiche, intimismo massmediatico, disconnessione delle relazioni di causalità. Di tutto un po’, meno che la laicità di una riflessione critica non pregiudiziale.

Ma che ci faceva in quell’Italia prospera e operosa, unita all’apogeo del consociativismo a sostegno di una democrazia sempre in pericolo, con il Partito comunista e il sindacato più forti d’Europa, quella comunista che viveva in uno sputo di paese e militava in un’organizzazione di guerriglia come le Brigate rosse? Come si spiega il radicamento sociale della lotta armata comunista in una democrazia parlamentare a capitalismo maturo, fuori dunque dalla tradizione resistenziale e altra cosa dalle guerriglie nazionaliste e terzomondiste? Si può ironizzare sulla consistenza di quel radicamento, ma rimane il fatto che si è trattato di un’esperienza combattente clandestina durata per più di un decennio. E allora ogni facile ironia rasenta la demenza. Semplicemente non si vuole capire. Più facile risulta espellere l’alterità assoluta e non rischiare un confronto che potrebbe rimettere in causa più di un bilancio politico e più d’una responsabilità sugli esiti di quello scontro sociale.

In prigione mi sono sentita rispondere da un militante di vecchia data dell’ex Pei, peraltro niente affatto disattento, che la sostanziale differenza tra la nostra sconfitta e la loro (ammesso ci fosse, ma visto che insistevo tanto…) stava soprattutto nell’immediata visibilità di un fatto fortemente simbolico: noi stavamo tutti in galera.

Mai dichiarazione tanto esplicita della necessità di quella parte politica di risolvere le drammatiche lacerazioni di quegli anni in maniera esemplare. Tanto da poter continuare a esigere un credito di affidabilità nel compito di contenimento di un movimento di classe che proprio non voleva saperne di compromessi storici e di politica dei sacrifici. Estrema cinica coerenza di chi, essendo ieri entrato in rotta di collisione con chiunque non fosse stato folgorato dall’insospettabile “bene in sé” della produzione mercantile, affidava oggi la riflessione e la memoria di quel conflitto ai resoconti dei tribunali. E così un’esperienza armata indubbiamente minoritaria e perdente ma fortemente indicativa del livello di assenza di governo delle contraddizioni sociali che l’avevano generata, è stata trasformata a esclusivo problema di ordine sociale, da processare, seppellire sotto secoli di galera e collocare storicamente fuori da ogni dinamica politica comprensibile.

L’unico brigatista buono, dopo quello morto, doveva apparire come una figura ambigua, figlia di nessuno, eterodiretta e, soprattutto, isolata dai movimenti di massa.

Sembrano essere passati secoli, eppure solo ieri (o ieri l’altro?) in ogni conventicola della nostrana sinistra pavida e ingenerosa si amava indugiare su esperienze partigiane che, al contrario, avevano dalla loro non solo la giustezza dei fini ma soprattutto il consenso delle masse.

Ti ricordi, compagno immemore? ti ricordi di testimonianze di combattenti di quell’altra guerra (quella vinta), quelli che andavano in azione da soli e che, sparando a due mani, da soli si coprivano la ritirata? ti ricordi del loro scoramento per la scarsità degli appoggi e per gli ancora più scarsi mezzi, per l’invisibilità degli altri e delle masse consenzienti? delle fughe continue e del continuo guardarsi alle spalle? ti ricordi di quando chiedevano al proprio dirigente responsabile, fortunosamente infine incontrato, dove fosse il partito. Ti ricordi della risposta? “Il partito sei tu, compagno. ” E poi via.

Si sarà sentito solo e sradicato quel compagno che forse ha combattuto in condizioni ancora più difficili di quelle da me conosciute?

Di certo non ha mai dubitato del fortissimo legame politico tra la sua azione e un più vasto movimento di lotta, altrimenti nessuno gli avrebbe dato il coraggio della solitudine nell’atto di impugnare un’arma e di usarla contro il nemico. Solitudine personale, non condivisibile mai fino in fondo con nessun altro.

Grandezza, grandezza di una storia e dei suoi protagonisti che, se sottratti a certa iconografia santificante (o, all’opposto, alla pregiudiziale demonizzazione) e restituiti all’intelligenza dei fatti, possono veramente aiutarci a capire. Capire, ad esempio, i nessi e le discontinuità delle diverse esperienze politiche che hanno segnato questo secolo di tentativi di assalto al cielo, prima che un dubbio giudizio coscienziale tra bene e male impedisca del tutto l’esercizio della critica storica.

Capire per reinnescare l’autoriflessione di questa società su se stessa perché l’illusione di poter espellere da sé le proprie contraddizioni non la costringa a ricorrere a sempre più galere, più ghetti, più frontiere, più esclusioni.

Solo un film

Ai tempi in cui mi insegnavate i rudimenti delle lettere e delle scienze, un tizio riconosciuto colpevole d’un delitto vero o falso fu arso a Bruges, e un nostro domestico me ne raccontò il supplizio […]. Per aumentare l’interesse dello spettacolo era stato legato al palo con una lunga catena, ciò che gli permise di correre in preda alle fiamme fino a che cadde col viso contro il suolo, o per dir meglio, sulla brace. Io mi sono spesso detto che un simile orrore potrebbe servire per simboleggiare la condizione d’un uomo che sia lasciato quasi libero.

Marguerite Yourcenar, L’opera al nero

Non avevi mai dimenticato le tue origini contadine. Forzatamente eri diventata operaia ma conservavi l’arte di trattare al meglio anche quella “terra matta’ che avevi trovato nel paese dove eri emigrata e dove mi hai messo al mondo. Come riuscissi a far nascere sempre qualcosa di buono in quel luogo così poco adatto alla vita, è sempre rimasto un mistero per me. E forse proprio perché io sono venuta su in mezzo ai veleni delle ciminiere, mi affascinava quel tuo sapere, come quando mi portavi, nella campagna vicina, a raccogliere il grano rimasto a terra dopo la mietitura. Come se mi conducessi dall’altra parte del mondo conosciuto, tramandandomi il piacere di confondermi in un ciclo vitale precedente ad ogni rielaborazione di senso. Devo a quei pomeriggi con te il piacere di camminare scalza e l’abitudine di odorare per distinguere e il toccare per scegliere e il sentire per capire. Ma ti devo anche tutta la fatica di averne sempre diffidato.

Andarci? Non andarci? Una manciata di giorni di permesso dal carcere e per lei si tratta di decidere se sottrarre al girovagare un pomeriggio dei pochi a disposizione per andarsi a chiudere dentro un cinema. A frenare, soprattutto il timore di passare un brutto pomeriggio, dato il film in questione.

Andarci? Dopo essersi assicurata una presenza amica che, al bisogno, le tenesse la mano, è infine andata.

In programmazione la rappresentazione dell’incontro scenico tra una “ex terrorista” e una delle sue vittime e, nel conto, un altro irriconoscibile racconto della sua storia.

Del resto ognuno, anche fra i suoi compagni di un tempo, ne ha fatto uno. Quasi mai del tutto condiviso. A volte per niente.

Quello in fondo non era che un film, anche se pensato, realizzato e poi visto, soprattutto da gente di sinistra.

Ecco il punto.

Coraggio, dunque, andiamo a farci sbranare.

Pochi fotogrammi e già emerge il filo conduttore di un racconto irrigidito nell’insensatezza di fatti messi volutamente in scena in un vuoto di contesto e ridotti a uno stralunato faccia a faccia tra i due protagonisti. Lui, da esperto nella politica di ristrutturazione aziendale divenuto professore e lei, quella che gli ha sparato, detenuta in fuoriuscita diurna per lavoro.

Ma la vicenda che li unisce potrebbe essere di qualsivoglia altra natura. Se ne avverte solo la componente fortemente traumatica.

Appaiono entrambi come estraniati. Lei quasi sfuma, tanto è poco presente e come costretta, nei modi e nelle relazioni con quanto la circonda. Lui, gesti a scatti e fiumi di parole, sembra consumare in un reificato solipsismo la ricerca di un segno con cui fare fronte al grave senso di perdita in cui è caduto. Tutti e due sembrano non esserci, come vivessero in una scansione altra del tempo.

Si incontrano, ma non si vedono. Lei perché non lo riconosce, lui perché non si fa riconoscere. Nessuna possibilità di scambio nei loro sguardi che vedono solo un’immagine riflessa luna dell’altro.

Che succede? Perché parlano ognuno per sé? Ma quale il linguaggio comprensibile in tanta confusione di piani? Il non detto del contesto che li ha fatti incontrare anni prima, impedisce l’incontro dell’oggi e tutto si avviluppa nell’equivoco.

Il professore incalza, sembra voler capire e così sciogliere l’incubo che lo ossessiona. Ma il suo non è reale interesse a farsi dire. Sembra non essere in grado di riconoscere che ha di fronte qualcosa di irriducibile all’incarnazione dei suoi fantasmi. Fantasmi modellati per anni e costretti dentro l’ecolalia di “perché?” tanto astratti da servire solo all’allontanamento rituale da sé di ogni legame comprensibile con quanto gli è capitato.

Appare l’innocenza incarnata; l’estraneità assoluta a quanto da lui e da altri interagito; la vittima per antonomasia di un insensato fato avverso.

È convinto che quanto gli è successo sarebbe potuto capitare indifferentemente a chiunque altro.

Perché? Non ripercorre, non dice, lui a cui non difettano certo le parole, che ne è stato della sua vita dopo, per esempio, e perché ora fa un altro mestiere, non va alla ricerca di motivazioni. Con domande truccate che esigono delle non risposte, cerca solo che gli si confermi che per puro, purissimo accidente è incappato in un meccanismo a lui estraneo e privo di qualunque relazione con la sua esistenza sociale.

Lei prova a dire. Di sé e di come è potuto accadere.

Sembra non sapere, sembra tutto molto banale, per puro caso.

Mi sale un senso di fastidio. Molti ex militanti della lotta armata, per tornaconto e accondiscendenza ad una verità ufficiale, per acquiescenza al buonismo salva anime alla moda, per sottrarsi alla scomoda posizione di chi ha perduto, sembrano tutti colpiti da una curiosa sindrome di smemoratezza e incapacità di raccontarsi per quello che sono stati. Come fossero stati agiti da una forza estranea, capace di forzargli testa e cuore, tanto da non riconoscersi più in quella parte della loro vita messa tra parentesi.

La donna è nel disagio di chi è pressato a fornire giustificazioni semplificate – troppo, per significare alcunché. Poi accenna a condizioni politiche. E qui il dialogo, che sembrava aver conquistato la sponda di una pur sofferta forma di comunicazione, naufraga fragorosamente, tanta l’indisponibilità del professore a sentir solo nominare la parola “politica”. A sentirsi dire che quel colpo di pistola che ancora ha nella testa gli è venuto per via della sua posizione avversa in una trincea di guerra che anche lui aveva combattuto.

Magari con armi diverse, ma non con nessuna responsabilità.

Come non mai, grazie proprio all’efficacia delle immagini, si fa corpo la tesi della inconsistenza di motivazioni dicibili di quel colpo di pistola. Tutto il rapporto tra i due è ridotto a quello sparo, il cui frastuono copre ogni possibilità di parola fino a dilatarsi nell’inverosimile e nell’irragionevole.

Il professore, che pure ha cercato e voluto che si parlassero, non è in grado di sopportare che lei abbia una versione diversa dalla sua.

Comunque una versione. Comprensibile, prima ancora che giudicabile.

Non vuole dunque parlare. Vuole continuare il suo monologo e finalmente vendicarsi, riducendo la sua aguzzina al silenzioso assenso delle non spiegazioni che si è già dato. Non può accettare quelle della donna. Vanno cercate altrove. Nella follia criminale, nella incarnazione del male assoluto, nel delirio di onnipotenza di alcuni angeli sterminatori.

Tutto, meno che nei nessi intelligibili di uno scontro di natura politica.

Comincia a scemare in me il senso di fastidio per l’afasia della donna.

Non può parlare, forse non perché non sa, ma perché non deve. Non è previsto che abbia facoltà di parola e anche quando l’avesse, le va tolta.

Perché? Perché la vendetta sociale per la sua colpa è la condanna al silenzio, tanta per lei Villegittimità di usare una parola sensata che possa rendere ragione all’irragionevole.

Non deve parlare. Può solo essere parlata e fornire un’immagine accomodante a lenimento dell’inquietudine che promana da una memoria troppo devastata per acconsentire all’inequivocabilità di una perdurante rassicurazione.

Ma perché non sono andata a rimirare i volteggi dei gabbiani sul Tevere?

Possibile che certa nostrana cinematografia sia talmente asservita da non riuscire a riprodurre altro che i soliti cliché di indubitabile innocenza o colpevolezza? che non riesca a porsi qualche domanda in più? Schiacciata tra la versione della “vecchia” sinistra che ha troncato sul nascere un pur tardivo ripensamento sul suo massimalismo statolatra e quella “nuova”, incapace di sciogliere le ambiguità di frequentazione doppia con le pratiche armate, esce fuori una verità striminzita e a senso unico. Che non serve a niente. Neanche a tranquillizzare dagli incubi di un passato che resiste a sciogliersi in una narrazione tanto banalizzata.

E così si continua a farne anche del cinema. Perché? Per dire che agli ex “terroristi”, ormai ridotti a curiosità di costume, va tolta la parola? Tutto qua?

Comincio a provare simpatia per questa mia scenografica compagna. Ha pronunciato poche parole e se non sono servite a capire, non sono state neanche usate per il solito atto di abiura. Eppure riesce a rubare la scena.

Forse proprio con il suo silenzio, riesce a imporre una sorta di faticosa dignità. Quella con cui prova, giorno dopo giorno, a percorrere la sua nuova vita. Vita in tutta evidenza spezzata e priva di quel requisito minimo di agibilità che solo la pluralità di scelte può consentire.

Come me è stata reimmessa part-time nel mondo dei “liberi”. Come me vive il contatto quotidiano con gli altri, regolandosi da sola la catena che la tiene legata al carcere, alla sequela di orari, percorsi, impedimenti, comportamenti.

Come me deve tenere a bada il suo essere carne e sangue per un mandato che la fa simile a una semiviva, con un passato inenarrabile, un presente impoverito, un futuro inesistente.

Come me tutte le sere suona un campanello per farsi di nuovo rinchiudere. Condizione questa per ritornare fuori il giorno dopo. E così daccapo.

Non può progettare nulla, se non quel tempo controllato tra l’uscita e il rientro in carcere. Non porta i segni evidenti di una diversità che solo lei può conoscere e che regola l’autolimitazione dei suoi stessi desideri.

È condannata a una specie feroce di emarginazione e, allo stesso tempo, al successo dell’esperimento che incarna, in una partita truccata che la fa prigioniera in una galera solo più grande e più difficile da affrontare con le sue inadeguate risorse.

È stanca e disincantata. Sa che quanto le è stato elargito può esserle revocato in ogni momento. Ma non è quello che teme di più, tanto da giocarselo per un momento di libertà che decide di prendersi.

Non torna in carcere a nascondersi perché quello è il suo unico posto dopo che il mondo le ha fatto domande a cui non ha saputo rispondere.

Ci torna perché il confine tra la galera-galera e quella a metà può passare attraverso un atto di libertà che la fa ancora capace di decidere e sottrarsi al ricatto. Nelle sue condizioni ha veramente poco da perdere e non è per un colpo di testa che fa in modo di perderlo.

Nella realtà questo non succede. Nonostante l’estrema difficoltà a vivere di chi è messo nelle sue stesse condizioni, nessuno rinuncia a questo ingeneroso spazio di libertà.

Perché? Perché tutto è meglio della galera? O altrimenti perché?

Credo di sapere. Perché su quel confine ci passo ogni giorno.

Adesso so che se si possono sopportare anni di reclusione, è perché a sostenere è soprattutto l’attesa del giorno in cui si rimetterà piede fuori. E questo anche quando è diffìcile credere possa avvenire in tempi pensabili, e anche quando nemmeno lo si confessa a se stessi.

Poi capita che quel giorno arriva. Ma può anche capitare che, tutto d’un fiato, si brucino le aspettative nutrite in anni e anni. Lo spaesamento è tale da far sentire in una vera e propria trappola in cui non si sa come andare avanti ma non si può neanche tornare indietro. Si continua a girare in tondo senza riuscire a rompere il circolo vizioso, perché l’unico punto cedevole è quello che consente di tornare alla vita reclusa di prima.

Ma sarebbe ancora sopportabile dopo aver consumato ogni aspettativa di vita e di futuro?

Il film è finito.

Uscendo, coglie un commento: interlocutorio. È vero. Forse contro le stesse intenzioni degli autori, il racconto non è riuscito a dare risposte inequivoche. Su come uscire da un passato su cui si è già sentenziato ma che non smette di tornare, per esempio. Sul dramma di un conflitto concluso ma che ancora non ha trovato soluzione politica, né per luna né per l’altra parte. E sulla vana ricerca di un suo surrogato sul piano individuale, quello in cui può esserci solo o il perdono o la vendetta. Insieme troppo e troppo poco.

Per parte sua la politica ha elargito premi e punizioni e raffazzonato una verità utile solo a tenere in piedi contingentemente, quasi di giorno in giorno, un esistente povero, e omologato alla morte di ogni spirito critico.

E nessuno sembra più sapere come orientarsi nel presente, tanta la faciloneria con cui si è preteso di seppellire in un cumulo di macerie inservibili il senso di conflitti che solo fino a ieri muovevano e direzionavano tutti.

Messo in soffitta il vecchio dualismo, si è rivoluzionato il comune sentire fino a rendere impronunciabili relazioni come amico/nemico, per dare spazio ai significati forti della differenza.

E ci sarebbe di che rallegrarsene se non si fosse talmente poco riattraversato da cadere nell’indifferente opacità del tutto uguale, di un pluralismo senza conflitti.

Senza più capacità di distinzione, si è celebrata la vittoria di una rivoluzione a colpi di spettacolari cambiamenti troppo di facciata per fornire l’appoggio di un terreno non franoso e passare oltre. Magra vittoria, perché nessuno riesce a ripartire da lì.

Non il professore che pure ha dalla sua ogni ragione, ma non sa che farsene perché si è lasciato tentare dalla relazione univoca con una realtà troppo semplificata per essere vera.

Non la donna, a cui nessuno chiede altro se non rassicurazioni sulla validità di un sistema correttivo che è persino capace di risocchiudere le porte del carcere a degli assassini, per restituire alla società individui a metà, che si vuole non pensanti, non desideranti, sotto tutela, delegittimati alla parola politica.

Troppo perfetti per essere anche umani.

Compagna luna

Ed ecco che la giovinezza finisce. Ha superato i quaranta – ancora cinque anni… E -l’altro. E – il sogno dell’anima: incarnarsi finalmente! La sete di quella se stessa -non del mondo delle idee, sete del caos di mani e labbra. La sete della se stessa -segreta. Ultima. Inaudita. Della se stessa che prova: esisto? L'”altro”? È solo un mezzo per arrivare a se stessi, il nostro cieco motore.

Marina Cvetaeva, Deserti luoghi

All’improvviso lo stralunamento solito si trasforma in vera e propria confusione. Non so più tradurre in senso le parole degli altri. Né riconoscere la provenienza dei rumori attorno. Né la contingenza del momento.

Che ci faccio qui? E qui cos’è?

È la prima volta che mi ritrovo “fuori”, e semplicemente succede che si è fatta sera.

Fuori di sera.

Da un tempo lunghissimo non mi accadeva. Ma questo lo capisco solo dopo aver scontato fino al panico il senso di smarrimento.

Le ombre, le luci, i riflessi.

Come se fossi, di colpo, incapace di muovermi e guardare e vedere e riconoscere. Gli anni degli spazi ristretti e innaturalmente sempre diurni mi hanno fatto perdere l’uso di alcuni sensi e, stavolta, la pratica affinata dell’annusare intorno non basta a ricordare e riconoscere.

Che odore ha la sera?

Non quello di euforia della terra bagnata.

Non quello di panico della primavera in arrivo.

Non quello di promesse d’amore nel corpo imprigionato.

Non quello di buono del pane del pacco di casa.

Per certe cose come non avessi più ricordi – e il reale mi assale con tutta la violenza dell’estraneità assoluta.

Mai sentita tanto lontana dal riuscire a vedere dov’è che dovrei essere per sentirmi viva e al mio posto. Ma perché continuo poi a credere di averne ancora uno?

Essere sembra non bastare.

Provare ad azzerare è impossibile. Ognuno ha la sua storia e tentare di staccarsela di dosso è praticamente non esistere. Ma come coniugare l’esserci tutta intera senza ritrovarmi continuamente fuori misura? In una diversità che sembra incapace di comunicare. Che provoca sguardi sfuggenti o risposte ai limiti della banalità. Come se, ogni volta, costringessi il prossimo mio a mettere in campo ogni artifìcio per autoconservarsi nella facoltà stessa di rimanere attaccato al proprio senso del mondo. E succede così che la parola muore.

Ma stavolta non posso limitarmi a scappare e rifugiarmi nel limbo del mio inaccessibile. Come ho imparato a fare da quando l’attesa dell’incontro col fuori si è trasformata nello spaesamento di ogni ritorno difficile.

Sono esposta, perché da quello che mi piomba addosso non posso fuggire. Come sempre è impossibile dalla involontaria consuetudine dell’accadere.

Potrei andare dovunque e accadrebbe lo stesso, perché adesso so che sta accadendo. No, non ci sono mani amiche che possono placare, né occhi amorevoli rassicurare. Non c’è neanche parola che possa comunicare e far condividere. Sono sola e senza misure. In mezzo a tanta gente e totalmente in balìa.

In fondo è soltanto che, come sempre, si è fatta sera.

Ma io dov’ero quando continuava a succedere, giorno dopo giorno ?

Perché ho potuto capire persino il crollo dei muri e non riesco a far fronte a questo sentire?

Quando si è creata simile frattura tra le due percezioni?

Il corpo e le sue ragioni.

Sì, certo. La politica con le sue necessità e gli infiniti rimandi. Poi il carcere e la sublimazione di ogni desiderio, fino a star male da cani per l’odore improvviso nella piega di un braccio – e sei animale, albero, brezza.

Pura ed esclusiva sensibilità.

Vivere in un tempo sospeso. Come andare avanti senza curarsi del suo scorrere, con quel tanto di folle certezza di ritrovare, un giorno, tutto e, in fondo, sapere che tutto sta andando senza di te.

E gli anni che passano senza essere attraversati. Passano solamente. Con più niente che è possibile fare riprendendo dal punto in cui il contatto con la vita si è spezzato.

Invecchiare senza aver attraversato tutte le stagioni, vagheggiando di ripercorrere strade buone per altre, fino all’inconsolabile infelicità per non aver vissuto, restando in vita, una parte della propria esistenza.

Ma ho poi vissuto veramente o mi sono limitata a bruciare ogni attimo esistente per l’avvento di domani? E chi ha chiuso, strappato, ricucito malamente ferite e dettato tempi e regole? è stato qualcosa all’esterno da me? e io sono qualcosa di altro? E se sì, dove andarmi a cercare?

Dov’è vita? Dov’è io-vita?

Perché è tutto così fuori posto? E si muove con tale velocità e indifferenza da far riemergere il vecchio incubo di non aver voce, né visibilità proprio quando più ho bisogno di ascolto e di presenza.

E allora accade.

La cerco, guardando su, nello spazio tra i tetti, in mezzo al nero del cielo. C’è. Per fortuna. È solo uno spicchio, ma c’è.

Bella, sfrontata, distante, indifferente, inaccessibile.

E solo allora mi placo. È finita ogni urgenza, ogni caparbietà a capire, a rendermi compatibile, a smussare, a fuggire, tornare, a provare gioia, a sentire dolore.

È là. È sempre stata là, non si cruccia, non gioisce, non invecchia, non agisce, non chiede, non dà, non vuole. E se muore è per rinascere. Sempre daccapo.

È.

A tal punto che, nel mio tempo non tempo, è sempre riuscita a coinvolgermi nella sua legge potente. A farmi entrare nel suo caos fatto di quiete.

Lì dove c’è quel nulla assoluto che rende fuorviante ogni parola e ci svela come esseri incomunicanti, per quello che siamo ognuno d’essenziale.

Lì dove non vige il bisogno di illuminare, di capire, del linguaggio ridondante che confonde, della fame d’amore, della passione per il mondo, della mendicità di riconoscersi nello sguardo altrui.

Lì dove tutto è ridotto all’impersonale dell’essere che non ha bisogno dell’io per orientarsi.

Lì dove finalmente è leggerezza, nella libertà da ogni necessità e contingenza.

Approdo.

Sono sulla riva opposta a quella di partenza e la scoperta è di quelle che affascinano. Il mondo ritorna com’era all’inizio dei tempi e io con lui.

Le ragioni di nuovo tutte creaturali.

Provo a rinascere in un riattraversamento di carne e sangue di ogni pezzo di me, nel tentativo di riportarli tutti a vita.

Dovrei tornare indietro.

Ci torno. Sono appena nata. Non parlo, non cammino, non mi sposto nel tempo, non so neanche cosa sia domani.

Mi muovo nel buio della coscienza.

Sono puro sentire.

So l’essenziale per vivere e il resto non mi riguarda, lasciato nel benefico buio dell’imperscrutabile e dell immotivato.

So arrivare alla fonte prima delle cose perché le saggio, al buio di ogni ragione, con labbrucce voraci.

Non mi interessa capire, prevedere, programmare.

Solo vivere.

Vivere sì.

Adesso.

Confusa nel tutto.

Il mondo, al di fuori della mia nicchia calda di soddisfazioni essenziali, potrebbe anche non esserci.

E allora perché già mi adatto, metto in campo mille strategie, mille astuzie seduttive? perché voglio piacere, ottenere, cambiare o restare?

Perché mi ammalo di quella patologica insicurezza che manda in pezzi la mia integrità interiore se mi viene inibita la capacità di determinare, di interagire, di modificare, di ottenere? Di un linguaggio che comunichi.

Perché non sono già nulla se non nella presenza dell’altro da me? Che non è nulla nell’assenza di parole e di occhi a specchio, a riconoscere e dare distinzione.

Una e irripetibile. Certo. Ma solo perché ho ereditato e adattato a me uno sguardo particolare che fa dell’animale, dell’albero, della brezza questo, quello e questa, in un vincolo di significati che dà conto del mio relazionale, contingente essere umana.

Dentro cui ho stipato tutto.

Compresa, per la necessità di vedere, la consapevolezza di quanto tutto poteva starci stretto. Ma starci, a modo mio, per come ho saputo e potuto.

Compresa la voglia di annullarmi e sciogliermi nell’indistinto umorale, denso, caldo e umido, dei momenti di insofferenza dei dettami della ragione.

Compresa la dilatazione epocale dei miei ritmi vitali in cui non ho risparmiato e messo da parte, finché le mie stagioni non hanno più corrisposto a quelle di una storia che non iniziava e non finiva con me.

Compresa la gelida sensazione di sterile vuotezza per l’amore di quel figlio che non ho consentito crescermi dentro.

E adesso che il tempo ha modificato la sua corsa, le mani si muovono alla cieca e lo sguardo non sa più riconoscere.

La vita ancora altrove.

Lì dove i rimpianti possono ancora essere buoni compagni di viaggio.

Lì dove sono ancora curabili le ferite per l’amore di un sogno che non è possibile sognare nella solitudine dell’anima incontaminata dalle cose del mondo.

Lì dove è possibile imparare a riconoscere e temere il solipsismo della ragione almeno quanto quello del cuore.

La guardo. Ancora la sensazione unica che mette insieme viscere e cervello.

Nonostante la vita ancora sospesa, non sono riuscita a morire, nonostante tutto. È forse arrivato il tempo di accettare di vivere? di risolvermi ad emergere dall’agonico trascinarmi alla superficie di ogni contatto? dal terrore di riscoprirmi ostinatamente fissa allo stesso punto? dall’angoscia della reiterazione continua degli stessi punto e a capo?

E che cosa, altrimenti? Aver provato a immunizzarmi dal dolore azzerando ogni sentire non ha funzionato, e ogni più piccolo alito di vento è riuscito ad avere la meglio sulla mia fragilità completamente disarmata. La vita entra ancora e, a pelle, sento tutta la vacuità di un’inutile opposizione.

E ancora lo sguardo si schiarisce e si posa, per vedere, sul mondo.

Sono già oltre?

Che me ne verrà? Quanto male riuscirò ancora a farmi?

Compagna luna.

Insieme, complici, sarà ancora possibile tornare a vagheggiare di ridurre i mercanti all’impotenza?

Compagno Graber

LA RIVOLUZIONE È L’APPLICAZIONE DELLA GIUSTIZIA.

image

Lettera ad un giovane rivoluzionario

Scritto da: Antonino Roseto in Il Teatro degli Indecenti, Politica&Ideali 24 febbraio 2015

‘Il rivoluzionario crede nell’uomo, negli esseri umani. Chi non crede nell’essere umano non è un rivoluzionario’. Non smettere mai di credere nell’uomo, anche e soprattutto quando è più difficile. Non smettere mai di schierarti dalla parte degli ultimi, dei vinti, dei deboli. Te li presenteranno come il nemico da combattere. Da loro, vorranno dividerti. Loro non hanno voce. Sono in grado solo di sussurrare. Sussurra con loro, e avrete la forza del vento.

Non smettere mai di credere in una società più giusta. Perché i drogati, le prostitute e tutti gli invisibili della nostra società, ‘anche se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo’. Non giudicare, ma non giustificare nemmeno a prescindere. Accogli i tuoi fratelli, la cui povertà rende meno giusto il nostro benessere. Ti diranno che sei un buonista e un ipocrita. Tu rispondi che è questo il mondo che vuoi cambiare, quello in cui l’odio è la normalità e la solidarietà è considerata buonismo.

Non smettere mai di indignarti di fronte alle ingiustizie. Di fronte a un imprenditore che guadagna mille volte di più di un operaio. Di fronte a una politica che apre la scuola pubblica ai privati, che tace quando vengono cancellati i diritti dei lavoratori o quando un’azienda, che è stata aiutata dallo Stato, sposta la sua sede fiscale all’estero. Di fronte alla distruzione dello stato sociale. Di fronte a orari di lavoro massacranti, un ricatto che i lavoratori sono costretti ad accettare per poter mettere un piatto a tavola tutti i giorni. Indìgnati, quando ti diranno che tutto questo ‘lo richiede il mercato’. Perché il mercato l’abbiamo creato noi, e noi possiamo cambiarlo. Perché varrà sempre di più la vita di un uomo che un indice di borsa.

Non smettere mai di credere nei tuoi ideali. Non tradirli, sono la cosa più intima che hai. Proteggili, cercheranno di farti credere che sono sbagliati. Non cambiarli secondo le necessità. Essi sono i guardrail della tua strada. Nella vita sbanderai, ma loro sono li, a ricordarti cosa, per te, è giusto. A insegnarti, ogni volta di più, a non sbandare e a camminare dritto.

Non smettere mai di appendere il poster di Che Guevara o del Quarto Stato in camera tua. Ma solo se sai cosa rappresentano. Il mondo non si cambia in un giorno. Ma tu, in un giorno, puoi cambiare il tuo mondo e quello delle persone accanto a te. Cercheranno sempre di farti credere che non puoi fare niente, che è cosi che vanno le cose. Tu esci tra la gente, e, quelle ‘cose’, inizia a cambiarle. Nel tuo piccolo. Nella tua città o nel tuo paese. Che si tratti di affiggere un manifesto di protesta o ascoltare i problemi di un quartiere in difficoltà. Liberati dalle catene che questa società cerca di mettere ai tuoi pensieri. Da qui, parte la vera rivoluzione.

‘Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici’. È vero. Guarda in alto. Lo stiamo facendo in tanti in questo momento. Non sei solo.

image

Compagno Graber

Una chiacchierata tra vecchi compagni

contromaelstrom

Intervista a Salvatore Ricciardi e Michele Castaldo

E’ una sorta di chiacchierata a ruota libera fra vecchi compagni con esperienze e percorsi diversi che passeggiano nei giardini di un quartiere di periferia, senza nulla pretendere, perché sono più le domande inevase che le risposte che vengono fornite alle questioni poste.

D’altronde le risposte verranno dallo sviluppo delle lotte, dei movimenti e dalla loro determinazione anticapitalista.

Queste le domande che ci siamo posti reciprocamente:

D. Guardando oggi la realtà sociale in Italia e nel mondo, cosa vi viene immediatamente da pensare rispetto a quella che abbiamo vissuto negli anni 70?

R. di Salvatore

Dal punto di vista del conflitto la differenza è notevole. Negli anni 60 e 70 la classe operaia si è alzata in piedi, si è organizzata su contenuti antagonisti nei posti di lavoro, e così il proletariato nei quartieri popolari nelle grandi città: Roma, Milano, Napoli, Palermo e…

View original post 6.749 altre parole